Emirati, Turchia e Russia: chi comanda davvero nel continente africano
di Gianluca Di FeoMentre a Roma si evoca Enrico Mattei, a Bengasi il plenipotenziario di Putin discute con il Maresciallo Haftar l’apertura di una base della flotta russa. È la quarta volta in sei mesi che il viceministro della Difesa Yunis-Bek Yuvkerev va in Cirenaica, mettendo sul tavolo soldi, armi e mercenari. Il generale che ha ereditato il ruolo di Evgenji Prigozhin ha completato il risiko iniziato dalla Wagner: ha firmato accordi in Niger, Ciad, Mali prendendo il controllo della rotta chiave delle migrazioni. Mosca non è l’unica a farsi largo in Africa, terra di conquista di nuove potenze regionali o mondiali.
La ritirata Usa decisa dalla presidenza Trump e l’ostilità crescente verso la Francia hanno aperto una corsa tra competitori agguerriti che non lascia spazio alle velleità del governo Meloni. Turchi ed emiratini sono sempre più attivi e spregiudicati, insediandosi dove un tempo sventolava il tricolore. E anche la radicata presenza cinese sta cambiando forma, cercando di tramutare l’ influ…
Mentre a Roma si evoca Enrico Mattei, a Bengasi il plenipotenziario di Putin discute con il Maresciallo Haftar l’apertura di una base della flotta russa. È la quarta volta in sei mesi che il viceministro della Difesa Yunis-Bek Yuvkerev va in Cirenaica, mettendo sul tavolo soldi, armi e mercenari. Il generale che ha ereditato il ruolo di Evgenji Prigozhin ha completato il risiko iniziato dalla Wagner: ha firmato accordi in Niger, Ciad, Mali prendendo il controllo della rotta chiave delle migrazioni. Mosca non è l’unica a farsi largo in Africa, terra di conquista di nuove potenze regionali o mondiali.
La ritirata Usa decisa dalla presidenza Trump e l’ostilità crescente verso la Francia hanno aperto una corsa tra competitori agguerriti che non lascia spazio alle velleità del governo Meloni. Turchi ed emiratini sono sempre più attivi e spregiudicati, insediandosi dove un tempo sventolava il tricolore. E anche la radicata presenza cinese sta cambiando forma, cercando di tramutare l’ influenza economica in potere politico.
La via della Seta ha lastricato di investimenti il Continente - in vent’anni sono passati da una manciata di milioni a cinque miliardi l’anno - condizionando con i debiti la fedeltà a Pechino. Metà delle infrastrutture vengono realizzate da imprese del Dragone, che si dedicano all’esplorazione delle miniere e non hanno remore nel saziare gli appetiti dei cleptocrati locali. Il softpower si sta facendo però più duro e la Repubblica popolare studia la possibilità di installazioni militari: la prima è sorta a Gibuti.
Anche Erdogan cerca di rinverdire i fasti ottomani unendo finanziamenti e grandi opere: il volume degli scambi con l’Africa è cresciuto dai tre miliardi di euro del 2003 a 61 miliardi. L’arma segreta di Ankara sono le soap televisive: si sono imposte ovunque, diventando uno strumento per incidere nelle società. Il dinamismo è testimoniato dall’apertura di 31 ambasciate mentre la Turkish Airlines collega 61 città con Istanbul. Non ci sono solo affari o telenovelas: i turchi sanno usare i soldati per inserirsi nelle crisi.
Quando Tripoli era sotto assedio, nella totale disattenzione del governo Conte, hanno sbarcato una task force che ha sbaragliato la Wagner e l’esercito di Haftar: da quel momento lì comandano loro, con una fregata sempre all’ancora. In maniera altrettanto decisa si sono infilati nello sgretolamento della Somalia: ora a Mogadiscio sono quelli che pesano di più. Due caselle preziose, trampolini di lancio sul Mediterraneo occidentale e sulle rotte del Mar Rosso, che svelano il disegno globale del Sultano. E che hanno ridimensionato l’influenza italiana sulle due ex colonie, dove restano missioni d’addestramento ma appaiamo sempre più tagliati fuori dal grande gioco.
Ci manca la capacità di fare sistema, con aziende come l’Eni che si muovono quasi in solitudine e operazioni militari che non si traducono in risultati politici, con tanti piccoli imprenditori che si arrangiano e un’intelligence che conosce tutto ma raramente viene ascoltata da Palazzo Chigi. Ci mancano le risorse: il piano Mattei prevede fondi irrisori rispetto ai tesori dei rivali. Ci manca l’autorevolezza a Bruxelles per orientare le scelte internazionali dell’Ue, attività in cui Parigi è maestra. Ma soprattutto non c’è una visione condivisa, che dia un respiro di lungo periodo all’interesse nazionale nonostante la rapidità con cui si alternano i governi.
Quello del Sahel è l’esempio più chiaro: l’esecutivo Gentiloni lo aveva imposto come scacchiere cruciale per rallentare il flusso di profughi e contenere i movimenti jihadisti. Siamo riusciti a definire un’intesa con la Francia e indirizzare le iniziative dell’Unione europea. Poi il golpe ci ha obbligato a lasciare il Mali mentre il successivo putsch in Niger ci ha messo davanti l’occasione per assumere un ruolo da protagonisti, prendendo la guida della presenza occidentale e negoziando un percorso di ritorno alla democrazia. Da agosto Roma è rimasta in silenzio e i nigerini si sono rivolti altrove: non solo hanno chiamato Mosca, ma trattano pure con Ankara e gli Emirati. Nel frattempo le partenze verso Lampedusa sono triplicate.
Proprio il pellegrinaggio dei generali nigerini a Dubai mostra i nuovi attori della partita: gli Emirati, ricchi, determinati e disinvolti. Hanno esordito nel conflitto libico, fornendo discretamente droni e contractors al maresciallo Haftar. Poi sono scesi in campo massicciamente in Etiopia per risollevare le sorti di Addis Abeba sotto scacco per la rivolta tigrina. In silenzio hanno costruito una base militare nel Ciad, si sono piazzati nel Somaliland e sono i principali sponsor del generale Hemmeti, il capo delle milizie Rsf che in Sudan hanno scatenato la guerra intestina e ora vengono date come vincenti. Spesso le azioni emiratine sono parallele e convergenti con quelle di Putin, che non a caso hanno accolto trionfalmente un mese fa.
Quella russa resta la campagna d’Africa più sorprendente. Mosca ha fatto leva sul continente per rovesciare l’isolamento diplomatico, incentivando le rivendicazioni del Global South, ed estende la rete di strutture belliche: presto avrà un aeroporto nella Repubblica centroafricana, oltre a quelli disponibili in Cirenaica e nel Ciad. Ai dittatori e ai premier traballanti per le insurrezioni islamiche o le sommosse tribali fanno offerte irrinunciabili: mercenari, elicotteri, mazzette. E dove arrivano, alimentano ogni genere di traffici, dall’oro al petrolio. Il segretario di Stato Antony Blinken la scorsa settimana è volato in Costa d’Avorio e ha messo in guardia dall’accogliere la Wagner: «Sfruttano le persone e le risorse ma creano solo insicurezza». Dopo la fuga dal Sahel, l’Africa occidentale sta diventando l’ultimo bastione per gli Stati Uniti e la Francia. Ma a differenza dei russi, i due Paesi non sono disposti a mandare soldati sul terreno. E quelle comunque sono nazioni dove l’Eni conta molto e l’Italia molto poco.