Esteri

Il Cremlino accusa Parigi: “Il fermo del fondatore di Telegram, Pavel Durov, è un atto politico”

Il Cremlino accusa Parigi: “Il fermo del fondatore di Telegram, Pavel Durov, è un atto politico”

Il ministro degli Esteri Lavrov: “Rapporti con Parigi al punto più basso”. La procura francese ha tempo fino a domani per rilasciare o incriminare l’imprenditore. Timori in Russia per la sicurezza dell’app: “Cancellate la corrispondenza”. Il mistero dei 50 viaggi di Durov nella Federazione dall’esilio

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Dopo la reticenza iniziale a commentare il fermo in Francia del 39enne Pavel Durov, il Cremlino ha rotto gli indugi e messo in guardia Parigi dal «tentativo di intimidire» il fondatore di Telegram.

«Le accuse avanzate sono davvero molto gravi. Richiedono prove altrettanto solide. Altrimenti saranno un tentativo diretto di limitare la libertà di comunicazione e una intimidazione diretta contro il capo di una grande azienda», ha detto il portavoce Dmitrij Peskov.

«Ovvio che questo non è altro che un atto politico», ha poi aggiunto replicando al presidente francese Emmanuel Macron che lunedì aveva sostenuto che dietro all’arresto di Durov non ci fosse «una decisione politica».

Ancora più diretto il ministro degli Esteri Sergej Lavrov: i rapporti tra Mosca e Parigi — ha detto — hanno raggiunto il loro «punto più basso», in larga misura per la posizione «che Parigi assume riguardo a questioni come la libertà di espressione, libertà di disseminare informazioni e, in generale, su questioni relative al rispetto della professione dei giornalisti». Un’allusione al mancato accredito dei giornalisti russi alle Olimpiadi. Per Lavrov, l’arresto sarebbe avvenuto su «consiglio di terzi», con lo scopo apparente di sottrarre al fondatore di Telegram le chiavi di crittografia dell’app.

Il fermo di Durov prorogato fino a domani

Durov, che ha nazionalità russa, francese ed emiratina, è stato arrestato lo scorso sabato all’aeroporto di Le Bourget, a Nord di Parigi, per essere interrogato come testimone nell’ambito di un’inchiesta per 12 reati legati a frode, traffico di droga, riciclaggio di denaro e altri crimini facilitati dalla sua piattaforma che conta quasi un miliardo di utenti. La sua detenzione cautelare è stata prorogata fino a domani, 28 agosto, termine ultimo entro il quale la procura francese dovrà rilasciarlo o incriminarlo per la mancanza di moderazione dei contenuti sull’app e di collaborazione con gli investigatori.

Mosca e Dubai hanno chiesto finora invano l’accesso consolare al loro cittadino. Ma le autorità russe ne stanno già approfittando per cavalcare il fermo a fini propagandistici e accusare l’Occidente di «doppi standard» e «censura».

La propaganda di Mosca sul fermo di Durov

Il presidente della Duma, la Camera bassa del Parlamento russo, Vjacheslav Volodin, è persino arrivato a sostenere che gli Stati Uniti siano dietro al fermo: «Telegram è una delle poche e allo stesso tempo la più grande piattaforma Internet su cui gli Stati Uniti non hanno alcuna influenza. Alla vigilia delle presidenziali statunitensi, è importante per Joe Biden ottenere il controllo di Telegram».

Non sfugge l’ironia. Nel 2014 fu proprio Mosca a costringere Durov a cedere il controllo della sua prima creatura, VKontakte, il “Facebook russo”. Dopo che il “Mark Zuckerberg russo” lasciò la Federazione e creò Telegram, gli chiese le chiavi di crittografia dell’applicazione di messaggistica istantanea. E nel 2018, quando Durov si rifiutò, provò a bloccare l’app prima di arrendersi. Paradossalmente da allora Telegram è diventata la piattaforma privilegiata non solo di media e giornalisti indipendenti, ma anche di politici, propagandisti e blogger filogovernativi e persino un canale di comunicazione militare in questi trenta mesi di conflitto in Ucraina.

Il mistero dei 50 viaggi di Durov a Mosca dall’esilio

Un’ambiguità sospetta, secondo alcuni media indipendenti. Esaminando un database dei servizi di frontiera recentemente trapelato, iStories ha ad esempio scoperto che Durov avrebbe visitato la Russia oltre 50 volte dopo il suo sbandierato “addio” alla Russia nel 2014: per la precisione, almeno 41 volte il maggio 2015 e la fine del 2017 e un’altra decina di volte tra il 2020 e l’ottobre 2021. Il sospetto è che, in occasione dei suoi viaggi, possa avere incontrato le autorità russe.

I timori per le comunicazioni militari

Ora si teme che Durov possa fornire informazioni sensibili per Mosca ai Paesi occidentali, a dispetto delle parole del capo dei servizi d’intelligence russi per l’estero, Sergej Naryshkin: «Mi aspetto che Durov non lo farà». Più una speranza, che una rassicurazione.

Per il blogger Andrej Medvedev, Telegram è ormai diventato il «principale servizio di messaggistica» del conflitto in Ucraina, una «alternativa alle comunicazioni militari riservate». Non è un caso che la direttrice della tv Rt, ex Russia Today, Margarita Simonjan, abbia invitato i russi a rimuovere dall’app la propria corrispondenza sensibile. O che il canale Telegram di notizie politiche Brief abbia cancellato il suo archivio e si sia ribattezzato Ezh/Dnevnik.

I blogger miliari russi, o “blogger Z”, «sono terrorizzati», sostiene lo scrittore Ivan Filippov, che monitora la propaganda sul social. Per loro, dice, l’eventuale accesso dei servizi segreti occidentali a Telegram sarebbe «un disastro assoluto».

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