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Haiti, chi sono le tre figure chiave per la transizione sull’isola

(agf)
Da Jimmy “Barbecue” Chérizier, l’ex poliziotto spietato che anima le gang, all’ex senatore Guy Philippe fino al leader dell’opposizione Moïse Jean Charles. Intanto le violenze continuano a Port-au-Prince, in giornata è stato messo a fuoco il penitenziario nazionale
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LIMA – Sono tre gli uomini che hanno in mano il futuro di Haiti. Tre leader diversi, per ruolo e peso politico. In questi drammatici giorni lavorano con le lobby dei grandi commercianti e i deputati in Parlamento. Trattano la formazione del Comitato politico di transizione, composto da sette membri e altri due esterni con diritto di voto, che sostituirà il presidente Ariel Henry, dimissionario, e cercherà di condurre il Paese alle elezioni generali previste sin dal 2020, sempre rinviate, e fissate adesso, almeno virtualmente, entro il 31 agosto del 2025.

Il primo è un personaggio noto alle cronache. Si chiama Jimmy Chérizier, ha 47, forse 48 anni, ex agente di polizia e attualmente capo di G9 e di FGR9, una federazione di oltre 12 bande particolarmente attive a Port-au-Prince. L…

LIMA – Sono tre gli uomini che hanno in mano il futuro di Haiti. Tre leader diversi, per ruolo e peso politico. In questi drammatici giorni lavorano con le lobby dei grandi commercianti e i deputati in Parlamento. Trattano la formazione del Comitato politico di transizione, composto da sette membri e altri due esterni con diritto di voto, che sostituirà il presidente Ariel Henry, dimissionario, e cercherà di condurre il Paese alle elezioni generali previste sin dal 2020, sempre rinviate, e fissate adesso, almeno virtualmente, entro il 31 agosto del 2025.

Il primo è un personaggio noto alle cronache. Si chiama Jimmy Chérizier, ha 47, forse 48 anni, ex agente di polizia e attualmente capo di G9 e di FGR9, una federazione di oltre 12 bande particolarmente attive a Port-au-Prince. Lo chiamano “Barbecue”, un soprannome pieno di leggende. Lui sostiene che deriva da sua madre, una venditrice ambulante di polli arrosto. Altri sostengono che esprima la sua crudeltà nel bruciare vivi i nemici, con forme macabre di cannibalismo destinate ad aumentare il suo mito nel terrore. È il regista della nuova ondata di violenze che ha fatto precipitare la crisi nell’isola dei Caraibi. È riuscito a stringere un accordo tra tutte le 200 gang presenti per sferrare l’assalto al potere mentre il presidente transitorio Ariel Henry volava a Nairobi per convincere il presidente kenyota a far decollare la missione di 1000, forse 2000 agenti, da spedire ad Haiti per ristabilire un minimo di ordine e rilanciare il processo costituente.

Jimmy "Barbecue" Cherizier (reuters)

È stato abile e spietato: ha assaltato tutte le stazioni della polizia, messo fuori gioco il sistema difensivo, chiuso l’aeroporto internazionale, liberato quasi 4 mila detenuti da due carceri. Detta la linea anche in Giamaica dove restano riuniti i rappresentanti di Francia, Usa e Onu che tre giorni fa hanno costretto Henry alle dimissioni proponendo la formazione di un Comitato di transizione verso elezioni che si terranno il prima possibile.

Sulla scena sono apparsi altri due leader. Uno si chiama Guy Philippe, classe 1968, ex capo della polizia e poi senatore eletto nel 2016, protagonista del golpe contro l’allora presidente Jean-Bertrand Aristide, il primo e unico ad essere nominato con elezioni democratiche nella lunga e travagliata storia dell’isola. È rientrato a Port-au-France un mese fa dopo aver scontato una condanna per riciclaggio e traffico di droga negli Usa.

Guy Philippe (reuters)

L’altro è Moïse Jean Charles, 56 anni, più volte sindaco di Milot, da sempre leader dell’opposizione con il partito Platfòm Pitit Desilin. Entrambi negoziano il futuro tra le stanze del Congresso. Esprimono l’ala politica della nuova ondata di protesta. I loro contatti e il peso che esercitano sul partito li impongono come interlocutori al tavolo del Caricom in Giamaica.

Moïse Jean Charles 

Guy Philippe ha già rigettato il piano per la formazione del Comitato di transizione. Non si fida e vuole più voce in capitolo. I due lasciano lavorare sul campo Chérizier che già si atteggia a statista con conferenze stampa e interviste, fucile automatico in mano, mimetica e giubbotto antiproiettile. Cerca di recuperare un’immagine di bravo ex poliziotto che lotta per il riscatto di una popolazione stremata da fame e malattie. Se Philippe continua a invitare le gang a deporre le armi, “Barbecue” difende i suoi uomini spiegando che non hanno altra scelta.

Uomini che in realtà, nella maggioranza, sono adolescenti. Chi studia da sempre le bande di Haiti conferma che almeno il 55 per cento è formato da minorenni, ragazzini che hanno tra i 13 e i 16 anni. Lo sguardo duro, segnato da sofferenze, violenza e morte. “Per sopravvivere non hanno opzioni”, ha spiegato ancora ieri Chérizier davanti a una selva di cellulari e microfoni che lo riprendevano a un angolo di una strada. “Imbracciano le armi o sono destinati a morire”. Anche “Barbecue” respinge il piano e soprattutto l’arrivo di mille poliziotti kenyoti: una decisione che ha acceso la miccia della rivolta. Adesso chiede l’immunità per tutti. Una sorta di amnistia generale per evitare futuri processi e condanne. Save The Children denuncia che almeno 1 milione di bambini sono prigionieri delle gang che controllano il 90 per cento dell’isola; altri 227 mila sono denutriti.

Ma la violenza non ha tregua: ieri è stato appiccato un incendio, l’ennesimo, al penitenziario nazionale di Haiti. Su 15 ospedali, solo uno è operativo. Gli altri hanno chiuso, il personale è evacuato. Stessa cosa per l’Onu che ha deciso di chiudere i battenti e di dirottare gli aiuti nella vicina Repubblica Dominicana con un ponte aereo. Il presidente Luis Adolfo Abinader è allarmato. Teme di vedere travolta anche questa parte dell’ex isola degli schiavi da una massa di fuggiaschi. Da ieri ha iniziato a deportare con la forza tutti gli haitiani sprovvisti di documenti. Ce ne sono migliaia che da anni lavorano a Santo Domingo. Sotto la minaccia delle armi vengono portati fino al confine, fatti passare dal pesante portone in ferro e abbandonati sulle rive del fiume Massacre.

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