Niger, la giunta chiude la missione Ue e fa accordi con la Russia per la difesa
di Gianluca Di FeoL'ultima casella nello scacchiere del Sahel rischia di venire occupata da Mosca, permettendo al Cremlino di raggiungere un successo strategico nella regione chiave per il controllo dell'Africa centrale. Dopo i golpisti del Mali e del Burkina Faso, anche quelli del Niger paiono decisi a tagliare le relazioni con l'Occidente e aprire le braccia ai russi. Ieri infatti la giunta dei generali che ha preso il potere a fine luglio ha compiuto due passi determinanti. Ha chiuso la missione europea Eucap, che da anni si occupava di addestrare i soldati nigerini nella lotta contro i gruppi jihadisti. E ha ricevuto a Niamey una delegazione russa guidata dal viceministro della Difesa, il generale Lounous-Bek Evkourov: l'uomo che ha raccolto l'eredita' di Evgenij Prigozhin nelle manovre africane di Mosca. Kourov ha incontrato il ministro della Difesa, il generale Salifou Mody, per discutere la collaborazione militare tra i due Paesi alla presenza di numerosi ufficiali.
L'ultima casella nello scacchiere del Sahel rischia di venire occupata da Mosca, permettendo al Cremlino di raggiungere un successo strategico nella regione chiave per il controllo dell'Africa centrale. Dopo i golpisti del Mali e del Burkina Faso, anche quelli del Niger paiono decisi a tagliare le relazioni con l'Occidente e aprire le braccia ai russi. Ieri infatti la giunta dei generali che ha preso il potere a fine luglio ha compiuto due passi determinanti. Ha chiuso la missione europea Eucap, che da anni si occupava di addestrare i soldati nigerini nella lotta contro i gruppi jihadisti. E ha ricevuto a Niamey una delegazione russa guidata dal viceministro della Difesa, il generale Lounous-Bek Evkourov: l'uomo che ha raccolto l'eredita' di Evgenij Prigozhin nelle manovre africane di Mosca. Kourov ha incontrato il ministro della Difesa, il generale Salifou Mody, per discutere la collaborazione militare tra i due Paesi alla presenza di numerosi ufficiali.
I generali nigerini sono stati isolati dalla comunità internazionale dopo il putsch e l'arresto del presidente democraticamente eletto Bazoum, subendo il blocco degli aiuti economici e dell'assistenza alle forze armate. Subito la giunta ha manifestato ostilità contro la Francia e ordinato l'espulsione del contingente di Parigi, forte di oltre mille soldati che completeranno il ritiro entro pochi giorni. E ha stretto un patto di soccorso reciproco con gli ufficiali al potere in Mali e Burkina Faso, sostenuti dai mercenari russi.
Ma il presidente Tiani aveva finora tenuto lontani gli emissari del Cremlino, lanciando segnali di disponibilità verso gli Stati Uniti, che hanno mantenuto due basi nel Nord fondamentali per le ricognizioni dei droni, e verso l'Italia, che non ha smobilitato la missione a Niamey. I generali hanno fatto sapere a Roma che la ripresa dei programmi di istruzione - che negli scorsi anni hanno addestrato migliaia di soldati e gendarmi nigerini - sarebbe gradita e addirittura ne hanno sollecitato il potenziamento. Poche settimane fa hanno persino premiato l'addetto militare della nostra ambasciata con una medaglia per "il contributo alla cooperazione tra le due nazioni". In maniera discreta, anche la Casa Bianca ha auspicato un nuovo ruolo dell'Italia in Niger che permettesse di conservare una presenza occidentale, accompagnasse i golpisti in una roadmap verso le elezioni e tenesse fuori i russi. Ma dal governo Meloni non sono arrivate risposte, né risultano iniziative diplomatiche su questo fronte.
L'Italia però rischia di pagare il prezzo politico più alto per la crisi nigerina. Una settimana fa i golpisti hanno revocato la legge, introdotta su pressione europea, che puniva l'immigrazione clandestina: una decisione che potrebbe aumentare le partenze verso la Libia e le coste del Mediterraneo. Il provvedimento legislativo era stato interpretato come un ultimatum dei generali all'Europa. La situazione nel Paese infatti continua a peggiorare, inasprendo le condizioni economiche mentre le milizie jihadiste aumentano gli attacchi.
Ed ecco irrompere sulla scena l'inviato di Putin: Lounous-Bek Evkourov, l'ex parà veterano di tutte le guerre e leader politico del Caucaso, che sa come convincere gli ufficiali africani. Se gli europei offrono addestratori, i russi mettono sul tavolo dei negoziati combattenti, aerei ed elicotteri pronti ad affrontare subito la guerriglia islamista. E sotto il tavolo prospettano la spartizione dei proventi delle miniere e di ogni altra sorgente di ricchezza. Argomenti che hanno già fatto breccia in cinque nazioni dell'Africa.
La partita che si apre in Niger sarà più dura. Da lì infatti la Francia importa un terzo dell'uranio per le sue centrali nucleari. E la Base 201 nel deserto di Agadez garantisce ai droni americani la sorveglianza in due continenti. Due risorse strategiche che non possono cedere ai legionari del Cremlino.