Israele ha riportato le lancette della Storia indietro di un quarto di secolo. Con un anno di offensive determinate e brutali, sta cancellando le minacce che si erano formate su suoi confini nel corso del nuovo millennio: sia quelle che aveva sottovalutato come Hamas; sia quelle che aveva inquadrato da tempo nel mirino come Hezbollah. L’obiettivo fondamentale di questa colossale operazione innescata dall’orrore jihadista del 7 ottobre è spezzare l’assedio lentamente costruito dall’Iran. Gli ayatollah hanno messo insieme un anello di fuoco che da Teheran arriva a Damasco passando per le milizie sciite irachene e poi prosegue fino al Libano meridionale, contando pure sull’alleanza con i leader dell’estremismo palestinese e sul legame con gli Houti yemeniti.
Dopo la ritirata definitiva dal Paese dei Cedri nel 2000, ogni tentativo di ridurre con le armi le capacità militari dei vicini si è rivelato inutile se non controproducente. Lo è stata l’offensiva contro Hezbollah dell’estate 2006,…
Israele ha riportato le lancette della Storia indietro di un quarto di secolo. Con un anno di offensive determinate e brutali, sta cancellando le minacce che si erano formate su suoi confini nel corso del nuovo millennio: sia quelle che aveva sottovalutato come Hamas; sia quelle che aveva inquadrato da tempo nel mirino come Hezbollah. L’obiettivo fondamentale di questa colossale operazione innescata dall’orrore jihadista del 7 ottobre è spezzare l’assedio lentamente costruito dall’Iran. Gli ayatollah hanno messo insieme un anello di fuoco che da Teheran arriva a Damasco passando per le milizie sciite irachene e poi prosegue fino al Libano meridionale, contando pure sull’alleanza con i leader dell’estremismo palestinese e sul legame con gli Houti yemeniti.
Dopo la ritirata definitiva dal Paese dei Cedri nel 2000, ogni tentativo di ridurre con le armi le capacità militari dei vicini si è rivelato inutile se non controproducente. Lo è stata l’offensiva contro Hezbollah dell’estate 2006, che ha smantellato parte degli arsenali ma ha permesso al movimento libanese di accreditarsi come vincitore. Anche le irruzioni a Gaza contro Hamas, come quella del 2014, non hanno intaccato la bellicosità dei guerriglieri, ma soltanto trasmesso l’illusione che la leadership del movimento non fosse più devota al terrorismo. Le uniche azioni efficaci sono state quelle condotte dall’intelligence, hackerando le centrifughe del programma nucleare iraniano o uccidendo gli scienziati che lo guidavano persino nelle strade di Teheran.
Nel frattempo il conflitto civile siriano ha imposto al regime di Assad un patto di sangue con i Guardiani della Rivoluzione e con Hezbollah, che grazie al contributo russo hanno soffocato la rivolta e domato persino l’Isis: all’intesa politica si è aggiunta la coesione operativa. Ma a lanciare l’aggressione un anno fa è stato il nemico che meno temeva, Hamas, spiazzando persino gli Hezbollah: gelosie e paure hanno poi impedito all’auto-definito “Asse della Resistenza” di saldare le sue forze al fianco dei palestinesi.
La reazione dello Stato ebraico alle stragi e ai rapimenti è stata devastante: prima contro Gaza e ora contro il Libano, provocando un numero altissimo di vittime civili e aprendo un baratro di distruzione. Il problema è capire se l’instabilità creata nei Paesi confinanti dagli attacchi israeliani, ammazzando tutto il vertice di Hezbollah o radendo al suolo infrastrutture e palazzi della Striscia, non finirà per scatenare una grande stagione di insicurezza globale. In cui l’arma degli oltranzisti non saranno più i missili ma gli attentatori kamikaze