TEL AVIV — Silenzio, polvere e macerie. È l’alba, il drone ronza tra i calcinacci. Ci sono granate ovunque, fucili d’assalto e munizioni. Quando punta la telecamera sui corpi, un soldato rabbrividisce: «Ehi, ma questo non è Sinwar?».
Gli israeliani lo cercavano ovunque, ma lo hanno ucciso per caso. In serata un gruppo di allievi comandanti di fanteria della 828esima Brigata Bislamach aveva identificato «tre terroristi» in una palazzina a Rafah. Non aveva idea che uno di loro fosse il leader di Hamas: l’uomo che ha pianificato, lanciato e guidato l’orda terrorista del 7 ottobre è morto in quella casa di Rafah insieme alle sue guardie del corpo e a un suo generale di brigata, Rafih Muhammad Sha’abana. La conferma ufficiale arriva solo in serata, col comunicato congiunto di Idf e Shin Bet. Hanno atteso il verdetto del Dna, ma i dubbi non c’erano più da ore.
Rafah è illuminata dalle prime luci quando gli uomini della Bislamach decidono di eliminare i «tre terroristi». Mettono la pal…
TEL AVIV — Silenzio, polvere e macerie. È l’alba, il drone ronza tra i calcinacci. Ci sono granate ovunque, fucili d’assalto e munizioni. Quando punta la telecamera sui corpi, un soldato rabbrividisce: «Ehi, ma questo non è Sinwar?».
Gli israeliani lo cercavano ovunque, ma lo hanno ucciso per caso. In serata un gruppo di allievi comandanti di fanteria della 828esima Brigata Bislamach aveva identificato «tre terroristi» in una palazzina a Rafah. Non aveva idea che uno di loro fosse il leader di Hamas: l’uomo che ha pianificato, lanciato e guidato l’orda terrorista del 7 ottobre è morto in quella casa di Rafah insieme alle sue guardie del corpo e a un suo generale di brigata, Rafih Muhammad Sha’abana. La conferma ufficiale arriva solo in serata, col comunicato congiunto di Idf e Shin Bet. Hanno atteso il verdetto del Dna, ma i dubbi non c’erano più da ore.
Rafah è illuminata dalle prime luci quando gli uomini della Bislamach decidono di eliminare i «tre terroristi». Mettono la palazzina nei mirini e scaricano una marea di piombo. Sparano i carri armati, fanno fuoco i cannoni a spalla. Quando l’inferno tace, mandano i droni a controllare attraverso gli squarci nei muri. Un uomo con la kefiah è seduto su una poltrona. Ha perso una mano, è coperto di polvere grigia. Ma è vivo. Con l’unica mano che gli resta, scaglia un bastone sfiorando il drone. Sono gli ultimi respiri, è l’ultima ribellione di Yahya Sinwar. Il drone si ritira, i cannoni tornano a martellare. Quando è tutto finito, le immagini confermano l’intuizione: la palazzina è minata, c’è esplosivo, armi.
In una mezza buca ai piedi di quello che forse era un piccolo colonnato, tra macerie ed esili colonne schiantate, c’è il corpo dell’uomo che aveva scagliato il bastone. È disteso, ingrigito dai calcinacci. La somiglianza con Sinwar ora balza agli occhi. «All’improvviso abbiamo capito che era lui. Mai vissuto un’emozione simile», dirà uno del commando. Sono tutti senza fiato per la sorpresa, ma bisogna essere cauti. Manovrando i droni con i joystick identificano una a una le minacce; poi inviano i genieri a disinnescarle.
Quando alla fine entrano, si affacciano sulla mezza buca in cui è disteso quel corpo martoriato, infossato tra le macerie. Ha la parete frontale alta del cranio spaccata da una ferita mortale, ma la somiglianza con il leader di Hamas resta impressionante. Sinwar è vestito in mimetica, forse li aveva sentiti arrivare e si era preparato a combattere. Magari a fuggire ancora. Gli ufficiali in formazione della Bislamach si scattano una fotografia che entrerà nella storia: gli stivaloni militari sulla base del colonnato, il corpo di Sinwar disteso ai loro piedi. Ecco il fucile, lo aveva a portata di mano ed è ancora lì, nella foto, tra i calcinacci. Dicono avesse addosso «soldi», molti; e «documenti», forse falsi.
I soldati israeliani inviano le foto al quartier generale, e la sommaria identificazione irrompe nella festa di Sukkot buttando giù dal letto i vertici militari. Presto anche quelli politici: «Forse lo abbiamo ucciso». Non si aspettavano di trovarlo lì. Pensavano fosse rintanato nei sotterranei, anche se si diceva potesse essere risalito perché braccato dall’Idf. Erano convinti si circondasse della sua assicurazione sulla vita, i rapiti del 7 ottobre, ma in casa «non c’erano ostaggi».
I primi rilievi empirici tra il cadavere e le immagini di Sinwar vivo combaciano perfettamente: l’incisivo superiore con l’inconfondibile forma ad arco; il segno sullo zigomo; la particolare morfologia del lobo, praticamente una firma. L’ordine agli allievi comandanti che hanno fatto il colpo della vita è caricare subito il corpo su una barella e portarlo fuori, avvolto in un sacco nero. Devono farlo uscire immediatamente dalla Striscia. Sinwar è stato prigioniero di Israele, di lui si sa tutto. Campioni del Dna vengono mandati in analisi, nel frattempo l’impronta dei denti del cadavere viene confrontata con quelle da detenuto conservate negli archivi: «È lui». Arrivano le prime indiscrezioni, la «possibilità che sia stato ucciso» diventa «alta probabilità»; infine le conferme ufficiali e la rivendicazione del premier, Benjamin Netanyahu.
In poche ore il conflitto in Medio Oriente ha cambiato volto, ma restano mille domande. I servizi sospettano che Sinwar fosse in fuga, diretto in Egitto: per questo, suggeriscono, era a Rafah, vicino alla frontiera, con denaro e documenti. Forse la storia del colpo di fortuna è una copertura; forse qualcuno lo ha tradito, sospettano altri. Un’azione mirata, non un caso. A chi oggi festeggia non importa: «L’hanno ucciso come meritava, da topo come è vissuto», incalzano in rete. «Resisteva, non era un terrorista», replica l’umorista egiziano-americano Bassem Youssef. Altri celebrano il «martire: è morto armi in pugno, senza scudi umani».