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Siria, ora il Libano teme la marea umana. “Se crolla Assad noi non reggeremo”

Masnaa

 

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Per gli sciiti libanesi dietro l’assalto ad Aleppo c’è la mano dello Stato ebraico. E si fa strada l’idea che Hezbollah, nonostante le perdite, possa di nuovo intervenire a fianco del regime
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MASNAA (confine siro-libanese) — «Se Assad non regge, non reggerà nemmeno il Libano», mormora il poliziotto di frontiera che, con poca voglia, controlla i documenti di un camion. «Arriveranno così tanti siriani che affonderemo tutti, il nostro Paese economicamente è collassato, non è in grado di sopportare un’altra crisi sfollati dopo un anno di guerra con Israele». Per adesso stanno rientrando soprattutto i 70 mila libanesi della Bekaa rassicurati dal cessate il fuoco, non c’è un gran traffico al confine. Ma il fiume della disperazione sa come solcare questo letto.

Era il 2012, la guerra contro il governo di Damasco era cominciata da un anno e al valico di Masnaa bussarono centinaia di migliaia di profughi. Altri ne arrivarono, in seguito, se ne contarono in tutto un milione e mezzo. I siriani entravano mentre i miliziani di Hezbollah uscivano: l’ordine era di andare ad aiutare l’esercito di Bashar al-Assad, perché il regime che chiude gli occhi quando passano le armi dell’Iran dove…

MASNAA (confine siro-libanese) — «Se Assad non regge, non reggerà nemmeno il Libano», mormora il poliziotto di frontiera che, con poca voglia, controlla i documenti di un camion. «Arriveranno così tanti siriani che affonderemo tutti, il nostro Paese economicamente è collassato, non è in grado di sopportare un’altra crisi sfollati dopo un anno di guerra con Israele». Per adesso stanno rientrando soprattutto i 70 mila libanesi della Bekaa rassicurati dal cessate il fuoco, non c’è un gran traffico al confine. Ma il fiume della disperazione sa come solcare questo letto.

Era il 2012, la guerra contro il governo di Damasco era cominciata da un anno e al valico di Masnaa bussarono centinaia di migliaia di profughi. Altri ne arrivarono, in seguito, se ne contarono in tutto un milione e mezzo. I siriani entravano mentre i miliziani di Hezbollah uscivano: l’ordine era di andare ad aiutare l’esercito di Bashar al-Assad, perché il regime che chiude gli occhi quando passano le armi dell’Iran doveva rimanere in piedi.

Non c’è frontiera per Hezbollah, non c’è mai stata. Da anni i combattenti sciiti entrano ed escono dalla Siria con l’unica premura di non usare varchi troppo frequentati quando trasportano fucili, razzi e droni. Di fabbricazione iraniana soprattutto ma, pare, anche russa. L’Unità 4400, che il Partito di Dio incarica di reperire forniture belliche, non fa la fila alla sbarra a Masnaa, né mostra il passaporto al doganiere della Sicurezza nazionale. Per attraversare il più poroso dei confini segue i sentieri dei contrabbandieri su queste colline pietrose e spoglie, indorate dal sole basso di autunno. Oppure scende sottoterra nei tunnel che l’esercito israeliano dice di aver già individuato.

Dove sono i sentieri segreti e perché nessuno vede niente? Il poliziotto libanese prima finge di non capire, poi nega, quindi sbuffa, infine allarga le braccia, che vuol dire: sono ovunque, non dovete chiedere a me. Le rotte delle armi iraniane sono l’ossessione dell’esercito israeliano. Tregua o non tregua, l’aviazione non smetterà di bombardare le vie di rifornimento di Hezbollah. In quattordici mesi ha effettuato 70 raid sulle postazioni dei miliziani sciiti in Siria, indebolendo le forze che contenevano l’avanzata jihadista. Lo ha fatto ancora ieri con dei raid aerei a Jousiayah, Al-Jubaniyah e Al-Hawz, nella campagna siriana di Homs.

Per Israele la nuova crisi può essere l’occasione per chiudere le porte girevoli della frontiera siro-libanese e spezzare definitivamente la catena bellica che dall’Iran giunge nella valle della Bekaa e, da lì, al sud. Non per caso, infatti, in queste ore non si trova sciita libanese che non sia fermamente convinto che dietro all’assalto ad Aleppo del gruppo fondamentalista Hayat Tahrir al-Sham ci sia, in qualche modo, la mano dello Stato Ebraico.

«Quel che sta accadendo è il frutto di un incrocio di interessi tra Turchia, Stati Uniti e Israele», dice a Repubblica l’analista militare Ghassan Jawad, vicino a Hezbollah. «L’obiettivo di Netanyahu è interrompere il flusso delle armi».

A ottobre l’Idf ha ucciso a Beirut il comandante dell’Unità 4400, Muhammad Jafar Qasir e, a Damasco, il suo successore Ali Hassan Gharib. Alcune unità combattenti di Hezbollah sono posizionate tuttora nel distretto siriano di Al-Qusayr, zona strategica perché sulla strada che collega la Valle della Bekaa a Damasco, e nell’area della capitale attorno al santuario di Sayda Zaynab, figlia del profeta Maometto, luogo sacro per gli sciiti. L’Isis provò a distruggerlo una decina di anni fa perché per i fondamentalisti sunniti dello Stato Islamico gli sciiti sono i primi nemici, i più odiati.

Hezbollah, allora, intervenne a fianco di Assad anche per proteggere la tomba di Zaynab. La campagna siriana per il Partito di Dio ebbe un prezzo notevole, mai confermato ufficialmente: cinquemila morti e quasi ventimila feriti stimati fino al 2020. Ora in Libano vige la tregua-non tregua con Israele, un ibrido fragilissimo dove succede che entrambe le parti si accusano di violare l’accordo, l’Idf bombarda i villaggi del sud a ogni movimento sospetto o presunto tale (due morti a Rab el-Thalathine, tre feriti a Majdal Zoun, tra cui un bambino di 7 anni) e nel cielo di Beirut sono tornati i droni spia israeliani.

Alla domanda sulla tenuta del cessate il fuoco se n’è aggiunta un’altra, sulla possibilità che Hezbollah mandi uomini in Siria per sostenere di nuovo l’esercito di Assad. Se ne parla molto in Libano, l’intelligence israeliana se lo aspetta nonostante le perdite subite nel conflitto a Sud e lo stato di disorientamento dovuto alla mancanza di un leader carismatico come Nasrallah. «Un intervento in Siria non è da escludere», ragiona Ghassan. «Hezbollah considera la battaglia in Palestina, in Siria e in Libano un unico fronte, se lo riterrà necessario, interverrà».

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