TBILISI – Idranti, lacrimogeni, spray urticanti. Arresti e brutali pestaggi, ai danni di comuni cittadini, politici e giornalisti. Tbilisi non ha dormito la scorsa notte: solo alle 8 di venerdì mattina, l’ultima offensiva della polizia antisommossa mette fine a ore di guerriglia urbana intorno all’edificio del Parlamento.
I georgiani scendono in strada quando sono arrabbiati, non quando qualcuno dice loro di farlo. Certo non i partiti, e neanche le organizzazioni della società civile, seppur più forti. Quando la misura è colma, si riversano spontaneamente in massa su viale Rustaveli, tradizionale teatro delle proteste nella capitale Tbilisi persino quando la Georgia faceva parte dell’Unione sovietica. E ieri sera, i georgiani erano furiosi. Irakli Kobakhidze, riconfermato primo ministro dopo elezioni reputate illegittime dalle opposizioni e dalla presidente della Repubblica, aveva appena pronunciato parole di importanza determinante per il futuro del Paese: “La questione dell’apertura…
TBILISI – Idranti, lacrimogeni, spray urticanti. Arresti e brutali pestaggi, ai danni di comuni cittadini, politici e giornalisti. Tbilisi non ha dormito la scorsa notte: solo alle 8 di venerdì mattina, l’ultima offensiva della polizia antisommossa mette fine a ore di guerriglia urbana intorno all’edificio del Parlamento.
I georgiani scendono in strada quando sono arrabbiati, non quando qualcuno dice loro di farlo. Certo non i partiti, e neanche le organizzazioni della società civile, seppur più forti. Quando la misura è colma, si riversano spontaneamente in massa su viale Rustaveli, tradizionale teatro delle proteste nella capitale Tbilisi persino quando la Georgia faceva parte dell’Unione sovietica. E ieri sera, i georgiani erano furiosi. Irakli Kobakhidze, riconfermato primo ministro dopo elezioni reputate illegittime dalle opposizioni e dalla presidente della Repubblica, aveva appena pronunciato parole di importanza determinante per il futuro del Paese: “La questione dell’apertura dei negoziati di adesione all’Unione europea non sarà all’ordine del giorno fino alla fine del 2028”.
Immediatamente, una folla si è radunata senza alcun coordinamento di fronte al quartier generale del partito al governo per poi incamminarsi verso il Parlamento, dove già si trovavano centinaia di cittadini diventati velocemente migliaia. Nino, 82 anni, racconta di aver sentito la notizia alla televisione e, dopo essere scoppiata a piangere, ha deciso di recarsi da sola su viale Rustaveli. Presente a tutte le proteste che contano della Georgia contemporanea, era qui anche il 9 agosto del 1989, quando le truppe di Mosca repressero nel sangue una manifestazione antisovietica. “Non è questo il Paese che voglio lasciare ai miei giovani”, sussurra con voce di velluto. Nutsa, 19 anni, era in un centro commerciale a fare shopping, quando sui social media ha letto le parole del premier. Studentessa di scienze politiche, si è subito organizzata con altri coetanei per venire a protestare: “Questo Paese ha bisogno dell’Europa come dell’aria che respiriamo, la Russia non ci permetterà mai di essere democratici e noi vogliamo solo questo da generazioni”. Tata parla con un groppo in gola, avvolta nel drappo della Georgia confida di essere nervosa, di non avere mai visto così tanta polizia. Ma per nessun motivo lascerà viale Rustaveli: “Non ce ne andremo fino alla vittoria”.
Alle 22:00, non ci si poteva più muovere. Era dalla scorsa primavera, dalle oceaniche proteste contro la legge sugli “agenti stranieri”, che non si vedeva una tale quantità di manifestanti. Da oltre un mese, dalle elezioni del 26 ottobre, vinte con il 53 per cento dei voti da Sogno georgiano, opposizioni e ong hanno cercato invano di creare un vigoroso movimento di contestazione, presentando alla popolazione prove di irregolarità avvenute nel contesto del voto e indizi solidi di frodi su vasta scala, riuscendo a portare in strada un numero di persone che impallidiva di fronte alle immense proteste che scandiscono la storia del Paese. L’atmosfera nella capitale era di rassegnazione. Forse proprio per questo, Sogno georgiano, nell’arco di pochi giorni ha forzato decisamente la mano, insediando un Parlamento privo delle opposizioni e disertato dalla presidente, per poi nominare il successore di quest’ultima, in scadenza tra due settimane. Al posto di Salomé Zourabichvili, capo dello Stato di levatura analoga a quella dei suoi predecessori, il prossimo presidente sarà, nelle intenzioni dell’esecutivo, un ex calciatore privo di istruzione superiore, esponente della linea più dura e ferocemente anti-occidentale della maggioranza. E poi l’annuncio di giovedì, che metteva in pausa per l’intera legislatura – o per sempre, chi protesta ne è sicuro – il traguardo che la Georgia si è data un ventennio fa, inserito in Costituzione come il principale obiettivo che ogni governo è obbligato a perseguire.
