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Dentro la “fabbrica dei troll” di Prigozhin: macchina della verità e interviste inventate

Un murale della Wagner a Belgrado

 
Ora che l’impero mediatico del capo di Wagner è stato smantellato, alcuni ex dipendenti hanno raccontato dettagli inediti sul loro lavoro dietro le quinte
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MOSCA – Intorno alle ore 14 del 29 giugno i dipendenti dell’impero dei media di Evgenij Prigozhin hanno ricevuto un’email: “Per oggi il tuo lavoro è finito. Puoi riposare”. In serata è arrivata loro una seconda comunicazione, quella che temevano da giorni: “Sei stato licenziato”.

Dalla fallita rivolta di Wagner si erano rincorse le voci più disparate sul destino del gruppo mediatico Patriot. Sembrava che fosse in vendita e che lo avrebbe acquisito Jurij Kolvachuk, capo di Banca Rossija e del Gruppo mediatico nazionale, nonché stretto consigliere del presidente russo Vladimir Putin.

Ma quel giorno Prigozhin stesso, presente a una riunione a San Pietroburgo a dispetto dell’accordo che gli aveva concesso l’immunità in cambio del…

MOSCA – Intorno alle ore 14 del 29 giugno i dipendenti dell’impero dei media di Evgenij Prigozhin hanno ricevuto un’email: “Per oggi il tuo lavoro è finito. Puoi riposare”. In serata è arrivata loro una seconda comunicazione, quella che temevano da giorni: “Sei stato licenziato”.

Dalla fallita rivolta di Wagner si erano rincorse le voci più disparate sul destino del gruppo mediatico Patriot. Sembrava che fosse in vendita e che lo avrebbe acquisito Jurij Kolvachuk, capo di Banca Rossija e del Gruppo mediatico nazionale, nonché stretto consigliere del presidente russo Vladimir Putin.

Ma quel giorno Prigozhin stesso, presente a una riunione a San Pietroburgo a dispetto dell’accordo che gli aveva concesso l’immunità in cambio dell’esilio in Bielorussia, ha deciso: “Ti ammazzo io piuttosto che lasciarti finire nelle mani di qualcun altro”. Patriot è stata distrutta dal suo stesso creatore.

L’indomani, venerdì 30 giugno, il giornalista Evgenij Zubarev, amministratore delegato dell’Agenzia di Ricerca su Internet, Ria Fan, volgarmente nota come “fabbrica dei troll”, ha dato l’annuncio ufficiale: “Lasciamo l’agenda informativa del Paese. Il gruppo Patriot chiude”.

Le origini della fabbrica dei troll

La holding di Prigozhin, Patriot, era divisa in due: “la fabbrica dei media”, 16 portali di cui 9 registrati come media che tentavano di assomigliare il più possibile alle testate ufficiali, e “la fabbrica dei troll” che comprendeva i commentatori a pagamento, ma anche i canali Telegram, i gruppi sui social network e vere e proprie unità di spionaggio.

Prigozhin aveva negato per anni ogni coinvolgimento con la “fabbrica dei troll” anche a colpi di querele milionarie fino allo scorso febbraio quando ha finalmente riconosciuto: “Non sono mai stato soltanto un finanziatore dell’Agenzia di Ricerca su Internet. L’ho inventata, l’ho creata, l’ho gestita per molto tempo. L’ho creata per proteggere lo spazio informativo russo dalla rozza propaganda aggressiva delle tesi anti-russe provenienti dall’Occidente”.

Ora che l’impero non esiste più, i “prigozhiniti” – come sono noti – hanno raccontato la loro esperienza a diversi media russi benché fossero stati costretti a firmare un documento di non divulgazione. Lo stesso Zubarev, annunciando la morte della fabbrica dei troll, ha divulgato dettagli inediti a partire dal suo anno di nascita.

“I primi siti della futura holding dei media sono apparsi nel 2009”, ha raccontato. “I primi 20 commentatori sono stati collocati nel villaggio di Versailles Nord in uno degli edifici di nuova costruzione. Lavoravano contro Aleksej Navalnyj e gli altri oppositori che stavano cercando di distruggere il nostro Paese”.

La fabbrica dei troll, invece, si era sempre fatta risalire a quattro anni dopo, al luglio 2013. I troll allora venivano chiamati “Olginsky” perché avevano sede a Olgino vicino a San Pietroburgo, poi “Savushkinsky” perché si erano trasferiti al numero 55 di ulitsa Savushkina. Intorno ai primi anni 2020, i troll si erano spostati in un centro commerciale. Erano circa 400 e potevano produrre decine di migliaia di commenti al giorno.

La macchina della verità

Alcuni ex dipendenti hanno raccontato al media pietroburghese Bumaga di essere stati costretti a sottoporsi al test della macchina della verità prima di essere assunti. “Io no, ma ho sentito le storie dei nuovi arrivati. Venivano portati in una stanza dove specialisti dei servizi di sicurezza gli facevano domande, per quanto ricordo, sul consumo di droga e sulla cooperazione con l’opposizione, in particolare con Navalnyj”. Nell’ultimo anno e mezzo, invece, agli aspiranti “troll” veniva chiesto se avessero familiari in Ucraina.

Chi lavorava dentro a Patriot da oltre due anni venivano sottoposto più volte al poligrafo. Erano tutti sotto osservazione: “Venivamo monitorati grazie ai pass elettronici e alle telecamere. Tutte le registrazioni degli schermi dei computer venivano trasmesse al servizio di sicurezza".

