MOSCA – La sessantenne Nina Krusciova ha vissuto metà della sua vita in Russia e metà negli Stati Uniti. Suo bisnonno e nonno adottivo, Nikita Krusciov, fu il primo segretario del Pcus e il primo leader sovietico a visitare gli Usa. Krusciova, invece, è emigrata negli Stati Uniti una trentina d’anni fa e, dopo aver conseguito un dottorato alla Princeton University, oggi insegna Relazioni Internazionali alla New School di New York, firma editoriali per le più autorevoli testate internazionali e, insieme a Jeffrey Tayler, ha scritto In Putin's Footsteps: Searching for the Soul of an Empire Across Russia's Eleven Time Zones (Sulle orme di Putin: cercando l’anima di un impero attraverso gli undici fusi orari della Russia). Da lucida studiosa dei due mondi, ha parole dure per entrambi. “Invadendo l’Ucraina, Vladimir Putin ha fatto una cosa orribile, ma è possibile che, prima di Donald Trump, nessuno in Occidente abbia pensato a un piano per chiudere il conflitto?”, s’interroga parlando con…
MOSCA – La sessantenne Nina Krusciova ha vissuto metà della sua vita in Russia e metà negli Stati Uniti. Suo bisnonno e nonno adottivo, Nikita Krusciov, fu il primo segretario del Pcus e il primo leader sovietico a visitare gli Usa. Krusciova, invece, è emigrata negli Stati Uniti una trentina d’anni fa e, dopo aver conseguito un dottorato alla Princeton University, oggi insegna Relazioni Internazionali alla New School di New York, firma editoriali per le più autorevoli testate internazionali e, insieme a Jeffrey Tayler, ha scritto In Putin's Footsteps: Searching for the Soul of an Empire Across Russia's Eleven Time Zones (Sulle orme di Putin: cercando l’anima di un impero attraverso gli undici fusi orari della Russia). Da lucida studiosa dei due mondi, ha parole dure per entrambi. “Invadendo l’Ucraina, Vladimir Putin ha fatto una cosa orribile, ma è possibile che, prima di Donald Trump, nessuno in Occidente abbia pensato a un piano per chiudere il conflitto?”, s’interroga parlando con Repubblica mentre è in viaggio proprio in Russia.
Professoressa, Donald Trump e Vladimir Putin hanno detto che si parleranno presto. In passato i media statunitensi hanno definito il loro rapporto una “bromance”, una “virile amicizia”. È davvero così?
“Trump ammira Putin, è certo. Ma bisogna mettere una cosa in chiaro: a lui non piace solo Putin, Trump ama tutti i leader autoritari. Ama Recep Tayyip Erdogan. Ama Xi Jinping. Amava Kim Jong-un, ha voluto incontrarlo, poi ha cambiato idea. Ama tutti i leader autoritari perché vorrebbe essere come loro: al di sopra di ogni legge e regola locale e internazionale. È un Ceo e perciò pensa che anche lui possa fare qualsiasi cosa. Putin, invece, non ha mai mostrato alcuna affinità con Trump. L’ammirazione di Trump lo lusinga, sì, ma per lui il futuro presidente Usa è soltanto un “utile idiota” (come sotto l’Urss venivano chiamati gli occidentali che simpatizzavano per il comunismo, ndr). Di certo, apprezza che non insulti la Russia a ogni piè sospinto”.
Come interpreta la cauta apertura di Putin al Forum Valdai?
“Putin sembra disposto a fermare la guerra purché si riconosca che non l’ha persa e che ha raggiunto i suoi obiettivi. Ma mentre nel 2016, a Mosca erano tutti genuinamente contenti che avesse vinto Trump, ma ora sanno che non basta. Sanno che ci sono diverse istituzioni americane oltre alla Casa Bianca. Sanno che c’è un’opinione pubblica a cui render conto. Certo, gli elettori statunitensi con il loro voto hanno dimostrato di essere stufi dell’avventurismo di Joe Biden in politica estera, ma ciò non vuol dire che le guerre non continueranno. Non vuol dire che l’establishment sarà d’accordo con Trump. Sempre che Trump voglia davvero porre fine alla guerra in Ucraina o rilanciare la relazione con Mosca, perché nessuno sa esattamente che cosa voglia davvero”.
Il team di Trump, però, starebbe lavorando a un piano di pace. Putin potrebbe accettarlo?
“Potrebbe volere qualcosa di più dell’opzione trumpiana che circola al momento che prevede un’area smilitarizzata lungo la linea del fronte e la garanzia che l’Ucraina non entri nella Nato, ma anche la prosecuzione degli aiuti militari a Kiev. Non è detto che Putin la accetti perché in questo momento si sente vendicato: l’Occidente aveva detto che avrebbe distrutto la Russia e, invece, il governo di coalizione tedesca si è sgretolato mentre lui è ancora qui, nonostante tutti gli sforzi e le sanzioni. L’altro problema è che non sappiamo davvero che cosa farà Trump, chi prenderà le decisioni, chi avrà intorno. Durante il suo primo mandato, tentò di circondarsi di professionisti. Stavolta, temo non sarà più così. La sua futura amministrazione potrebbe essere la meno professionale mai vista in America. E in campo non ci sono solo Russia, Ucraina e Stati Uniti. C’è anche l’Europa che ha abbracciato in tutto e per tutto lo slogan di Biden “O vittoria o niente”. Come faranno ora gli europei a farsi da parte?”.
