Tra Hezbollah e Israele scontri sempre più intensi, in Libano i morti sono 570
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoBEIRUT — Le immagini dal satellite ora mostrano un lungo corridoio di case distrutte e macerie: era la catena di villaggi libanesi che scorreva parallela alla linea di demarcazione tra il Libano e Israele. Anche dopo i bombardamenti a tappeto di lunedì, Israele ha colpito centinaia di obiettivi fin dal mattino, portando il numero dei morti in due giorni a 569, tra cui 50 bambini, l’operazione di guerra più sanguinosa per il Libano dal conflitto del 2006. Restano sul terreno anche i corpi due dipendenti dell’Onu: una donna libanese che lavorava per l’Unhcr, suo figlio e un addetto alle pulizie.
Gli obiettivi dell’aviazione sono «depositi di armi e decine di lanciatori che erano puntati sul territorio israeliano», affermano i militari, ma i racconti dei testimoni che sono passati attraverso il fuoco del Sud descrivono bombardamenti indiscriminati in diversi villaggi. Difficile separare, distinguere, tra le abitazioni usate da Hezbollah e quelle abitate da chi non ha nulla a che f…
BEIRUT — Le immagini dal satellite ora mostrano un lungo corridoio di case distrutte e macerie: era la catena di villaggi libanesi che scorreva parallela alla linea di demarcazione tra il Libano e Israele. Anche dopo i bombardamenti a tappeto di lunedì, Israele ha colpito centinaia di obiettivi fin dal mattino, portando il numero dei morti in due giorni a 569, tra cui 50 bambini, l’operazione di guerra più sanguinosa per il Libano dal conflitto del 2006. Restano sul terreno anche i corpi due dipendenti dell’Onu: una donna libanese che lavorava per l’Unhcr, suo figlio e un addetto alle pulizie.
Gli obiettivi dell’aviazione sono «depositi di armi e decine di lanciatori che erano puntati sul territorio israeliano», affermano i militari, ma i racconti dei testimoni che sono passati attraverso il fuoco del Sud descrivono bombardamenti indiscriminati in diversi villaggi. Difficile separare, distinguere, tra le abitazioni usate da Hezbollah e quelle abitate da chi non ha nulla a che fare con i combattenti.
Hezbollah ha risposto con una selva di razzi sul Nord di Israele, 300 secondo l’Idf, il volume di fuoco più intenso in un solo giorno dall’inizio della guerra nell’ottobre scorso. E ha utilizzato nuove armi, i missili Fadi 3, di gittata superiore ai 100 km dei Fadi2, scagliati contro l’unità israeliana Samson che ospita un centro di comando militare, sostengono i miliziani. Al tramonto, tre droni del partito di Dio arrivano fino alla base navale di Atlit, a Sud di Haifa, dopo che l’aviazione israeliana ha preso di mira, per il secondo giorno consecutivo, il Sud di Beirut: Dahieh, il quartiere centro operativo di Hezbollah nella capitale che nelle ultime 24 ore si è svuotato di molti dei suoi abitanti. L’obiettivo era Ibrahim Qubaisi, il comandante della forza missilistica di Hezbollah. Fonti di sicurezza in Libano lo descrivono come una figura di spicco tra i quadri militari del gruppo sostenuto dall’Iran. Con Qubaisi sarebbero morti altri due comandanti, secondo l’Idf.
La catena di comando dell’organizzazione libanese è stata mutilata. Il sito Axios scrive che il capo di Hezbollah, Nasrallah, avrebbero chiesto supporto agli iraniani, un attacco di Teheran a Israele che allenti la pressione sui combattenti, ricevendo però risposte elusive, «non è il momento giusto». Il presidente iraniano Pezeshkian è a New York, all’assemblea delle Nazioni Unite e ha lanciato messaggi ambivalenti, aprendo a nuovi negoziati sul nucleare, ma ribadendo anche che gli alleati del partito di Dio «non possono restare da soli» contro Israele: «Non dobbiamo permettere che il Libano diventi un’altra Gaza».
Intanto i libanesi continuano a fuggire dal Sud e dalla valle della Beqaa, centinaia anche verso la Siria attraverso la porosa frontiera orientale. Sarebbero già 20 mila gli sfollati. Israele promette che gli attacchi continueranno fin quando Hezbollah non cesserà i lanci di missili sul Nord del Paese, ma dice anche di non avere «smania» di un’invasione di terra del Libano. «Siamo aperti a idee per la de-escalation del conflitto», dichiara l’ambasciatore israeliano all’Onu, Danny Danon.