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Sdoganare lo Zar in attesa di Trump: la partita globale di Orban

Il leader ungherese è volato a Mosca per incontrare Vladimir Putin. Il fine è ritagliarsi un ruolo centrale nello scacchiere mondiale nella speranza del ritorno del tycoon
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Lo scorso otto marzo Viktor Orbán è stato ricevuto da Donald Trump a Mar-a-Lago. Il due luglio il premier ungherese ha inaugurato il suo semestre di presidenza Ue con un viaggio a Kiev. Missione quasi obbligata dal punto di vista istituzionale, che però ha sfruttato per presentare a Zelensky una proposta di pace dal sapore “putiniano”. Infine colui che per primo ha importato la democrazia illiberale in Europa, ieri è volato dal suo mentore di Mosca, aprendo una vera e propria crisi istituzionale nell’Unione. Ma la mossa di Orbán non è una semplice provocazione rivolta alla leadership europea e a Bruxelles. La sua - è il timore che emerge dietro le quinte tra i vertici delle istituzioni europee - è una precisa scommessa politica rivolta al futuro. Al giorno in cui - se i tasselli della sua strategia si allineeranno - la figura stessa dell’autocrate di Budapest incarnerà il nuovo corso europeo e globale. Tinto di nero.

Lo scorso otto marzo Viktor Orbán è stato ricevuto da Donald Trump a Mar-a-Lago. Il due luglio il premier ungherese ha inaugurato il suo semestre di presidenza Ue con un viaggio a Kiev. Missione quasi obbligata dal punto di vista istituzionale, che però ha sfruttato per presentare a Zelensky una proposta di pace dal sapore “putiniano”. Infine colui che per primo ha importato la democrazia illiberale in Europa, ieri è volato dal suo mentore di Mosca, aprendo una vera e propria crisi istituzionale nell’Unione. Ma la mossa di Orbán non è una semplice provocazione rivolta alla leadership europea e a Bruxelles. La sua - è il timore che emerge dietro le quinte tra i vertici delle istituzioni europee - è una precisa scommessa politica rivolta al futuro. Al giorno in cui - se i tasselli della sua strategia si allineeranno - la figura stessa dell’autocrate di Budapest incarnerà il nuovo corso europeo e globale. Tinto di nero.

Orbán è l’unico capo di governo europeo in carica che vanta un rapporto di amicizia e un legame politico strutturato con Trump. Allo stesso modo l’ungherese - oggi il premier più longevo in Europa - è il solo leader del Continente che parla liberamente con Putin. E intrattiene eccellenti rapporti anche con la Cina, tanto da avere ricevuto lo scorso 9 maggio a Budapest Xi Jinping.

Il progetto di Meloni

Prima delle europee Giorgia Meloni - così confidavano i suoi più stretti collaboratori - puntava sul fatto che con la presidenza di turno Ue Orbán avrebbe smussato le sue posizioni su Russia e Ucraina e di poterlo così arruolare tra i Conservatori (Ecr). E con lui puntava ad accogliere anche Marine Le Pen per diventare la grande federatrice dell’ultradestra Ue, sdoganarla e farne pesare i numeri in Europa. Calcolo politico errato.

Non solo Orbán non si è ammorbidito, ma ha rotto il fidanzamento con i Fratelli d’Italia e ha fondato i “Patrioti”, il nuovo gruppo che sta scippando deputati all’Ecr - proprio ieri gli spagnoli di Vox hanno traslocato sotto le insegne del patriottismo eurofobo - e che probabilmente oltre ai sovranisti di Visegrad ingloberà anche la Lega e - se lunedì prossimo non avrà i numeri per governare a Parigi - Marine Le Pen. Ecco riunita l’ultradestra putiniana, potenziale terzo gruppo a Strasburgo proprio ai danni dell’Ecr, con isolamento di Meloni non solo tra i leader al Consiglio europeo, come certificato dalla débacle sulle nomine, ma anche al Parlamento di Strasburgo.

Nei palazzi dell’Unione, tuttavia, questa spaccatura dell’ultradestra non tranquillizza del tutto. Perché il piano dell’ungherese è di medio termine. Orbán ha puntato tutto sulla vittoria di Trump alle presidenziali Usa di novembre, tanto che a marzo quando si è recato negli Stati Uniti non ha incontrato Biden. «Dobbiamo essere onesti - aveva twittato uscendo dal golf club di Donald - sarebbe meglio per il mondo e per l’Ungheria se Trump tornasse presidente, lui è l’unica speranza per la pace». «Ama la dittatura», aveva replicato a distanza Biden. E in questo scambio di bordate c’è tutto.

L’ombelico d’Europa

Orbán scommette su Trump e su una pace con Putin non proprio benevola per l’Ucraina. A quel punto l’ungherese sarebbe ombelico d’Europa. Incarnerebbe fisicamente il nuovo corso globale segnato da Trump e Putin. E farebbe cadere anche la barriera tra la sua destra patriottica e quella conservatrice di Meloni, ovvero i rapporti con il Cremlino. Ridando linfa alle alleanze dell’ultradestra continentale.

Dopo le rispettive débacle alle Europee e temendo proprio lo scenario Trump-ultradestra Ue-Putin, Emmanuel Macron e Olaf Scholz stanno cercando di blindare la stanza dei bottoni di Bruxelles con la conferma di Ursula von der Leyen (in bilico fino al voto di fiducia all’Europarlamento del 18 luglio). E hanno arruolato nel vagone di testa dell’Unione il premier polacco Donald Tusk, europeista ferocemente anti Putin e anti sovranisti. Ma la locomotiva Ue perde colpi, tanto in Francia, dove tutto è incerto fino al ballottaggio di domenica, quanto in Germania, dove l’Afd continua a crescere e Scholz zoppica.

Olaf Scholz, Viktor Orban e Giorgia Meloni 

 (reuters)

E dunque ecco spiegato il piano di Orbán, che dopo l’addio al Ppe del 2021 e il continuo ostruzionismo sull’Ucraina, da paria è tornato al centro della scena. Tuttavia l’ungherese in Europa resta emarginato dai leader al Consiglio europeo e dagli altri partiti a Strasburgo. Per questo scommette su Trump e Putin. E per questo in futuro potrebbe riallacciare con Meloni, che della destra in Europa è considerata il volto relativamente presentabile. Lui grazie a lei potrebbe rientrare nei giochi - non a caso Meloni per votare la fiducia a Ursula chiede un riconoscimento politico pubblico, che le darebbe la patente di leader della destra accettata dagli europeisti -, lei potrebbe invece ottenere da lui quel passaporto trumpiano verso il quale oggi è più lanciato Salvini. Unendo infine la destra sovranista e autoritaria, da Le Pen a Fico, da Wilders a Vox.

Insomma, un trionfo per gli eurofobi in tutti i Paesi d’ Europa e per Putin, la cui propaganda - spiegano gli analisti di Bruxelles - prepara questo esito dal 2014 con accurate operazioni di influenza nel Continente. A quel punto Putin non avrà bisogno di fare la guerra all’Europa, non sarebbe più necessario chiedersi (in stile Fatherland) cosa succederebbe nel Continente se vincesse militarmente. Avrebbe già legami solidi e sdoganati con tutta l’ultradestra europea che ha contribuito a spingere al potere o sulla soglia del potere, a loro volta legati a Trump. Insomma, il futuro che immaginano Orbán e i suoi - mutuando Philip Roth - semmai è “Il complotto contro l’Europa”. Una coperta nera che si stende sul Continente.

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