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Speciale europee: 373 milioni al voto per l’Ue del futuro

(afp)
Alle urne oggi in Olanda e domani in Irlanda e Repubblica Ceca. Poi via via tutti gli altri fino a domenica sera. Guerra, ambiente, immigrazione, diritti: tutto dipenderà dai voti veri, e dalle future alleanze
10 minuti di lettura

Maggioranza Ursula o no? L’assalto delle destre e le tante incognite nell’Europarlamento

di Daniele Castellani Perelli

Il calcio d’inizio lo danno gli olandesi, che oggi saranno i primi a votare alle elezioni europee. Domani toccherà all’Irlanda e alla Repubblica Ceca, sabato sarà il turno di Lettonia, Malta, Slovacchia e Italia (da noi si vota anche il giorno dopo) e infine domenica chiudono tutti gli altri. Circa 373 milioni saranno gli elettori coinvolti, con regole e sistemi diversi (preferenze, soglie di sbarramento, e anche età minima per partecipare, che in 4 Paesi è 16 anni).

Dalle urne uscirà il nuovo Parlamento europeo, che dopo la redistribuzione seguita alla Brexit conterà 720 membri (Francia, Spag…

Maggioranza Ursula o no? L’assalto delle destre e le tante incognite nell’Europarlamento

di Daniele Castellani Perelli

Il calcio d’inizio lo danno gli olandesi, che oggi saranno i primi a votare alle elezioni europee. Domani toccherà all’Irlanda e alla Repubblica Ceca, sabato sarà il turno di Lettonia, Malta, Slovacchia e Italia (da noi si vota anche il giorno dopo) e infine domenica chiudono tutti gli altri. Circa 373 milioni saranno gli elettori coinvolti, con regole e sistemi diversi (preferenze, soglie di sbarramento, e anche età minima per partecipare, che in 4 Paesi è 16 anni).

Dalle urne uscirà il nuovo Parlamento europeo, che dopo la redistribuzione seguita alla Brexit conterà 720 membri (Francia, Spagna e Olanda ne hanno guadagnati due). Il Ppe (centrodestra, rappresentato da noi da Forza Italia) dovrebbe finire nettamente primo davanti a S&D (i socialisti e democratici, qui il Pd). Insieme ai liberali di Renew (Stati Uniti d’Europa e Azione) potrebbero avere da soli la maggioranza nel Parlamento europeo e così riproporre la “maggioranza Ursula” (che fece eleggere alla presidenza della Commissione appunto Ursula von der Leyen): ma quante defezioni ci saranno in aula? A fare la differenza sarà anche il numero di seggi conquistati dalle due destre: i conservatori Ecr di Fdi e i sovranisti Id della Lega e del partito di Le Pen. Se Macron guarda infatti all’alleanza con i socialisti, una parte del Ppe è tentata dall’apertura a destra, a una fetta di conservatori come appunto Meloni.

I rapporti di forza che usciranno dalle urne faranno dunque la differenza nella creazione della maggioranza. Ma a complicare le cose c’è che i gruppi sono in ebollizione: l’Ecr aprirà le porte a Viktor Orbán? L’Id, dopo aver cacciato gli estremisti tedeschi di Afd e aver dunque rinunciato ai suoi succosi 17 seggi, farà fronte comune delle destre insieme all’Ecr dando vita magari al terzo, se non al secondo, gruppo di Strasburgo? I liberali espelleranno gli olandesi di Vvd, rei di aver fatto nascere un governo con l’estrema destra di Geert Wilders, così dicendo addio a loro volta a 7 seggi? E quale gruppo sceglieranno nuove formazioni come Tisza (la neonata opposizione ungherese), l’estrema destra romena Aur, i contadini olandesi e gli spagnoli di Sumar? E nascerà un gruppo rossobruno con i tedeschi di Sahra Wagenknecht, il M5S e lo Smer slovacco di Robert Fico?

Giochi politici che possono cambiare volto all’Europa e al mondo, perché il presidente della Commissione, indicato dal Consiglio, deve essere poi eletto dal Parlamento. E se a Strasburgo si forma una maggioranza che guarda a destra, il Green Deal verrà annacquato – come è già successo negli ultimi mesi, quando il Ppe ha fatto le prove generali di un’alleanza con i conservatori – e i rapporti con la Russia, che dopo l’Ucraina minaccia il ritorno della guerra in Europa, possono essere rivisti.

