I paesi golpisti dell’Alleanza del Sahel dicono addio all’Ecowas in risposta alle sanzioni. Senza uno spazio aperto regionale rischio bomba migratoria
di Beatrice BianchiDomenica 28 gennaio i paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel, Mali, Niger e Burkina Faso, annunciano l’uscita dalla Comunità economica degli Stati dell'Africa Occidentale (ECOWAS), a quasi cinquant’anni della sua creazione. Nel comunicato congiunto si legge che i capi di Stato dei tre paesi, tutti militari golpisti, hanno deciso di “prendere le loro responsabilità davanti alla Storia” decidendo nella “piena sovranità” l’uscita immediata dei loro paesi dalla comunità regionale.
“Sovranità” la parola forse più cara ai militari che negli ultimi anni hanno preso il potere in una successione di colpi di Stato in Mali (agosto 2020, poi maggio 2021), Burkina Faso (gennaio 2021, poi settembre 2021) e Niger (luglio 2023). Se le ragioni dietro i putsch in tre dei paesi più poveri del mondo variano, è indubbio che i loro regimi si reggano su un’ideologia populista intrisa di conservatorismo. A Bamako, Ouagadougou e a Niamey le giunte veicolano gli stessi messaggi nazionalisti conservatori, in…
Domenica 28 gennaio i paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel, Mali, Niger e Burkina Faso, annunciano l’uscita dalla Comunità economica degli Stati dell'Africa Occidentale (ECOWAS), a quasi cinquant’anni della sua creazione. Nel comunicato congiunto si legge che i capi di Stato dei tre paesi, tutti militari golpisti, hanno deciso di “prendere le loro responsabilità davanti alla Storia” decidendo nella “piena sovranità” l’uscita immediata dei loro paesi dalla comunità regionale.
“Sovranità” la parola forse più cara ai militari che negli ultimi anni hanno preso il potere in una successione di colpi di Stato in Mali (agosto 2020, poi maggio 2021), Burkina Faso (gennaio 2021, poi settembre 2021) e Niger (luglio 2023). Se le ragioni dietro i putsch in tre dei paesi più poveri del mondo variano, è indubbio che i loro regimi si reggano su un’ideologia populista intrisa di conservatorismo. A Bamako, Ouagadougou e a Niamey le giunte veicolano gli stessi messaggi nazionalisti conservatori, invocando un ritorno ai valori tradizionali e alla religione e rifiutando l'Occidente e in particolare la Francia.
I militari fanno leva sulla frustrazione latente delle loro popolazioni, impoverite da una successione di crisi securitarie segnate dall’avanzata dei gruppi jihadisti e dall’impatto del cambiamento climatico, devastante in quelle terre aride al confine col Sahara. Anni di interventi militari occidentali in appoggio agli eserciti locali hanno portato a risultati mitigati, e questo sembra bastare ai golpisti per fare della Francia e dell’Occidente il capro espiatorio ideale. Se la cooperazione occidentale non ha saputo risolvere i gravissimi problemi che affliggono la regione, nazionalismo e ritorno ai valori tradizionali vengono presentati come l’unica via perseguibile.
E così mentre il “paese degli uomini integri” (significato letterale di Burkina Faso), baluardo della libertà di stampa, vede i suoi attivisti costretti all’arruolamento forzato all’ombra della repressione su sfondo etnico; in Mali le truppe di Wagner insieme all’esercito locale tentano la riconquista del territorio mettendo fine all’Accordo di pace di Algeri che nel 2015 aveva posto le basi, seppur precarie, della convivenza tra le popolazioni del Sud e i movimenti indipendentisti del Nord. In Niger, che negli ultimi anni aveva rappresentato l’ultimo pilastro di stabilità regionale, la giunta militare stenta a nascondere l’avanzata dei gruppi terroristici verso la capitale, e rivolge lo sguardo alla Russia.
La dura condanna dell’Ecowas alla successione di colpi di Stato si è concretizzata in sanzioni economiche considerevoli in conformità con il proprio Protocollo sulla democrazia e la buona governance, nonché del capitolo VIII della Carta delle Nazioni Unite. In Mali la chiusura dei confini è durata circa sei mesi nel 2022 piegando l’economia locale; oggi a quasi tre anni dalla salita al potere del Colonnello Goita le elezioni sono rimandate sine die, mentre a Bamako la fornitura di elettricità è ridotta a poche ore al giorno. In Niger le sanzioni economiche sono entrate in vigore all’indomani del putsch del Generale Tchiani e perdurano. I lavori per la costruzione di importanti infrastrutture di sviluppo economico sono bloccati e l’approvvigionamento di beni e di elettricità dai paesi dell’Ecowas sospeso. La comunità regionale aveva addirittura posto un ultimatum ai golpisti, minacciando un intervento militare se il presidente Bazoum non fosse stato reinsediato.
La decisione di abbandonare la comunità regionale a 49 anni dalla sua creazione è da ricercare in Niger, e nella minaccia di intervento militare che ha costituito il fattore catalizzatore dei governi dei tre paesi. Davanti alle minacce dell’Ecowas Mali e Burkina Faso avevano dichiarato che qualunque azione intrapresa contro il Niger sarebbe stata interpretata come un attacco verso i propri territori. Il 16 settembre 2023 l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) vede la luce. Colpevole di voler imporre le sue regole di democrazia attraverso la minaccia dell’uso della forza e l’impatto delle sanzioni, l’Ecowas diventerà ben presto l’oggetto della propaganda di regime. Accusata di essere ormai divenuta un club elitario di capi di Stato borghesi al servizio della Francia, la comunità regionale è considerata responsabile delle enormi difficoltà in cui versano le popolazioni.
Alla luce dell’evidente degrado della situazione geopolitica, un attento esame del ruolo giocato dall’Occidente e in particolare dalla Francia è oggi doveroso. Mali, Niger e Burkina Faso hanno la libertà di procedere alle loro valutazioni e di scegliere i propri partner economici e militari. Tuttavia, la scelta di uscire dall’Ecowas racchiude in seno delle conseguenze durissime a livello politico ed economico. Privi di sbocco sul mare, penalizzati da un clima arido, i paesi dell’AES sono fondamentalmente dipendenti dalle esportazioni, e dall’accesso ai porti di paesi membri dell’Ecowas per il loro approvvigionamento. La gravissima crisi economica procurata dalle sanzioni non potrà quindi che peggiorare qualora l’uscita dal blocco regionale dovesse concretizzarsi. Inoltre centinaia di migliaia di migranti burkinabé, maliani e nigerini vivono nei paesi dell’Ecowas (pensiamo ai più di 2 milioni di burkinabé in Costa d’Avorio) e attualmente beneficiano dei vantaggi della libera circolazione dei cittadini nello spazio regionale: se la rottura si concretizzerà, i cittadini di Mali, Burkina Faso e Niger non potranno più circolare liberamente nello spazio regionale ma saranno costretti a rivolgere i loro sguardi verso l’Europa.