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Il corpo di Navalny, l’ultimo atto d’accusa contro il potere totalitario del Cremlino

(reuters)

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La morte in cattività dell’oppositore rivela la vera natura del regime che non tollera contropoteri ed è un messaggio anche a noi. Restano le sue parole. “Non c’è vergogna nella scelta di resistere: ma ce n’è molta nel non fare nulla”
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La morte di un oppositore in un carcere di Stato è un atto d’accusa per il regime che lo ha imprigionato: e un rimprovero per il mondo libero che sapeva tutto, e non ha fatto nulla, aspettando soltanto - da spettatore - che ciò che era scritto nella logica inesorabile del potere finisse per compiersi nella realtà. Aleksej Navalny ha così compiuto il suo ultimo gesto di denuncia in solitudine, com’era costretto a fare dall’incarcerazione nel 2021, con un orizzonte prigioniero di trent’anni per l’accumulo di varie condanne. Ha trasformato la morte in una testimonianza estrema della sua irriducibilità nella difesa dei principi violati e dei diritti calpestati, e dell’accanimento del Cremlino nella persecuzione degli avversari, negando loro non soltanto la possibilità di partecipare alla contesa elettorale, ma addirittura lo spazio fisico, materiale, civile per agire, protestare, contestare: e infine vivere. La morte diventa politica, e svela le paure e i soprusi del potere.

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La morte di un oppositore in un carcere di Stato è un atto d’accusa per il regime che lo ha imprigionato: e un rimprovero per il mondo libero che sapeva tutto, e non ha fatto nulla, aspettando soltanto - da spettatore - che ciò che era scritto nella logica inesorabile del potere finisse per compiersi nella realtà. Aleksej Navalny ha così compiuto il suo ultimo gesto di denuncia in solitudine, com’era costretto a fare dall’incarcerazione nel 2021, con un orizzonte prigioniero di trent’anni per l’accumulo di varie condanne. Ha trasformato la morte in una testimonianza estrema della sua irriducibilità nella difesa dei principi violati e dei diritti calpestati, e dell’accanimento del Cremlino nella persecuzione degli avversari, negando loro non soltanto la possibilità di partecipare alla contesa elettorale, ma addirittura lo spazio fisico, materiale, civile per agire, protestare, contestare: e infine vivere. La morte diventa politica, e svela le paure e i soprusi del potere.

Putin non poteva evidentemente permettere che Navalny si muovesse liberamente dentro la società russa, scavandosi un percorso di alternativa radicale al regime, anzi di alterità culturale, politica, addirittura antropologica. Un cittadino che va alle assemblee delle grandi aziende di Stato finite in mano agli oligarchi, e contesta i bilanci, le spese, la gestione. Poi crea il sito RosPil per indagare sugli appalti pubblici, rifare i conti e denunciare i “trucioli” di denaro pubblico che cadono come segatura durante i lavori, e finiscono nelle tasche private. Quindi fa della lotta alla corruzione la sua bandiera attirando attenzione, consenso, appoggio da un numero impressionante di persone, che segnalano casi sospetti, applaudono il disvelamento del malaffare, versano il loro contributo per sostenere l’azione di denuncia, documentata giorno per giorno sul web.

Infine lo scontro inevitabile con il potere. Navalny organizza i primi meeting contro la corruzione davanti a una folla in gran parte di giovani, e rapidamente questi appuntamenti pubblici diventano comizi. “Io mi sono trovato a far politica quasi senza accorgermene”, mi ha detto dieci anni fa nel suo ufficio volante a Mosca, al tavolo di un internet caffè dietro il Kolzò. Una radio chiede al campione della lotta contro i corrotti che cosa pensa di “Russia Unita”, il movimento politico di Putin. “Semplice - risponde lui -: è un partito di ladri e di malfattori”.

È il momento della frattura, insanabile. Il potere scioglie i comizi, ferma i militanti, arresta Navalny che vive in ufficio accanto alla borsa per il carcere, sempre pronta: entra ed esce di prigione, ma la polizia fatica a inseguirlo nella “quarta dimensione”, come la chiama lui, il mondo del web che moltiplica, ingigantisce e rilancia le sue denunce e le sue accuse. Ha inventato un nuovo metodo, ha cambiato il rapporto tra il suddito e lo Zar. Prima le critiche al potere venivano dal dissenso, testimonianza isolata e individuale di intellettuali che per le loro proteste, per gli scritti, per le denunce in Occidente finivano nel gulag dell’età staliniana, e poi nei lager sovietici. Vite spezzate, repressione, oppressione, purghe, omicidi di Stato, con la persecuzione che non finiva mai, anche dopo la fine della carcerazione: salendo le scale della casa di Julij Daniel o di Roy Medvedev a Mosca ancora negli anni di Gorbaciov si incontravano gli uomini del Kgb sul pianerottolo, mentre l’automobile nera aspettava nel cortile, come un avvertimento permanente. Ma con Navalny il dissenso è diventato opposizione, è uscito dalla dimensione individuale, eroica ma testimoniale, ed è diventato un progetto politico con un movimento, un leader, una prospettiva (minoritaria, ma dirompente) di sfida elettorale a Putin.

Il regime non ha tollerato questo salto di qualità. Navalny è stato estromesso dalla corsa elettorale, la sua fondazione contro la corruzione (Fbk) è stata sciolta perché “estremista”: ma non bastava, bisognava cancellare la figura pubblica del grande oppositore. Nel 2020 il mondo ha assistito a una prova di annientamento finale, quando Navalny è stato avvelenato con il Novichok, l’agente nervino che ha causato la morte di figure di spicco della dissidenza. Sopravvissuto con le cure in Germania, Navalny ha deciso di tornare in Russia, dove è stato immediatamente arrestato, e condannato praticamente al carcere a vita. È l’ultimo stadio dell’opposizione, che quando non trova uno sbocco sceglie il sacrificio.

Si può dire che tutta l’azione politica di Navalny a questo punto si raccoglie e si sublima nella testimonianza, nell’evidenza e nella potenza disarmata di un’accettazione al sopruso che non è resa e sottomissione, ma al contrario è pedagogia universale. Navalny si fa puro corpo, costretto dietro le sbarre, e quel corpo prigioniero si trasforma in strumento politico disperato e ostinato. In una parola il corpo dell’oppositore diventa scandalo.

In questo modo il condannato rivela la vera natura del regime. Nella teoria politica il potere che non riconosce i suoi limiti si chiama autoritarismo, se non tollera contropoteri concorrenti è totalitarismo: qui siamo, e la morte in cattività di Navalny è la conferma a cui non possiamo sfuggire, perché è un messaggio al Cremlino, al suo Paese, ma anche a noi. Restano le sue parole. “Non manifestate solidarietà a me ripetendo che siamo tornati ai tempi di Stalin. Concentratevi su un solo pensiero, davvero importante: cosa posso fare personalmente per resistere? Ricordate: non c’è vergogna nella scelta di resistere: ma ce n’è molta nel non fare nulla”.

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