Non vede una via d’uscita?
“Davvero, non lo so. Non sarebbe la prima volta che gli Stati Uniti rompono la parola data. Nessuno a Washington si è scusato con gli europei per averli trascinati nelle guerre in Iraq e Afghanistan. Quindi potrebbe succedere di nuovo. Ma se adesso Trump dicesse di congelare tutto, e dunque di riconoscere che un quinto dell’Ucraina è sotto Mosca, sarebbe imbarazzante. Sarebbe imbarazzante per Biden, perché questa è la sua guerra, la guerra per cercare di garantire che le vittorie della Guerra Fredda non venissero intaccate. Ma, dopo tutte le dichiarazioni, dopo le migliaia di morti e i miliardi di euro versati, sarebbe imbarazzante anche per l’Europa che questa guerra l’ha abbracciata. Capisco la logica di Biden, ma mi sfugge quella europea. Nei giorni scorsi il segretario della Nato Mark Rutte ha incontrato la premier italiana Giorgia Meloni e insieme hanno discusso anche come muoversi in Ucraina alla luce della vittoria di Trump. Ma è troppo tardi. Possibile che in tre anni l’Europa, che la guerra ce l’ha in casa, che confina con la Russia, non avesse elaborato un suo piano, una sua strategia? Che per l’Europa non ci fosse niente di meglio che l’idea americana: “O vittoria o niente”? Come se qualcuno avesse mai sconfitto un Paese che si espande su 11 fusi orari. La Russia è il Paese più grande del mondo. Davvero pensavano di sconfiggerlo? A volte, ho l’impressione che l’Occidente combatta questa guerra come se fosse dentro a un film di Hollywood. Invadendo l’Ucraina, Putin ha fatto una cosa orribile, ma bisognava farci i conti senza però pensare di essere in un film dove, dopo un’ora e mezza, vincono sempre i buoni”.
Le cancellerie occidentali speravano che le sanzioni avrebbero piegato l’economia russa e portato la gente a ribellarsi…
“Un pio desiderio. Puoi scendere in piazza se sai che tornerai a casa, ma non se sai che verrai arrestato o peggio. In tre anni le autorità russe hanno bloccato ogni potenziale spazio di libera espressione. Come fai a protestare se sai che la tua forza individuale non conta? E come organizzerai una rivolta se Signal è bloccato, YouTube è bloccato, Facebook è bloccato, Instagram è bloccato. Anche l’idea di un “cambio di regime in Russia” era un pio desiderio. Cambiarlo con cosa? E come? Come se fosse l’America a decidere. Alle elezioni l’amministrazione Biden ha pagato la sua arroganza da uomo della Guerra Fredda. Uno dei motivi per cui Trump ha vinto è che i democratici continuavano a fare la predica a tutti su come si sarebbero dovuti comportare. Lui invece non dice agli altri come debbano comportarsi”.
Non teme però l’imprevedibilità di Trump? Non vede uno scenario in cui Trump e Putin non riescano a scendere a patti e trascinino il mondo sull’orlo di una nuova “crisi dei missili”, come quella che si trovò a gestire suo nonno Nikita nel 1962?
“Trovo interessante come un conflitto nucleare sia diventato uno scenario. Sembra quasi che i governi occidentali stiano sfidando e spingendo Putin. Quello che non capiscono è che, se continuano a spingere, un conflitto nucleare sarà molto probabile. Perché Putin andrà avanti fin dove sarà necessario per non perdere. E non sarà neppure colpa di Trump, perché finora ha mostrato più moderazione dicendo che non si minaccia una potenza nucleare. Ma certo, va ribadito, Trump non è ancora presidente, non sappiamo chi lo consiglierà, né che cosa gli passerà per la testa. Magari deciderà che l’opzione migliore è ingaggiare Putin in una sfida atomica”.
Trump tornerà alla Casa Bianca e la Russia ha accolto soldati nordcoreani e rafforzato la sua alleanza con Paesi come Cina e Iran. Al Forum Valdai Putin è tornato a parlare di un nuovo mondo multipolare. Ma che mondo sarà?
“La Russia non fa niente che gli altri non facciano, ma è così folle ed è così grande da portare tutto all’estremo. Non si ferma. Già anni prima della guerra in Ucraina, scrissi che Putin non si sentiva abbastanza considerato dall’Occidente e che perciò stava creando un nuovo Patto di Varsavia. Il suo mondo multipolare è il suo nuovo Patto di Varsavia. Non è necessariamente un’alleanza militare contro la Nato. Il mondo multipolare di Putin è simile a quello che il mio bisnonno Krusciov cercò di creare nel 1960 quando offrì il suo sostegno a tutti i Paesi che si erano liberati del giogo coloniale. Lo abbiamo visto al vertice dei Brics di Kazan, dove si sono riuniti i capi di Stato e di governo di 36 Paesi, a dispetto delle sanzioni. Molti sono venuti in Russia non per omaggio a Putin, ma per rifiuto della superiorità di un Occidente che continua a dire loro che cosa dovrebbero fare, come quando nel 2022 Joseph Borrell disse che l’Europa era un giardino e tutto il resto del mondo una giungla. E Putin è bravo a cavalcare e a trarre profitto da questo risentimento nei confronti dell’Occidente”.