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Da Bucha a Mariupol, i traumi di soldati e civili dopo due anni di guerra: “Il dolore non passerà mai”

Anatoliy Basenko (foto di Vadim Moiseenko)

 
Suicidi e sindrome post-traumatica sono in aumento, come il ricorso alle cure degli specialisti. E c’è chi deve fare i conti con gli incubi di Bucha e Mariupol
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KIEV – Fosse per lui, tornerebbe al fronte “domani”. Ma i medici gli hanno detto che il mortaio gli ha strappato un pezzo troppo grande della gamba, che l’amputazione “è troppo alta”. E allora Anatoliy Basenko ha deciso di occuparsi dei veterani come lui. Preferisce stare con chi ha visto la morte in faccia e non dimentica niente. Anche perché, ci confessa, “noi veterani non siamo molto accettati dalla società. Qui a Kiev la guerra è lontana. E gli ucraini vedono in noi la guerra. Non la vogliono vedere”. Lo ha capito quest’estate, quando andava in giro in pantaloncini, quando la sua protesi si vedeva e “tanti mi guardavano male”.

I giorni dell’Azovstal

Entrando nel suo minuscolo bar appena fuori dal centro di Kiev, è chiaro da subito che il ventinovenne è reduce da una delle più feroci battaglie contro i russi, quella dell’acciaieria di Azovstal. Il locale è tappezzato di simboli del battaglione Azov: Anatoliy è un sopravvissuto del sanguinoso assedio di Mariupol. “Mi ero già ar…

KIEV – Fosse per lui, tornerebbe al fronte “domani”. Ma i medici gli hanno detto che il mortaio gli ha strappato un pezzo troppo grande della gamba, che l’amputazione “è troppo alta”. E allora Anatoliy Basenko ha deciso di occuparsi dei veterani come lui. Preferisce stare con chi ha visto la morte in faccia e non dimentica niente. Anche perché, ci confessa, “noi veterani non siamo molto accettati dalla società. Qui a Kiev la guerra è lontana. E gli ucraini vedono in noi la guerra. Non la vogliono vedere”. Lo ha capito quest’estate, quando andava in giro in pantaloncini, quando la sua protesi si vedeva e “tanti mi guardavano male”.

I giorni dell’Azovstal

Entrando nel suo minuscolo bar appena fuori dal centro di Kiev, è chiaro da subito che il ventinovenne è reduce da una delle più feroci battaglie contro i russi, quella dell’acciaieria di Azovstal. Il locale è tappezzato di simboli del battaglione Azov: Anatoliy è un sopravvissuto del sanguinoso assedio di Mariupol. “Mi ero già arruolato prima dell’invasione del 24 febbraio, ma dopo ho chiesto di unirmi ad Azov”. A marzo era a Mariupol, dove ha combattuto per un mese in città finché i comandanti gli hanno ordinato di andare all’acciaieria. Arrivato sulla riva del Kalmius, mentre copriva gli altri soldati che attraversavano il fiume, ha fatto appena in tempo a sentire il ronzìo dei droni russi. “Un mortaio mi è esploso accanto. Tre compagni sono morti, io ho perso la gamba”. Poi è stato catturato e dopo mesi di prigionia, il 29 giugno del 2022, è stato liberato in cambio di prigionieri russi.

Anatoliy Basenko (foto di Vadim Moiseenko)

 

Se gli chiedi come sta, risponde scrollando le spalle, “ho perso una gamba, e allora?”. Anatoliy non ci crede, agli psicologi. E neanche al fallimento della controffensiva. “Lo dice la propaganda per nascondere i nostri avanzamenti e illudere i russi”. Nel bar entra un uomo, un veterano anche lui, lo saluta con un cenno del capo ma il ventinovenne è troppo concentrato sui suoi pensieri. Ha avuto un bimbo di recente, si chiama Arciom, ma Anatoliy sorride appena, quando lo dice. “So che la maggioranza degli ucraini rinuncerebbe a qualche fetta di territorio pur di vedere finire questa guerra. Ma è chiaro che Zelensky cede un solo fazzoletto di terra ai russi, noi soldati lo appenderemo a Maidan. Combatteremo fino alla morte, anche con i forconi”.

