Patrick Zaki: “Ora Italia e Ue insistano con l’Egitto sui diritti umani”
di Francesca Caferri e Anna Lombardi«Bello essere qui, vi ringrazio per quanto avete fatto per me». L’attivista dei diritti umani Patrick Zaki, tornato in Italia dopo tre anni d’assenza (22 mesi trascorsi in carcere) dopo aver ottenuto la grazia dal presidente egiziano al-Sisi, ieri nella redazione di Repubblica ha voluto ringraziare il giornale che ha tanto sostenuto la sua causa. «Ci siamo battuti per te con i nostri articoli ed è un piacere ed un onore averti con noi», lo ha accolto il direttore Maurizio Molinari, per poi introdurlo ai colleghi impegnati nella riunione del mattino, prima di invitarlo nel suo ufficio per un colloquio dove si è discusso della situazione attuale egiziana e di prigionieri politici, di impegni futuri e di sogni da realizzare.
A che punto è l’Egitto nell’ambito dei diritti umani?
«Sebbene ci siano state numerose recenti liberazioni, in carcere restano ancora tanti accusati di reati d’opinione e fra questi mi preme ricordare Alaa Abdel Fatah e Ahmed Douma. Io sono libero, ma se il regi…
«Bello essere qui, vi ringrazio per quanto avete fatto per me». L’attivista dei diritti umani Patrick Zaki, tornato in Italia dopo tre anni d’assenza (22 mesi trascorsi in carcere) dopo aver ottenuto la grazia dal presidente egiziano al-Sisi, ieri nella redazione di Repubblica ha voluto ringraziare il giornale che ha tanto sostenuto la sua causa. «Ci siamo battuti per te con i nostri articoli ed è un piacere ed un onore averti con noi», lo ha accolto il direttore Maurizio Molinari, per poi introdurlo ai colleghi impegnati nella riunione del mattino, prima di invitarlo nel suo ufficio per un colloquio dove si è discusso della situazione attuale egiziana e di prigionieri politici, di impegni futuri e di sogni da realizzare.
A che punto è l’Egitto nell’ambito dei diritti umani?
«Sebbene ci siano state numerose recenti liberazioni, in carcere restano ancora tanti accusati di reati d’opinione e fra questi mi preme ricordare Alaa Abdel Fatah e Ahmed Douma. Io sono libero, ma se il regime egiziano vuole davvero dimostrare apertura e cambiamento, conceda la grazia anche ai tanti in prigione per gli stessi motivi. Ci sono anche altre questioni da risolvere: la detenzione preventiva, ad esempio, dura anni e in un Paese dove si finisce in carcere anche solo con un post su Facebook, è un problema serio. Anche le condizioni di chi è attivo in ambiti di società civile devono migliorare. Penso ai miei colleghi di Eipr, l’Egyptian Initiative for Personal Rights, colpiti dal divieto di viaggio a causa del loro impegno. Il Consiglio di Dialogo Nazionale sta tentando di fare progressi, ma a oggi vediamo pochi fatti concreti. Ospite in un giornale come il vostro non posso poi certo dimenticare i limiti imposti alla libertà di stampa».
Ha ricordato Alaa Abdel Fatah e Ahmed Douma, perché proprio loro?
«Leader della rivoluzione del 2011, sono figure molto note, hanno davvero ispirato la mia generazione. Fatah è chiamato il “Gramsci della nostra era”, un intellettuale che anche dal carcere continua a scrivere e ad investigare. Ha appena pubblicato un libro importante e molto informato. Douma è invece la persona accusata di reati d’opinione che sta da più tempo in carcere, 11 anni. Mi è molto caro, è stato mio compagno di cella. Non vede sua madre, anziana e troppo malata per affrontare il viaggio fino al carcere, da anni. Bisogna trovare una soluzione per il rilascio di tutti gli altri oppositori».
Ci parli della sua esperienza in carcere...
«È stata molto dura. Ho sofferto il tempo che non passava mai e la lontananza dai miei cari. Temevo di non avere più futuro, di non poter terminare gli studi, di perdere ogni cosa. Chi finisce in carcere ne esce cambiato e io sto lavorando duro per tornare a essere la persona che ero prima: dopo tanto tempo rinchiuso, anche solo aprire la porta e uscire, essere socievole, affrontare la gente è difficile. Il paradosso è che mi hanno arrestato per aver scritto un articolo sulla minoranza copta e molte delle cose che denunciavo sono state poi migliorate dallo Stato. E allora mi chiedevo: “Se è evidente che non funzionavano, perché mi hanno arrestato per averne parlato?”»
Già, qual è la situazione della minoranza copta, di cui al-Sisi si presenta come grande difensore?
«Dei progressi ci sono stati. Ad esempio, leggi che gli permettono di costruire nuove chiese. O sulle questioni di eredità: le donne non devono più sottostare alle regole della Sharia, che privilegia i maschi, e possono avere la loro parte secondo la legge copta. Ma le discriminazioni restano: in tribunale, per dire, la parola di un copto vale meno di quella di un musulmano ed è inaccettabile. C’è ancora molto da fare per loro e per tutte le altre minoranze religiose che vivono in Egitto».
Ora riprenderà la sua attività di attivista? E da dove?
«Il carcere non ha cambiato nulla, non farò passi indietro. Voglio riprendere i miei studi in Italia proseguendo il mio percorso accademico nell’ambito dei diritti umani, miro a un dottorato, lo sto preparando ma dovrò competere con ottimi colleghi. Voglio vivere fra Egitto e Italia, i miei due paesi, battendomi per chi ne ha bisogno. Userò la mia visibilità per parlare in nome di chi non può farlo».
Si aspetta che l’Italia, l’Europa, l’aiuteranno a ottenere la liberazione dei suoi compagni?
«Istituzioni italiane ed europee, così sensibili alla causa dei diritti umani, possono davvero convincere l’Egitto a fare di più. Il mio caso lo dimostra. È stata la mobilitazione degli italiani ad avermi fatto ottenere la grazia. È da qui che si deve tornare a chiedere all’Egitto di rilasciare i prigionieri di coscienza e concedere libertà di parola, stampa, studio: ogni tipo di libertà».
Eppure il suo rifiuto di rientrare in Italia su un volo di stato ha scatenato aspre polemiche...
«Nessun attivista indipendente può accettare qualcosa da un governo, nemmeno quando si tratta di offerte generose. E poi non sono nemmeno un cittadino italiano, non potevo certo salire su un volo pagato dai contribuenti. Sono venuto in economy pagando di tasca mia. Una scelta che rifarei».
A giorni tornerà in Egitto per sposarsi: non ha paura?
«Perché dovrei averne? È finita, mi hanno graziato e non possono accusarmi di nulla, non ho fatto niente di male! Il matrimonio è un passo importante per me e per la mia fidanzata, che mi ha sostenuto e aspettato tutto questo tempo. Vogliamo dei figli, una vita normale, stabilità. Ma so già quando torno da voi: il prossimo 20 settembre, finita la luna di miele»
Cosa sogna per l’Egitto?
«Libertà e progresso. E mi batterò anche perché questo avvenga anche in altri paesi».
Si aspettava il grande abbraccio di Bologna?
«È stata una grande emozione. La città ha considerato la mia liberazione come una sua vittoria. Essere sul palco di Piazza Maggiore è stato uno dei momenti migliori della mia vita. Devo moltissimo alla mia Università».
E quando si deciderà ad imparare l’italiano?
«Lo stavo studiando quando mi hanno arrestato e in cella non ho più avuto occasione di praticarlo. Ora riprenderò i corsi e la prossima intervista la faremo nella vostra magnifica lingua».