E la rabbia della capitale è esplosa. Davanti al Parlamento i georgiani urlavano monebo, schiavi, in direzione delle file infinite – uno spiegamento davvero senza precedenti – di forze dell’ordine che proteggevano gli ingressi laterali dell’edificio. I cori e le grida erano ritmati dal suono incessante delle pietre, divelte da viale Rustaveli, che battevano contro le lastre di metallo poste a protezione dell’entrata principale. Non solo ragazzi, ma uomini e donne di ogni età, persino un anziano, distinto signore con coppola e soprabito beige, colpiva con eccezionale foga. A un certo punto i manifestanti iniziano a scandire il nome della presidente, divenuta nell’arco di due anni la figura più popolare tra i giovani europeisti: “Salomé, Salomé”. Era lei. Un bagno di folla, il suo, conclusosi di fronte agli scudi in plexiglass delle forze speciali disposte sul lato sinistro del Parlamento: a quegli uomini dai volti coperti, Zourabichvili ha chiesto di non usare la forza contro il loro popolo.
Un invito non raccolto. Dopo ore di schermaglie, pestaggi di singoli presi dal mucchio, lacrimogeni e spray urticanti usati direttamente negli occhi dei manifestanti, la polizia antisommossa non riesce a disperdere l’immensa folla. E intorno all’una e mezza di notte, da Liberty Square gli idranti si dirigono su viale Rustaveli. E iniziano subito a fare il loro dovere. L’acqua che gettano copiosa è mischiata con irritanti chimici: gli occhi e la pelle di chi viene colpito bruciano terribilmente. La folla si apre, alcuni trovano riparo nel cortile della chiesa di Kashveti, inseguiti persino lì dalle forze speciali, che prendono possesso dell’area. Il grosso dei manifestanti indietreggia e si raggruppa nuovamente. Alle due di mattina, ci sono ancora alcune migliaia di persone. Zuppi, i volti in fiamme, iniziano a costruire una barricata con ciò che trovano: cassonetti, ombrelloni e tavolini dei bar del viale. Uno stallo che dura per ore, intervallato dai getti d’acqua dei cannoni e decine di lacrimogeni. La folla non si disperde. Il sole è già sorto, quando infine le forze dell’ordine riprendono controllo di viale Rustaveli.
Il bilancio è di 43 arresti. Il ministero degli Interni riporta il ferimento di 32 agenti. Non è ancora noto il numero dei feriti tra i dimostranti. Una decina di giornalisti è stata picchiata brutalmente, con modalità definite “mirate” da organizzazioni della società civile che si occupano di diritti umani e dalla presidente Zourabichvili. Durante gli scontri, riporta una nota della Coalizione per il cambiamento, prima tra le opposizioni secondo i risultati ufficiali della Commissione elettorale, diversi esponenti si sono rifugiati in una farmacia dove sono stati raggiunti e picchiati con veemenza dalle forze dell’ordine. “Se non fosse stato per la presenza dei media, ci avrebbero percosso a morte”, afferma Giorgi Butikashvili del partito Ahali. Tra le vittime del pestaggio, la leader di Droa, Elene Khoshtaria, e Nana Malashkhia, la donna che durante le proteste del marzo del 2023 fece il giro del mondo mentre continuava a sventolare una bandiera dell’Europa nonostante fosse stata presa di mira dal getto di un idrante. Candidata come capolista dalla Coalizione per il cambiamento, ha riportato una frattura al naso.
Dimostrazioni, seppur di dimensioni decisamente più ridotte, sono avvenute anche in altre città della Georgia: Kutaisi, Zugdidi, Gori. Quanto a Tbilisi, scenderà in strada anche questa sera.