Patrick Zaki: "Italia, pensaci bene. Che errore sostenere il regime di Tunisi"
di Patrick ZakiNel 2011 la Primavera araba è partita dalla Tunisia, prima scintilla della rivoluzione. Io ero al secondo anno di università e ricordo che, subito dopo Natale, prima della sessione di esami, i miei coinquilini sono rientrati in fretta a casa dicendo di accendere subito la tv, perché la politica della regione stava cambiando.
Emozionati, con gli occhi fissi allo schermo, proiettavamo ciò che stava accadendo laggiù sul nostro Paese, rendendoci conto che è un falso mito che i leader della regione araba cambino solo quando muoiono. La rivoluzione tunisina è stata di ispirazione a tutti i giovani della regione e in tema di rivoluzioni e di primavera araba il nostro riferimento resta sempre la Tunisia.
Nel 2011 la Primavera araba è partita dalla Tunisia, prima scintilla della rivoluzione. Io ero al secondo anno di università e ricordo che, subito dopo Natale, prima della sessione di esami, i miei coinquilini sono rientrati in fretta a casa dicendo di accendere subito la tv, perché la politica della regione stava cambiando.
Emozionati, con gli occhi fissi allo schermo, proiettavamo ciò che stava accadendo laggiù sul nostro Paese, rendendoci conto che è un falso mito che i leader della regione araba cambino solo quando muoiono. La rivoluzione tunisina è stata di ispirazione a tutti i giovani della regione e in tema di rivoluzioni e di primavera araba il nostro riferimento resta sempre la Tunisia.
Non si tratta solo della rivoluzione, ma anche di quanto accaduto in seguito. Dopo la rivoluzione la società tunisina aveva registrato molti progressi in ogni campo e credo che la Tunisia sia il Paese della regione in cui la rivoluzione ha ottenuto il massimo successo, anche se il cambiamento in senso progressista e democratico è stato temporaneo. Io personalmente ricordo benissimo il video dell'uomo che esultava in strada per la fuga del dittatore al potere, Ben Ali. All'epoca la Tunisia era vista come un faro di speranza per il progresso e le libertà ad ogni livello per la generazione araba post-rivoluzionaria.
Un tempo la Tunisia era considerata un faro di speranza, ma oggi il presidente dà dei criminali violenti agli abitanti dell'Africa sub sahariana, con l'implicito intento di cambiare la composizione demografica del Paese. Questa svolta è un cupo promemoria di quanto la Tunisia abbia deviato dal percorso originale dopo la rivoluzione del 2011.
Nel 2019, il popolo tunisino ha eletto presidente Kais Saied sulla base della sua promessa di lotta alla corruzione e lui e il primo ministro Hichem Mechichi hanno compiuto i primi passi verso questo obiettivo. Tuttavia, i tunisini rimangono frustrati per la mancanza di trasparenza e il costo elevato che la corruzione impone all'economia del loro Paese. Per avere una visione più chiara della situazione, è necessaria un'analisi del panorama della corruzione tunisina.
Erano tutti segnali che la Tunisia si trovava sull'orlo di una nuova fase dittatoriale e conservatrice dopo tutti i passi fatti nel tentativo di democratizzare lo stato. Non c'è voluto molto prima che Kais mostrasse il suo vero volto e i suoi piani per cancellare qualunque ipotesi di democrazia. Dopo soli 8 mesi di governo Kais Saied ha aperto una crisi politica con una mossa audace, destituendo cioè il primo ministro Hichem Mechichi, sospendendo le attività parlamentari e assumendo nuovi poteri giudiziari. Centralizzando tutti e tre i poteri statali, Saied ha effettivamente assunto il pieno controllo del governo, portando gli osservatori sia nazionali che internazionali ad accusarlo di autogolpe. Questa mossa senza precedenti ha scatenato polemiche e alimentato preoccupazioni sul futuro della democrazia tunisina.
Nel discorso registrato del 24 febbraio 2022, il presidente Saied ha accusato le organizzazioni della società civile di essere al servizio degli interessi di potenze straniere e di intromettersi negli affari politici della Tunisia. Ha poi annunciato l'intenzione di vietare ogni genere di finanziamento straniero a favore di tali gruppi. Questa mossa rientra nell'analisi e nella strategia del presidente Saied per tutelare la sovranità della Tunisia mantenendola indipendente da influenze esterne.
In Tunisia, si discute di una eventuale norma di legge potenzialmente in grado di ostacolare la creazione di organizzazioni civili e istituzioni per i diritti umani. La bozza di questa legge è trapelata dopo i recenti tentativi del presidente Saied di indebolire la società civile tunisina, che includono l'arresto di politici dell'opposizione e limitazioni nei confronti dei membri della società e delle loro attività. Dopo aver riflettuto, ho compreso l'importanza di raccogliere informazioni da operatori della società civile tunisina appartenenti a diverse istituzioni al fine di ottenere un'analisi approfondita dello stato attuale e delle difficoltà in cui versa la società civile tunisina.
L'attacco alla società civile in Tunisia, come confermato da Asrar Ben Jouira della Fondazione Tunisina per l'Intersezionalità Femminista, si basa principalmente sul sospetto nei confronti dei finanziamenti dall'estero. Kais Saied e i suoi sostenitori ritengono che questi fondi siano mirati a cambiare l'identità della comunità arabo-islamica attraverso attività di patrocinio di lotte come quella per la parità nel diritto ereditario e le campagne per la tutela dei diritti Lgbtq+.
Secondo il ricercatore tunisino Gilan Jelassi, in Tunisia la società civile è sotto attacco a partire dalla dichiarazione dello scioglimento del Parlamento nel mese di luglio. Mostafa e Asrar confermano che da lì è partita una campagna più ampia contro la società civile e i suoi operatori in tutto il Paese. Ma questi attacchi non sono passati inosservati alle autorità. Gilan Jelassi ha avuto difficoltà a rinnovare il passaporto con conseguente limitazione della sua libertà di movimento. Anche Asrar ha subìto persecuzioni ed è stata accusata di vari reati, come offesa a pubblico ufficiale e impedimento alla libera circolazione, accuse che comportano pesanti multe e la potenziale condanna fino a dieci anni di carcere. Le accuse derivano dall'aver organizzato una dimostrazione di protesta contro il referendum sulla costituzione tenutosi il 18 luglio 2022. Questa analisi evidenzia una preoccupante tendenza a osteggiare la società civile e a sopprimere le voci che invocano il cambiamento.
Alissa Pavia, Associate Director presso l'Atlantic Council di Washington, afferma che l'Italia sta facendo finta di non vedere il regresso democratico in Tunisia. Le costanti pressioni italiane sul Fmi per la concessione di un nuovo prestito alla Tunisia hanno destato perplessità data la situazione politica attuale del Paese e la crescente retorica anti immigrazione promossa dal presidente Saied negli ultimi mesi.
A mio avviso l'Europa si è dimostrata complice della situazione in corso in Tunisia, ignorando le numerose violazioni commesse dal presidente Kais Saied sia a livello istituzionale che legislativo. Le azioni del presidente costituiscono un chiaro tentativo di minare i pilastri della democrazia nel Paese. Ancor più preoccupante è che i Paesi europei siano pronti a offrire sostegno economico a Saied, senza riconoscere o affrontare i problemi in questione. Nei prossimi giorni, assisteremo a una preoccupante tendenza da parte europea ad avallare i programmi antidemocratici di Saied, senza invocare il ripristino della democrazia e della libertà di parola, due componenti cruciali della rivoluzione tunisina.
Traduzione di Emilia Benghi