Islam, terrore e crematori: Melitopol è diventata la fortezza dei ceceni e allarma anche Putin
dalla nostra inviata Brunella GiovaraIl leader ceceno Ramzan Kadyrov
ZAPORIZHZHIA – A Melitopol c’è una bambina stracciata che chiede l’elemosina, e saluta dicendo “Salam Aleikum”, con un piccolo inchino al russo invasore. Ma più che russi, a Melitopol ci sono i ceceni dell’esercito di Ramzan Kadyrov, e anche intorno alla città, a difenderla dall’offensiva ucraina che spera di arrivare fin lì, e poi alla Crimea. E non c’è solo lei a doversi inchinare. Nei negozi e per strada, i “kadyrovtsy” pretendono sottomissione, per sé e per la propria religione. La città che pure era aperta al mondo, e vantava la presenza di 120 nazionalità diverse (e molte fedi), ora teme e rischia una islamizzazione forzata.
I pochi rimasti, veramente. Erano 150mila abitanti, ora sono forse 50mila, e vivono come si vive sotto occupazione. Come a Melitopol e Berdyansk, con la lingua russa imposta a scuola, negli ospedali, negli uffici pubblici, ovunque. Le elezioni farsa, dove si vota sotto minaccia, le retate per catturare gli oppositori, che ci sono ancora. Le bombe artigi…
ZAPORIZHZHIA – A Melitopol c’è una bambina stracciata che chiede l’elemosina, e saluta dicendo “Salam Aleikum”, con un piccolo inchino al russo invasore. Ma più che russi, a Melitopol ci sono i ceceni dell’esercito di Ramzan Kadyrov, e anche intorno alla città, a difenderla dall’offensiva ucraina che spera di arrivare fin lì, e poi alla Crimea. E non c’è solo lei a doversi inchinare. Nei negozi e per strada, i “kadyrovtsy” pretendono sottomissione, per sé e per la propria religione. La città che pure era aperta al mondo, e vantava la presenza di 120 nazionalità diverse (e molte fedi), ora teme e rischia una islamizzazione forzata.
I pochi rimasti, veramente. Erano 150mila abitanti, ora sono forse 50mila, e vivono come si vive sotto occupazione. Come a Melitopol e Berdyansk, con la lingua russa imposta a scuola, negli ospedali, negli uffici pubblici, ovunque. Le elezioni farsa, dove si vota sotto minaccia, le retate per catturare gli oppositori, che ci sono ancora. Le bombe artigianali di chi resiste, e quindi le rappresaglie. Così dal 1° marzo 2022, perché fin dall’inizio dell’operazione speciale voluta da Putin tra gli obiettivi c’era naturalmente la “città del miele”, famosa anche per certe ciliegie che gli occupanti si mangiano da due estati. Ma ora Putin si ritrova a dover gestire la presenza dei ceceni, sgraditi a tutti, persino al suo esercito.
Il presidente Zelensky in visita nella regione di Donetsk
Scontri interni
Lo scorso 15 agosto i cittadini hanno assistito o sentito una sparatoria, che è andata avanti un bel po’. Nel parco Gorky, proprio sotto la Torre di Pisa, che è nella piazza dedicata all’Italia. Sembra tutto surreale, ma è così. Esiste questa riproduzione del monumento celebre, alta circa 10 metri, e da poco restaurata. Lo scontro, a colpi di granate e kalashnikov, ha visto opposti gli uomini di Kadyrov, e alcuni daghestani inquadrati nell’esercito. In tutto, venti morti, più i feriti. Guerra tribale, si potrebbe dire. Il 16 luglio c’era stata un’altra sparatoria, un gruppo di soldati russi ubriachi aveva aggredito agenti dell’FSB e della polizia. E l’11, la polizia aveva ucciso un militare dell’Ossezia.
La “kommandantur” ha il suo da fare, anche perché spesso ci sono attentati, e la pronta caccia agli esecutori. L’11 agosto è scomparso Sergij Chunchenko, che lavorava in un villaggio turistico. “L’hanno portato via al campo sportivo”, ha denunciato la sua famiglia su Telegram. Più che una denuncia, un appello, “qualcuno l’ha visto?”, perché poi arriva la vendetta. Ma due settimane dopo si è avuta la certezza: un video dell’FSB, con la confessione dell’uomo. E qualche giorno fa, l’arresto di Oleksij Poradienkin e di Sergij Dzuamka, “terroristi reclutati dal servizio segreto ucraino”, sospettati di aver fatto saltare in aria l’auto del sindaco di Kirilovka, e già deportati in Russia. E la Rosgvardia ha da poco arrestato “52 sospetti per aver aiutato i nazionalisti ucraini, trovando anche depositi di armi”, una notizia lanciata dall’agenzia Interfax.
L’occupazione cecena
Ma l’occupazione dei ceceni è potente, e violenta, più di quella dell’esercito. Il battaglione Yug-Akhmat, accampato in città, è comandato da Musa Borziev Zveroboy, uno che Kadyrov definisce “amico fraterno”. Dice anche che combatteranno fino alla morte, cadendo sul posto, pur di non cedere la città. “Fratello” Musa Borziev intanto si pavoneggia in una divisa americana, recuperata chissà dove, e si fa riprendere mentre perquisisce personalmente case poverissime, in cerca delle prove (che trova sempre). È il destino di tutte le città ucraine, ritrovarsi di nuovo occupate, dopo l’operazione Barbarossa del 1941, Hitler che invadeva l’Unione Sovietica (e l’Ucraina era importante per il grano e il bacino minerario di Donetsk). Melitopol venne poi liberata il 23 ottobre del 1943, non ne rimaneva molto in piedi.
“Ormai è una città prigione”, dice il sindaco in esilio, Ivan Fedorov, che venne rapito (non voleva togliere la bandiera ucraina dal municipio) e rilasciato in uno scambio di prigionieri. “Nessuno può lasciare la città, che è ormai una base militare russa, una vera fortezza. La gente non ha medicine, non ha aiuti. Loro controllano tutti con la paura, infatti può lavorare solo chi prende il loro passaporto. Un sistema per costringerli a ubbidire”. E chi non lavora, muore di fame. “Ci sono molti bambini che chiedono l’elemosina, lo so. E dicono Salam Aleikum, purtroppo”. E dai messaggi che riceve, emerge “l’atteggiamento di disprezzo dei kadyrovtsy verso le donne ucraine”. Una, scomparsa il 23 agosto, ritrovata morta, si chiamava Xenia Kirpik e la famiglia l’ha cercata ovunque. Non sappiamo cosa le sia successo, possiamo però immaginarlo.
La legge del terrore
Sui canali Telegram si legge il terrore per la scomparsa delle persone, le uccisioni, il fumo nero che la sera invade la città: “Non possiamo più tenere le finestre aperte, qui nel quartiere ‘Collina d’oro’. Hanno messo su questo crematorio, c’è un odore tremendo che ci spaventa”. I russi bruciano i morti, e sono i feriti che non sono sopravvissuti, perché i morti di solito li lasciano sul campo. Una donna anziana di Novopetrivka ha mandato un messaggio, raccontando di averli in casa, e di dover cucinare per loro, come una serva. “Il comando è qui, nelle mie stanze, dove hanno piazzato un impianto satellitare con molti cavi. I soldati sono nelle casette vicine. Adesso sono usciti per andare a Tokmak. Spero che muoiano tutti”.