Tra i capi di governo, von der Leyen può contare solo su 12 voti sicuri su 27. A Strasburgo gliene servono 361. Fosse confermata alla Commissione, la presidenza del Consiglio andrebbe ai socialisti e l’Alto rappresentante della Politica estera ai liberali. Ma chi entra papa in conclave spesso ne esce cardinale, come sa lo Spitzenkandidat del Ppe nel 2019, Manfred Weber. Per questo non è tramontata la carta Mario Draghi. Tutto va deciso. E la parola più importante la dirà il Parlamento. Dunque i cittadini che lo eleggono. E c’è chi ancora dice che l’Europa non è democratica.

(fotogramma)

Germania: Scholz in affanno e Cdu debole, ma gli estremisti Afd sono in discesa

dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni

BERLINO – Domenica in Germania non vincerà nessuno. In vista delle Europee i conservatori della Cdu restano il primo partito nei sondaggi sfiorando il 30%, gli unici a superare il 20%. Potrebbe sembrare tanto, ma nel Paese che per decenni ha avuto una cancelliera, Angela Merkel, che incassava agevolmente il 40%, non lo è. Il suo successore alla guida della Cdu, Friedrich Merz, continua a essere percepito come un leader debole ed erratico, che condanna il partito a restare sotto il suo potenziale e non riesce a fermare l’emorragia di voti a favore dell’estrema destra Afd. La candidatura per le elezioni politiche del 2025, Merz se la giocherà in autunno, quando si voterà in tre land dell’Est, Sassonia, Turingia e Brandeburgo, dove l’ultradestra è avanti di spanne.

Ma la novità delle ultime settimane è che il “caso Krah”, l’intervista dello spitzenkandidat a Repubblica e gli scandali degli ultimi mesi stanno anche allontanando una fetta di elettorato dalla destra estrema, a favore della più rilevante novità politica della Germania degli ultimi anni: Sahra Wagenknecht, ex leader di sinistra all’arrembaggio degli arrabbiati con una nuova forza politica totalmente ritagliata su di lei, filorussa e populista. Che gioca molto sulle paure della guerra in Ucraina, e con slogan che sembrano uno scherzo ma purtroppo non lo sono: la scelta è tra “guerra e pace”, avverte Wagenknecht, come se la prima fosse una scelta, per gli ucraini e l’Occidente.

L’Afd è scesa dai picchi del 24% della primavera al 15%: resta il pericolo che emerga come il secondo partito più forte delle Europee. Ma negli ultimi giorni qualche sondaggio indica che la Spd del cancelliere Olaf Scholz potrebbe riuscire a superarlo. Al momento anche i Verdi sono dati intorno al 15%. Per i due partiti di governo, una debacle. Il terzo, i liberali, languono al 5%. E Wagenknecht, che ha fondato la sua creatura politica appena qualche mese fa, potrebbe raggiungere già il 6-7%.

Dalla Germania, che esprime due partiti che hanno un peso importante nel gioco delle alleanze future in Europa, la Spd del cancelliere Scholz (esponente di spicco dei Socialisti europei), e la Cdu (azionista di maggioranza del Ppe), sono arrivati segnali importanti in direzione Italia, negli ultimi giorni. I socialdemocratici hanno messo in guardia la Cdu e i Popolari, anche attraverso lo stesso Scholz: mai alleanze con la premier italiana. Qualcuno pensa, però, che sia tattica pre-elettorale.

Francia: la destra lepenista vola nei sondaggi. I socialisti in ascesa sfidano i macronisti

dalla nostra corrispondente Anais Ginori

PARIGI – Emmanuel Macron passa gli ultimi giorni della campagna elettorale per le europee in Normandia, tra Joe Biden, Volodymyr Zelensky e altri capi di Stato e di governo, per celebrare l’ottantesimo anniversario del D-day, ma anche per ricordare come la guerra tornata in Europa sia un tema sensibile al centro del voto di domenica.

