Un rimpatriato messicano parla con la sua famiglia attraverso la recinzione in un "Friendship Park" di Tijuana
Lungo il muro dove i sogni rimbalzano
dalla nostra inviata ROSALBA CASTELLETTI - foto di JOHN MOORE* (GETTY)
Divide il Messico dagli Usa. Si estende per 3.169 chilometri. Taglia deserti, montagne, fiumi, città. Ma soprattutto è una ferita tra ricchezza e povertà
2 minuti di lettura
[[ge:rep-locali:repubblica:149607044]]Sabbia e barriere separano i messicani dal sogno di raggiungere gli Stati Uniti Una guardia di frontiera scatta una foto al confine con la California Uno dei luoghi in cui la polizia di frontiera permette alle famiglie separate di incontrarsi al confine La polizia di frontiera trattiene una famiglia messicana bloccata mentre tentava di entrare negli Stati Uniti Una famiglia messicana dopo aver attraversato il Rio Grande La tomba di un migrante, morto nel tentativo di varcare il confine tra il messico e il Texas
“Aquì es donde rebotan los suenos”, recita un graffito sulla barriera di metallo. “Qui è dove rimbalzano i sogni”. Questo muro arrugginito è dove Tijuana diventa San Diego, il limite dell’America Latina, la fine del mondo del bisogno e l’inizio del sogno americano. Il confine tra Messico e Stati Uniti si estende da qui per 3.169 chilometri fino al Texas attraverso California, Arizona e New Mexico. Si snoda lungo deserti, montagne, fiumi e città. È la frontiera più sorvegliata e più trafficata al mondo. Il punto più drammatico di incontro e scontro tra ricchezza e povertà, tra applicazione ed evasione della legge.
Per oltre un terzo della sua estensione il muro che il candidato repubblicano alla Casa Bianca Donald Trump vorrebbe costruire è già una realtà, anche se gli agenti del Border Patrol, l’agenzia statunitense che si occupa del controllo della frontiera, lo chiamano “fence”, recinzione. Una struttura discontinua, di cemento armato o lamiere metalliche, alta fino a cinque metri, interrotta solo dal profilo corrugato di una montagna o dal letto del Rio Grande. In alcune zone di frontiera corrono parallele persino tre barriere. Laddove non ce n’è nessuna vi è quello che viene chiamato “muro virtuale”, un dispositivo di sicurezza che combina telecamere a infrarossi, droni, radar, torri di controllo, sensori di terra. Non basta a dissuadere i migranti che vogliono vivere il “sogno americano”.
Ogni anno, per 350 milioni di persone che attraversano il confine legalmente, circa 500mila lo fanno illegalmente. Migliaia muoiono nel tentativo. I corpi dei migranti trovati senza vita nell’Imperial Valley giacciono in un lembo di terra nel “cimitero dei poveri” di Holtville, in California. Non sono mai stati identificati. Sulle loro pietre tombali c’è scritto solo John o Jane Doe. Accanto vi sono le croci deposte ogni mese dai Border Angels, gli Angeli della Frontiera, l’associazione fondata da Enrique Morones. «Non chiamateli migranti illegali», dice. «Le persone non sono illegali. Hanno cercato di attraversare il confine senza documenti. Il muro le tiene fuori. Per gli americani è un simbolo di sicurezza, per i messicani di oppressione».
Visto dal Parco dell’Amicizia di Tijuana, il muro è una cicatrice di piloni e reti metalliche che corrono fin dentro all’Oceano Pacifico. Una ferita nella geografia e nella vita della gente. Si infrangono le onde e anche i desideri di tanti latinomericani. Questo Parco è uno dei pochi punti lungo la frontiera dove, per poche ore nel fine settimana, familiari da un lato e l’altro del confine possono scambiarsi parole e sorrisi attraverso i piccoli pertugi nella recinzione corrosa. L’America è vicinissima come le case di San Diego che svettano all’orizzonte, eppure lontanissima.
«Per me è il castigo più grande riuscire a vedere la spiaggia del Coronado dove andavo a passeggiare con i miei figli la domenica mattina ed essere qui». Yolanda Varona, fondatrice di Dreamers Moms Tijuana, ha vissuto negli Stati Uniti 17 anni.
Entrata con un visto turistico, è rimasta oltre il termine consentito ed è stata deportata sei anni fa. I suoi due figli vivono ancora a San Diego. «Il muro per me è dolore, lacrime, impotenza e frustrazione. È la mia famiglia strappata, la mia vita cancellata. Non importa se ne faranno uno più alto o più grande. La gente proverà sempre ad attraversarlo».
*John Moore è un fotoreporter statunitense, vincitore del World Press Photo. Dopo aver catturato in uno scatto l’omicidio della ex premier pachistana Benazir Bhutto, ha ottenuto il premio Pulitzer e il Robert Capa Golden Medal. Dal 2005 è Senior Photographer della Getty Images