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Turchia, Erdogan si vendica con un raid contro i curdi. Ma Ocalan apre: “Pronto alla pace”

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ANKARA - O-ca-lan. Il nome del fondatore del Pkk riecheggia nei palazzi del potere di Ankara, il giorno dopo l’attentato con cui due membri di quello stesso gruppo terroristico – così il governo sostiene, non smentito – hanno ucciso 5 persone nell’assalto all’azienda aerospaziale Tai, fiore all’occhiello del presidente Recep Tayyip Erdogan. Il nome di Abdullah Ocalan riecheggia prepotente e, paradossalmente, porta con sé un auspicio di pace. Perché, dopo alcune inattese aperture del governo, ieri è emerso che mercoledì mattina Ocalan ha potuto ricevere in prigione un familiare dopo quattro anni dall’ultima volta.

Sull’isola di Imrali, nel mare di Marmara, ha incontrato Omer Ocalan, suo nipote e deputato del partito filocurdo Dem (ex Hdp), terza forza in Parlamento. «Vogliamo che le visite familiari di routine, che sono un diritto legale, continuino», ha scritto Omer. Poi è stato reso noto l’appello dello stesso Abdullah: «Se ci sono le giuste condizioni ho il potere teorico e pratico…

ANKARA - O-ca-lan. Il nome del fondatore del Pkk riecheggia nei palazzi del potere di Ankara, il giorno dopo l’attentato con cui due membri di quello stesso gruppo terroristico – così il governo sostiene, non smentito – hanno ucciso 5 persone nell’assalto all’azienda aerospaziale Tai, fiore all’occhiello del presidente Recep Tayyip Erdogan. Il nome di Abdullah Ocalan riecheggia prepotente e, paradossalmente, porta con sé un auspicio di pace. Perché, dopo alcune inattese aperture del governo, ieri è emerso che mercoledì mattina Ocalan ha potuto ricevere in prigione un familiare dopo quattro anni dall’ultima volta.

Sull’isola di Imrali, nel mare di Marmara, ha incontrato Omer Ocalan, suo nipote e deputato del partito filocurdo Dem (ex Hdp), terza forza in Parlamento. «Vogliamo che le visite familiari di routine, che sono un diritto legale, continuino», ha scritto Omer. Poi è stato reso noto l’appello dello stesso Abdullah: «Se ci sono le giuste condizioni ho il potere teorico e pratico per spostare questo processo dal terreno del conflitto e della violenza al terreno legale e politico».

In tv non sembra, lì spadroneggiano Erdogan e i video dei bombardamenti sull’Iraq e sulla Siria con cui mercoledì e ieri la Turchia ha vendicato l’attentato curdo. Ma oggi il fantasma di Ocalan lo cercano tutti, a sinistra e a destra. Prima della visita di Omer, infatti, il partito di estrema destra Mhp, alleato di Erdogan, aveva detto che Ocalan potrebbe essere liberato se dissolvesse il Pkk.

Così “Apo”, lo “zio” tanto amato dalle sinistre europee – o «killer di bambini», come lo chiamano invece i detrattori in patria – è tornato clamorosamente al centro della scena. Nonostante sia da 25 anni al carcere duro. Lì l’avevamo lasciato alla fine del secolo scorso. Ricordate? Il 12 novembre 1998, nel suo peregrinare, atterrò a Roma, dove chiese asilo politico. Il governo turco ne pretese l’estradizione, ma quello italiano, guidato da Massimo D’Alema, si rifiutò, pur non nascondendo di ritenerlo un problema.

Alla fine Ocalan tolse il disturbo e si rifugiò a Nairobi, in Kenya, dove però venne rapito dall’intelligence turca. Era il 15 febbraio del 1999. Fu portato a Imrali e condannato a morte al termine di un processo giudicato illegittimo dalla Corte europea di Strasburgo (poi la pena fu commutata in ergastolo).

Ocalan marxista-leninista, ecologista e pure femminista (pare per merito del carattere di mamma Esma). Ocalan che non sa in quale anno sia nato. Che fugge da un Paese all’altro esportando la lotta e cercando al contempo sponde politiche. Così è cresciuto il suo mito, un po’ Arafat e un po’ Che Guevara.

Ma quanto potere ha ancora, davvero, nel Pkk? Non è una contraddizione che l’attentato sia arrivato proprio nel giorno della visita di Omer, in una fase di disgelo? «È effettivamente inspiegabile – ci dice Murat Somer, professore di scienze politiche all’Università Ozyegin di Istanbul – Ma non è la prima volta. Già nel luglio 2015, dopo che il partito filocurdo Hdp aveva incassato un grande successo elettorale, il Pkk uccise due poliziotti mentre dormivano, innescando una nuova spirale di violenza. Anche in quella fase Ocalan era apparso come la voce moderata del Pkk, ma evidentemente non aveva e non ha controllo totale su un’organizzazione che rimane misteriosa, illegale e complessa».

Qualcuno potrebbe dire che la coincidenza è sospetta? «Nulla si può escludere in movimenti così opachi, neanche che alcune intelligence, magari di un altro Paese, abbiano saputo dell’attentato e non abbiano voluto evitarlo, per far fallire il dialogo tra Turchia e curdi. Così come è difficile capire se Erdogan abbia intenzioni serie. Bluffa? Dopo le elezioni di marzo è più debole e ha bisogno del voto dei curdi per far passare le riforme costituzionali? È un leader eletto, ma si comporta come un autocrate che non rende debitamente conto delle sue azioni».

Inutile chiedere lumi presso la sede dell’Akp, il partito di governo, significativamente sorta all’ombra della grande moschea di Kocatepe, mentre alle pareti sorride un Erdogan di dieci anni più giovane. «Continuiamo a combattere le organizzazioni terroristiche in linea con gli interessi del Paese», ci dice un rappresentante al termine di un dialogo surreale tramite Google Translate, usato dalla sua segretaria.

Bussiamo allora alla sede dei filocurdi di Dem. «Ocalan è un uomo con analisi significative sul Medio Oriente e sul mondo, e la sua missione è la pace – ci dice il vicepresidente Tayip Temel – Erdogan, invece, non sappiamo cosa voglia». La portavoce di Dem, Aysegul Dogan, non si fida: «Erdogan, se fai sul serio poni fine all’isolamento di Ocalan e vai tu stesso a visitarlo sull’isola – prova a stanarlo – Solo così sapremo che vuoi davvero la pace» .

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