La lista della maggioranza «Besoin d’Europe» è alla rincorsa. Nell’ultimo sondaggio Cevipof-Ipsos, il Rassemblement National (Rn) consolida il suo vantaggio, doppiando i macronisti: le intenzioni di voto danno il capolista del Rn Jordan Bardella al 33% (+1 rispetto al precedente sondaggio di fine aprile), seguito dalla candidata macronista Valérie Hayer al 16% (-1) e dal candidato socialista Raphaël Glucksmann (PS-Place publique) al 14,5% (+0,5).

A una settimana dal voto, gli elettori di Jordan Bardella restano i più sicuri della loro scelta (85%), mentre solo il 77% è certo di andare a votare per il candidato macroniano e il 61% per Raphaël Glucksmann. «Il Rn è riuscito a trasformare le elezioni in un referendum anti-Macron. Se i sondaggi saranno confermati nelle urne, sarà davvero storico», osserva Gilles Finchelstein, del think tank Fondation Jean-Jaurès. L’eurodeputato e intellettuale Glucksmann, sottolinea il politologo, è la sorpresa di questa campagna. È riuscito a riconquistare un terzo degli elettori che hanno votato per Jean-Luc Mélenchon nel 2022, grazie alla sua posizione sulle questioni internazionali, in particolare Gaza e Ucraina, e anche un terzo degli elettori di Macron.

Dietro queste tre liste, gli altri candidati sono tutti sotto al 10% nelle intenzioni di voto. A sinistra, la France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon ottiene 8% (+1) nel sondaggio Cevipof-Ipsos. L’ecologista Marie Toussaint 6% (-0,5) rischia addirittura di scendere sotto alla soglia di sbarramento del 5%. A rischio anche la candidata di estrema destra Marion Maréchal (Reconquête) al 7% (+0,5). E non va meglio per lo storico partito della destra, Les Républicains, che si aggira attorno al 5% (-0,5) con una campagna improntata all’economia, e sull’aggravarsi dell’indebitamento della Francia di cui Macron sarebbe responsabile. Tra le “questioni prioritarie” del voto, secondo un sondaggio VivaVoice, l’economia è risultata al primo posto per il 49% degli intervistati. L’immigrazione è al secondo posto con il 44%.

(afp)

Spagna: dalla politica alla giustizia è guerra aperta tra Popolari e socialisti

di Alessandro Oppes

L’Europa resta molto sullo sfondo, defilata, in una campagna elettorale che in Spagna ha assunto più che mai i toni di una resa dei conti interna tra destra e sinistra. Ma soprattutto tra Alberto Núñez Feijóo, leader del Partito Popolare, e il numero uno socialista e capo del governo Pedro Sánchez. Più che guardare ai futuri equilibri di Strasburgo, Feijóo ha un unico obiettivo, che è diventata un’ossessione: sloggiare Sánchez dalla Moncloa, in qualunque modo (e nonostante la legislatura, con un governo a guida progressista, sia appena all’inizio). Nei giorni scorsi era arrivato a ipotizzare una mozione parlamentare di censura, per la quale avrebbe bisogno, oltreché dell’ultradestra di Vox, anche del sostegno degli indipendentisti catalani di Junts.

Una mossa in piena contraddizione con gli attacchi sferrati per mesi a Sánchez proprio in virtù dell’alleanza siglata dai socialisti con Carles Puigdemont, leader di Junts, e che ha portato all’approvazione della legge di amnistia per i catalani. Un atteggiamento ondivago che stava provocando qualche perplessità anche all’interno dello stesso Pp, finché due giorni fa è arrivata la svolta che Feijóo spera di poter utilizzare a proprio vantaggio: la citazione per il 5 luglio della moglie del premier, Begoña Gómez, come indagata per presunto traffico di influenze, da parte di un giudice vicino alla destra. Il presidente dei Popolari è subito partito all’attacco chiedendo le dimissioni di Sánchez e presentandosi agli elettori come l’unica alternativa per quelli che «lo vogliono cacciare dalla Moncloa».