Lodare Putin, denunciare Navalnyj

Nel 2013 i compiti dei troll erano da un lato lodare il presidente russo Vladimir Putin e il sindaco di Mosca Sergej Sobjanin, dall’altro denunciare l’oppositore Aleksej Navalnyj e gli Stati Uniti e difendere la Siria. In media un cosiddetto “autore” scriveva 100 commenti al giorno.

“Dovevamo registrarci su diversi forum con nomi diversi e scrivere commenti”, ha raccontato uno degli ex dipendenti a Novaja Gazeta Europa. “Ci venivano forniti i link dei forum su cui scrivere e i temi su cui scrivere. Ho lavorato nell’estate del 2013 e ho scritto di Navalnyj in alcuni forum di Novosibirsk. Un altro collega mi rispondeva e inscenavamo delle litigate”.

Ma c’erano anche “prigozhiniti” inviati come spie a lavorare per giornali indipendenti, ad esempio per la redazione di Novaja Gazeta a Mosca o di Fontanka a San Pietroburgo.

Un altro ex “troll” ha spiegato che esisteva un dipartimento speciale dedicato alla falsificazione delle notizie: “Si chiamava “Esclusive”. Solo una notizia su dieci non era creata su misura lì. Il resto erano notizie false, nella migliore delle ipotesi commissionate, pura invenzione. Era semplicemente pazzesco. Non avete idea di quale fosse il livello. C’erano persone a cui era stato affidato il compito di “far fuori” qualcuno. C'era anche una categoria separata di dipendenti: gli “stringer”. Questi dovevano spiare un soggetto, pedinarlo, filmarlo di nascosto e così via. Uno di loro, ogni volta, dopo una missione del genere, veniva e sputava e alla fine si è licenziato abbastanza rapidamente”.

Qualcun altro invece ha raccontato: “Praticamente nessuno credeva in quello in cui scriveva. Una mia conoscente si è licenziata nel bel mezzo del caso Ivan Golunov (il giornalista incriminato per spaccio di droga, poi prosciolto e persino risarcito, ndr) perché era stata costretta a “farlo fuori”. Ha lasciato il lavoro in lacrime”.

Nel 2017 i troll hanno promosso la candidatura di Donald Trump alle presidenziali statunitensi, nel 2018 quella di Putin alle presidenziali russe e in estate la sua contestata riforma delle pensioni con ben 58mila commenti positivi giornalieri.

La copertura dell’offensiva in Ucraina

Nel marzo 2022 è nato un nuovo progetto: una “fabbrica” di commenti a sostegno dell’offensiva in Ucraina. Nell’autunno invece i compiti erano cambiati. Ogni testata di Patriot “doveva scrivere 4-5 notizie regolari riguardo quasi ogni post” di Prigozhin, il “proprietario”, come viene spesso chiamato nei racconti degli ex dipendenti. E poi c’era il portale “Notizie Nevskij” che invece doveva criticare il governatore di San Pietroburgo Aleksandr Beglov.

Alcuni nomi erano tabù: gli “scienziati politici che imprecavano contro le compagnie militari private”, l’acerrimo nemico di Prigozhin, l’ex ministro della Difesa di Donetsk Igor “Strelkov” Girkin, e il suo quasi omonimo, il produttore musicale Iosif Prigozhin, intercettato mentre inveiva contro l’offensiva in Ucraina. “Suppongo che il proprietario non volesse davvero che il suo cognome fosse associato con Iosif”, ha raccontato un ex dipendente a Bumaga.

La maggior parte delle persone che lavorava al servizio della macchina della propaganda di Prigozhin erano però tutt'altro che zelanti fan di Putin. “Era principalmente gente che voleva uno stipendio stabile in contanti”, ha raccontato a Bumaga una donna che ha lavorato a Ria Fan dal 2019 al 2022. Tra i suoi colleghi, ha detto, alcuni erano persino simpatizzanti di Navalny.

Eppure erano tutti pienamente consapevoli del fatto che molte storie fossero inventate. Come le finte interviste con gli abitanti del Donbass. “La maggior parte delle persone che appariva in tali storie come "vittime" delle forze armate ucraine erano assunte. Questi personaggi inventati ripetevano commenti pre-memorizzati, si spremevano le lacrime. Il cameraman parlava con loro dietro le quinte e li istruiva: ‘Rallenta’ o ‘Ripeti’”.

Quel cortocircuito tra finzione e realtà si è materializzato con tutta la sua forza il 24 giugno quando, nel bel mezzo della marcia di Wagner su Mosca, le redazioni di Prigozhin sono state perquisite dai servizi di sicurezza Fsb. “Mi ha ricordato un film sul generale Franco o sul bunker di Hitler, anche se io sono contro il nazismo e quel genere di merda”, ha raccontato a Bumaga Vladimir Jagudaev, ex manager del canale Telegram “Politika Segodnja”.

“Da un lato, pubblicavamo i discorsi di Prigozhin sui social network, le notizie su di lui, simpatia per le sue azioni e posizioni, e dall'altro l'agenzia Roskomnadzor iniziava a bloccarci. Ma continuavamo a cercare vie d'uscita e, a dirla tutta, ci stavamo anche preparando ad andare in prigione per un breve periodo”.

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