WASHINGTON — Quaranta miliardi per l’Ucraina. Sistemi di difesa aerea, tra cui Patriot americani, munizioni per gli Himars ed artiglieria. Una pattuglia di F-16 che, secondo il consigliere per la sicurezza nazionale Usa Jake Sullivan, servirà a respingere l’esercito di Mosca dietro le linee conquistate finora. E ancora, un patto occidentale per la produzione di missili a lunga gittata e un battaglione di migliaia di volontari polacchi addestrati ed equipaggiati da Varsavia per combattere al fianco degli ucraini. Infine, l’impegno di accogliere Kiev nella Nato («un cammino irreversibile» per il segretario generale Jens Stoltenberg). Si chiude così il vertice dell’Alleanza a Washington, l’ultimo del primo mandato di Joe Biden. Con l’ansia di blindare un sostegno politico e militare duraturo, per ammortizzare il rischio che un ritorno di Donald Trump porti a una resa imposta all’Ucraina.
Sono segnali che impegnano l’Ovest. E che determinano la reazione furibonda di Mosca e Pechino. La miccia è duplice. Innanzitutto il patto siglato nella capitale americana dai ministri della Difesa di Germania, Francia, Italia e Polonia per sviluppare un’arma difensiva ad alta precisione e con una lunga gittata: oltre mille chilometri. Un impegno assunto per difendere il continente e inviare un segnale di deterrenza. «La Nato — è la reazione del portavoce di Putin, Dmitri Peskov — è di fatto pienamente coinvolta nel conflitto attorno all’Ucraina. Persegue una politica ostile nei confronti della Russia e non la nasconde». Come esempio cita proprio l’accordo tra europei, che rappresenta «una seria minaccia per la sicurezza della Federazione russa», a cui Mosca reagirà con «necessarie misure ponderate, coordinate ed efficaci di contenimento». Ma gli uomini di Putin inviano un segnale chiaro anche alla Casa Bianca, che l’altro ieri ha annunciato il dispiegamento di missili a lungo raggio in Germania: questi piani sono «passi verso il ritorno della guerra fredda. Formuleremo una risposta militare a questo nuovo gioco senza ansia ed emozioni».
Non sono minacce che modificano l’approccio dell’amministrazione Usa. Dal summit emerge semmai la volontà di frenare l’attivismo cinese a favore della Russia. In questa chiave, Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda si rivolgono direttamente a Pechino: «Siamo preoccupati per il sostegno della Repubblica popolare cinese alla base industriale di difesa della Russia».
Anche in questo caso, la reazione non si fa attendere. L’ambasciata cinese presso l’Unione europea chiede alla Nato di «abbandonare la mentalità della Guerra fredda», rivolgendosi in particolare al segretario generale Stoltenberg che aveva criticato Pechino per aver scelto di «sostenere l’economia di guerra russa» e «facilitare il più grande conflitto recente in Europa». Il Dragone fa sapere di non essere «responsabile della crisi in Ucraina», giura di non fornire «armi letali» a nessuno dei belligeranti» e si dice impegnato nel «cercare una soluzione politica». L’invito all’Alleanza è però anche quello, minaccioso, di «non diventare un fattore di disturbo della pace e della stabilità» nell’Indopacifico.
È anche il giorno di Volodymyr Zelensky con gli alleati. «Se vogliamo vincere», dice il leader ucraino, vanno rimosse «tutte le restrizioni» all’utilizzo di armi in territorio russo. Gli americani invitano piuttosto Varsavia a spostare dalla Polonia al territorio ucraino le difese antimissilistiche per intercettare gli attacchi russi, evitando così incidenti che potrebbero provocare l’escalation. Zelensky, intanto, preme per far aderire Kiev all’Alleanza: «Sono convinto — dice — che l’Ucraina è vicina all’ingresso. Il prossimo passo sarà l’invito formale e poi la piena membership. L’adesione non rafforzerà solo noi, anche la Nato sarà più forte».
È l’ultimo giorno di vertice anche per Giorgia Meloni. La premier prova a ritagliare per Roma un risultato concreto, chiedendo di poter scegliere l’inviato Nato per l’area Sud, a cui ambisce anche la Spagna. Due sere fa ne ha parlato con Joe Biden, mentre Antonio Tajani portava lo stesso messaggio ad Antony Blinken.