Il premier, al contrario, a un mese di distanza da quella “pausa di riflessione” che si era preso per decidere se restare alla guida dell’esecutivo quando si era saputo dell’apertura di un’inchiesta sulla moglie, ora è più che mai deciso ad andare avanti e denuncia un «rozzo complotto» delle destre, orchestrato da Feijóo con il leader di Vox Santiago Abascal. «Tutte menzogne, una grande bufala», dice a proposito delle accuse, augurandosi che i suoi avversari trovino la giusta punizione alle urne. Il gioco del Pp è ad alto rischio, il vantaggio netto che aveva rispetto al Psoe si è assottigliato rapidamente negli ultimi giorni. Feijóo non toglie voti a Vox, che resiste, ma che vede spuntare un pericoloso concorrente nel campo degli ultrà populisti: la lista “Se acabó la fiesta” (è finita la pacchia, direbbe Salvini) creata da un attivista dell’estremismo via social, Alvise Pérez. Potrebbe arrivare al 5% e ottenere fino a 3 seggi.

(reuters)

Ungheria: Orban punta al grande abbraccio con i sovranisti di Le Pen e Meloni

dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni

BERLINO – Viktor Orban sogna sempre in grande. Non pago di aver trasformato l’Ungheria in uno stato canaglia, dopo le Europee il premier ungherese vuole traghettare il suo partito, Fidesz, verso i sovranisti. Del resto, le due regine del populismo nazionalista in Europa, Marine Le Pen e Giorgia Meloni, non fanno mistero di flirtare con un compagno di banco che in questi quattordici anni ha distrutto lo stato di diritto, trasformato l’Ungheria in un’autocrazia opprimente e ha sempre ostentato rapporti strettissimi con la Russia e la Cina, diventando il cavallo di Troia dei loro interessi in Europa. Evidentemente, nonostante la presunta “corsa al centro”, anche Le Pen e Meloni sognano in grande. Anche se sul piano interno, come vedremo, Orban comincia ad essere in difficoltà. Per la prima volta dal 2010 sembra emergere un movimento di opposizione in grado di sfidarlo seriamente.

Nel Parlamento europeo, Fidesz è orfano da un quinquennio, da quando non fa più parte dei Popolari europei (Ppe). E non perché i moderati l’abbiano cacciato. Ma perché il Ppe ha cambiato il suo statuto, introducendo un paio di diritti umani da tutelare. Una mossa che Orban ha ritenuto talmente oltraggiosa da abbandonare sdegnato i Popolari.

A questo punto sarà interessante capire come la premier italiana spiegherà ai suoi elettori e ai partner europei, con cui sta ostentando una progressiva “normalizzazione” e un allontanamento dalle istanze più radicali del suo passato nazionalista, xenofobo, omofobo ed euroscettico, come conciliare questa “corsa al centro” con l’apparentamento eventuale con un leader che si vanta della sua deriva autocratica e dei suoi rapporti sempre più stretti con Putin e Xi.

Una buona notizia, però, c’è. E si nasconde nei sondaggi. Dopo la debacle del 2022, l’opposizione sembrava definitivamente annichilita. Finché a febbraio di quest’anno è salito alla ribalta un personaggio nuovo. Nelle settimane in cui infuriavano le polemiche sullo scandalo che ha travolto la presidente della Repubblica, Katalik Novak, costretta a dimettersi insieme alla ministra della Giustizia Judit Varga per la grazia concessa a un uomo accusato di aver coperto una rete di pedofili, il marito di Varga, Peter Magyar, ha voltato le spalle a Orban. E si è messo alla testa di un nuovo partito, Tisza, che veleggia nei sondaggi al 25% e ha strappato una fetta di consenso a Fidesz. Orban è dato al 45%, otto punti sotto alle ultime Europee, e potrebbe conquistare dieci seggi, due in meno che nel 2019.

(reuters)

Stati Uniti: Ue alleata o rivale? I mondi rovesciati di Biden e Trump

dal nostro corrispondente Paolo Mastrolilli

NEW YORK – In teoria, il vero problema dovrebbe essere quello inverso. Ossia l’effetto che le presidenziali americane del 5 novembre prossimo avranno sull’Europa, perché il suo destino cambierà sul piano politico, economico e strategico, a seconda se alla Casa Bianca resterà Joe Biden oppure se ci tornerà Donald Trump. È vero anche il contrario, però, nel senso che gli Stati Uniti guardano con attenzione alle elezioni europee proprio perché può uscirne un assetto allineato, oppure in totale contraddizione rispetto a quello americano che emergerà in autunno.

