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Elezioni anticipate in Uzbekistan, Mirziyoyev rieletto presidente con l’87% dei voti

Il presidente uzbeko rieletto Mirziyoyev

 (reuters)
Il risultato delle elezioni, convocate con tre anni di anticipo dopo un referendum costituzionale che ha esteso la durata del mandato del capo dello Stato, ampiamente previsto. Il neoeletto presidente correva contro tre candidati di facciata
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TBILISI - Un plebiscito per Shavkat Mirziyoyev, rieletto presidente dell’Uzbekistan con l’87% dei voti. Uno scenario largamente previsto. Per il Paese più popoloso dell’Asia centrale, dopo una stagione di riforme, in realtà limitate al settore economico ma che aveva acceso in Occidente alcune speranze di relativa apertura democratica, si apre una fase di consolidamento autoritario.

Le elezioni, convocate con tre anni di anticipo, arrivano alla fine di un processo avviato lo scorso aprile. L’approvazione del referendum costituzionale, che ha esteso la durata del mandato del capo dello Stato - rinnovabile una volta - da cinque a sette anni, aveva aperto la strada a un “azzeramento” della carriera di Mirziyoyev, permettendogli così di concorrere per altri due incarichi nel nuovo assetto istituzionale.

Espediente che altri hanno usato prima di lui, dal russo Vladimir Putin, al bielorusso Alexander Lukashenko, fino al tagiko Emomali Rahmon, e prima ancora dal suo predecessore alla guida …

TBILISI - Un plebiscito per Shavkat Mirziyoyev, rieletto presidente dell’Uzbekistan con l’87% dei voti. Uno scenario largamente previsto. Per il Paese più popoloso dell’Asia centrale, dopo una stagione di riforme, in realtà limitate al settore economico ma che aveva acceso in Occidente alcune speranze di relativa apertura democratica, si apre una fase di consolidamento autoritario.

Le elezioni, convocate con tre anni di anticipo, arrivano alla fine di un processo avviato lo scorso aprile. L’approvazione del referendum costituzionale, che ha esteso la durata del mandato del capo dello Stato - rinnovabile una volta - da cinque a sette anni, aveva aperto la strada a un “azzeramento” della carriera di Mirziyoyev, permettendogli così di concorrere per altri due incarichi nel nuovo assetto istituzionale.

Espediente che altri hanno usato prima di lui, dal russo Vladimir Putin, al bielorusso Alexander Lukashenko, fino al tagiko Emomali Rahmon, e prima ancora dal suo predecessore alla guida dell’Uzbekistan, Islam Karimov. I più critici nei confronti di Tashkent temono che proprio a quella di quest’ultimo possa assomigliare la parabola di Mirziyoyev: da leader innovatore a brutale autocrate.

Il neoeletto presidente correva contro tre candidati di facciata, per lo più sconosciuti al grande pubblico, impiegati con l’obiettivo di dare una parvenza di competitività a una consultazione che ne era del tutto priva. L'affluenza alle urne è stata di quasi l'80% dei 19,6 milioni di elettori registrati nel Paese.

“Mirziyoyev ha consolidato il potere nelle sue mani e, non c’è alcun dubbio, lo attendono altri quattordici anni di presidenza”, osserva Temur Umarov, ricercatore del Carnegie Endowment for International Peace ed esperto di Asia centrale. “All’inizio, è vero, ci sono state diverse riforme, ma l’élite che governa l’Uzbekistan non ha mai fatto promesse di democratizzazione. Si tratta di qualcosa che alcuni osservatori esterni pensavano potesse essere il futuro del Paese, ma l’Uzbekistan non ne ha mai fatto menzione”.

Oggi, nessuno lo crede più. “Durante il primo mandato di Mirziyoyev, e parzialmente nel secondo, abbiamo visto una trasformazione da una dittatura [l’eredità di Karimov, ndr] a un regime autoritario. Adesso si intende costruire un regime autoritario moderno. Ciò vuol dire che da un lato, il Paese sarà più aperto e libero di quanto non lo sia mai stato con Karimov, ma allo stesso tempo non bisogna aspettarsi ulteriori passi in avanti”. Questo è il “Nuovo Uzbekistan” promesso da Mirziyoyev.

Il presidente russo Vladimir Putin si è congratulato al telefono con il leader centroasiatico per la “convincente” rielezione, ha riportato l’agenzia Tass. I rapporti tra la Russia e l’Uzbekistan restano stretti, nonostante la guerra in Ucraina abbia costretto il Paese, come altri dell’area, a camminare su un filo. Una posizione dichiaratamente neutrale, volta a non creare fratture con il Cremlino ma senza irritare l’Occidente, con cui intende consolidare i legami economici.

Nell’aprile 2022, l’allora ministro degli Esteri Abdulaziz Kamilov, che aveva dichiarato che l’Uzbekistan riconosceva “l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina”, sottolineando come non riconoscesse al contrario le cosiddette “Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk”, era stato allontanato repentinamente dall’incarico. Una mossa obbligata, sostengono numerosi retroscena, per placare l’ira di Mosca. Il Cremlino ha le sue leve e sa come utilizzarle.

Un mese fa, l'Uzbekistan ha siglato un accordo con Gazprom per l'acquisto di 2,8 miliardi di metri cubi di gas naturale all'anno per i prossimi due, con l’obiettivo di prevenire la penuria osservata l’inverno scorso, passibile di provocare pericolosi malumori popolari. Il Paese è ricco di risorse, e potrebbe agevolmente sopperire ai bisogni interni, pur continuando ad esportare gas in Cina.

All’epoca della crisi energetica, diversi media locali avevano ipotizzato che la crisi non fosse stata solo provocata dalla malagestione, ma da una cospirazione ad opera di dirigenti uzbeki con legami comprovati con Gazprom. In ogni caso, l’accordo è a tutto vantaggio di Mosca, economicamente e politicamente.

Un messaggio di apprezzamento è arrivato anche da Pechino. Il presidente Xi Jinping, come riportato dall'agenzia di stampa statale Xinhua, ha voluto sottolineare come i legami bilaterali tra la Cina e l’Uzbekistan siano stati investiti da un enorme sviluppo durante i loro incarichi. Una realtà innegabile: fin dal lancio della Nuova via della seta (BRI), nel 2013, la sua collocazione geografica ha fatto dell'Uzbekistan un partner geopolitico di fondamentale importanza per la Cina.

Congratulazioni per Mirziyoyev anche dai Paesi dell’area centroasiatica, dalla Bielorussia, dall’Iran e dall’Azerbaigian. Manca all’appello, almeno per il momento, qualsiasi leader occidentale. Perché una cosa è fare affari, un’altra è celebrare un autocrate proiettato verso la presidenza a vita.

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