I traumi dei soldati

A ventidue mesi dall’inizio dell’aggressione russa, gli ucraini hanno capito che la guerra sarà lunga. Ma tanti preferiscono ancora rimuovere il dolore e i traumi. Pensano che gli psicologi siano degli strizzacervelli che servono solo ai matti, ci racconta la psicoterapeuta Natalya Bondarenko: “Ciò accade soprattutto tra i soldati, dove prevale il bisogno di mostrarsi duri e inscalfibili. Però devo dire che ultimamente stanno cambiando molte cose, anche al fronte, dove cresce il numero di soldati che si rivolge a noi”. Una sua collega, Oksana Mavrina, ci conferma al telefono che “da nove mesi a questa parte sono aumentati i casi di depressione e di sindrome post-traumatica, cioè da quando è più evidente che il conflitto durerà. E aumentano anche i suicidi, soprattutto tra gli adolescenti. Ma ci sono anche più persone che chiedono un aiuto professionale”.

L’urlo della pittrice

Non tutti rifiutano insomma di farsi aiutare per affrontare l’angoscia della guerra, anche quando non hanno vissuto dei traumi orribili come Anatoliy. È il caso della pittrice Alona Dumbadze, che nei primi giorni dell’invasione, quando Kiev era finita sotto le bombe, era sola nel suo appartamento in periferia. Il figlio era a Varsavia e il marito in viaggio d’affari in Donbass. E Alona ha vissuto settimane di puro terrore: ogni volta che partiva la sirena antiaerea un’ansia incontrollabile la paralizzava. “Mi sentivo come L’Urlo, come l’uomo nel famoso quadro di Munch. Dopo qualche tempo ho chiesto aiuto, sono andata da una psicoterapeuta che mi ha diagnosticato una sindrome post-traumatica e prescritto dei farmaci. E da allora sto meglio, riesco di nuovo a dipingere. Una liberazione”. Alona ha anche provato a raggiungere suo figlio in Polonia, ma poi è tornata in Ucraina. “Voglio stare con la mia gente. Anche se le sirene mi torturano”.

I fantasmi di Bucha

Per capire quanto è profondo il trauma della guerra bisogna tornare a Bucha, uno dei luoghi simbolo della disumana ferocia russa. I battaglioni che passarono in questo ordinato quartiere di casette monofamiliari alle porte di Kiev fecero una mattanza di civili che aprì gli occhi del mondo sulla brutalità delle truppe di Putin. Oggi le tracce delle granate, delle pallottole e della strage sono sparite. Molte case sono state ricostruite, si stagliano tranquille su una fitta coltre di neve. Nulla ricorda più quegli strazianti cadaveri per strada che secondo la disinformazione sistematica dei putiniani russa “si muovevano”.

Uno di quei cadaveri apparteneva ad Oleg Abramov. Per un mese intero la sua famiglia non poté seppellirlo. Il 5 marzo del 2022 sua moglie Irina era in casa con lui quando una granata colpì le loro finestre. Uscirono con le mani alzate e i soldati fecero spogliare nudo Oleg e gli spararono alla testa. Irina cominciò a urlare, “ammazzate anche me”. Fu salvata dal padre che la trascinò dentro casa. E il corpo di Oleg rimase lì, per strada, “la sua faccia non c’era più”, maciullata dagli spari, ricorda Irina.

Irina Abramova (foto di Vadim Moiseenko)

 

La incontriamo davanti al portone dov’è successo tutto, dove Oleg è rimasto un mese a marcire per la sadica crudeltà dei russi. Irina e suo padre sono ancora ospiti di una vicina finché la loro casa sarà finita. La seguiamo nella sua nuova casa, “l’abbiamo ricostruita grazie agli americani, alle donazioni di Warren Buffett”, ci racconta, ed è l’unica volta che un sorriso le illumina brevemente il volto contratto dal dolore. In giardino c’è ancora il sidecar di Oleg, quasi sepolto dalla neve. Dentro casa è tutto ancora bianco, immacolato, e Irina ci mostra i tubi scoperti: “Aspettiamo l’allaccio da mesi”, borbotta.

Irina Abramova (foto di Vadim Moiseenko)

 

Irina ci racconta lentamente l’orrore che ha vissuto, la voce ogni tanto le si spezza. Ma quando le chiediamo se ha visto uno psicologo, quasi si indigna: “Mica sono matta. Sì, ho parlato con qualcuno un paio di volte. Ma tanto questo dolore non andrà mai più via”. Con Oleg era stata talmente felice per 17 anni che non sa se lo sarà mai più. “L’unica cosa che so è che voglio che la guerra finisca. Ma soprattutto, voglio che i russi paghino per tutto quello che hanno fatto”.

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