Leggendo la consultazione attraverso questa lente, è utile come guida un’analisi del think tank Brookings Institution, intitolata “Why should Americans care about the European Parliament election?” (Perché agli americani dovrebbero importare le elezioni europee?). Lo studio considera i possibili effetti del voto per gli Usa. Il primo punto è dedicato a “Democrazia e Stato di diritto”. Brookings spiega che Washington rischia di perdere «i partner più importanti nella difesa dell’ordine internazionale». Il secondo è “Difesa e sicurezza”, dove è in gioco non solo il futuro dell’Ucraina, ma dell’intero Continente. Il terzo è su “Economia e commercio”, dove dalla sfida con la Cina dipenderà la sopravvivenza del sistema basato sulla libertà dei mercati. Infine lo studio tocca la collaborazione nella governance globale di intelligenza artificiale, energia, e cambiamenti climatici.

Questo documento riflette le preoccupazioni di Biden. È il presidente ad auspicare che le relazioni si rafforzino, perché crede nella Ue e vuole il suo aiuto per la difesa di democrazia e stato di diritto, la sicurezza dell’Occidente, il contrasto delle “potenze revisioniste” come Cina e Russia, gli scambi economici. Teme il successo delle forze più populiste ed estremiste, perché comprometterebbe il progetto comune transatlantico nel nome di una malintesa idea di rinnovo dell’identità europea.

Rovesciando la prospettiva, gli interessi di Trump sarebbero opposti. Lui considera la Ue una rivale e la Nato una spesa inutile. Per questa America valgono i punti dell’analisi di Brookings, ma ribaltati. Trump vuole quasi l’esatto contrario, e spera che le europee consegnino il continente a leader come Orban, che è già stato a Mar a Lago per complottare questa rivoluzione.

(afp)

Russia: spioni e fake news, Mosca fa campagna per sabotare il voto

di Rosalba Castelletti

Reti di influenza, disinformazione, attacchi hacker e spionaggio. In vista delle parlamentari europee, Mosca non ha lasciato nulla di intentato pur di seminare zizzania e influenzare il voto favorendo l’elezione di politici filorussi. Alla vigilia del voto, in un post su Telegram, l’ex presidente e premier Dmitrij Medvedev, oggi numero due del Consiglio di Sicurezza, ha dichiarato apertamente il sostegno russo ai partiti europei “anti-sistema”. «Il nostro compito — ha scritto — è sostenere in ogni modo possibile questi politici e i loro partiti in Occidente, aiutandoli apertamente e segretamente a ottenere risultati positivi alle elezioni».

Pur di centrare l’obiettivo, la Russia avrebbe pagato una decina di eurodeputati, per lo più di partiti euroscettici di estrema destra, per diffondere la sua agenda e così «influenzare le elezioni». , per lo più di partiti euroscettici di estrema destra in interviste o tavole tonde pubblicate da Voice of Europe, media con sede a Praga e facente capo all’oligarca ucraino Viktor Medvedchuk, vicinissimo a Vladimir Putin.

Non finisce qui. Lo scorso marzo l’Europarlamento ha aperto un’indagine sulla deputata lettone Tatjana Ždanoka, accusata di operare come agente russo dal 2004. Intanto la Russia inonda i social network di fake news. Tre Paesi, in particolare, sono bersaglio della disinformazione russa, spesso con l’aiuto di deepfake e attacchi informatici: Francia, Germania e Polonia. Caso emblematico: l’agenzia di stampa polacca che, vittima di hackeraggio, ha diffuso la notizia che il Paese si apprestava a mobilitare 200mila uomini. La posta in gioco è alta. A leggere i sondaggi più recenti, i gruppi dei partiti populisti e di estrema destra, Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) e Identità e Democrazia (Id), sono in ascesa e se mai formassero un unico blocco parlamentare, potrebbero ottenere circa un quarto dei 720 seggi dell’Europarlamento.

Una forte presenza sovranista potrebbe avere un impatto a breve termine sull’elezione del presidente della Commissione e della sua squadra e, a lungo termine, sul sostegno all’Ucraina e l’ingresso di Kiev nella Ue. E c’è anche il rischio che l’Europa diventi ingovernabile. Ma come ha detto Margaritis Schinas, vicepresidente della Commissione europea, «non possiamo permettere che attori stranieri malintenzionati manipolino le opinioni dei nostri cittadini e seminino i semi della divisione e dell’odio nel cuore delle nostre democrazie».

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