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L’ambasciatore in Siria: “Italiani al sicuro, riattivare la nostra sede è stata la scelta giusta”

Stefano Ravagnan 

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“Non si tratta di normalizzazione con Assad. Il ministro Tajani ha avviato e discusso con l’Ue un ribilanciamento politico: è necessario parlare con tutte le parti”, dice il responsabile della diplomazia a Damasco
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I ribelli filoturchi assediano Hama, i russi bombardano Aleppo, gli iraniani si precipitano a Damasco per proteggere l’alleato su cui hanno investito dieci anni di guerra. Ma nel Grande gioco delle potenze che riaccende la Siria a rimanere sullo sfondo sono ancora una volta i siriani. «Ora più che mai la nostra presenza qui è necessaria: per aiutare la popolazione e parlare con tutti», rivendica Stefano Ravagnan, ambasciatore italiano in Siria. L’Italia è stato il primo tra i Paesi fondatori dell’Ue a riattivare l’ambasciata nel Paese, scongelando di fatto i rapporti diplomatici con Assad, una decisione che ha suscitato non poche critiche.

Ambasciatore, qual è la situazione ad Aleppo?

«Dal punto di vista della sicurezza individua…

I ribelli filoturchi assediano Hama, i russi bombardano Aleppo, gli iraniani si precipitano a Damasco per proteggere l’alleato su cui hanno investito dieci anni di guerra. Ma nel Grande gioco delle potenze che riaccende la Siria a rimanere sullo sfondo sono ancora una volta i siriani. «Ora più che mai la nostra presenza qui è necessaria: per aiutare la popolazione e parlare con tutti», rivendica Stefano Ravagnan, ambasciatore italiano in Siria. L’Italia è stato il primo tra i Paesi fondatori dell’Ue a riattivare l’ambasciata nel Paese, scongelando di fatto i rapporti diplomatici con Assad, una decisione che ha suscitato non poche critiche.

Ambasciatore, qual è la situazione ad Aleppo?

«Dal punto di vista della sicurezza individuale non si registrano problemi: le milizie che hanno occupato la città continuano a dare segnali rassicuranti. Il problema è che uscire da Aleppo è difficile perché le due strade di comunicazione verso Damasco sono una al centro dei combattimenti e l’altra comunque a rischio. Un primo convoglio è arrivato qui nella capitale e c’erano tre italiani. Questa mattina dovremmo riuscire ad agganciarci a un altro convoglio Onu, più numeroso, la cui partenza è stata rimandata perché non era arrivato il via libera da tutte le parti coinvolte. Abbiamo contattato anche il capo della Mezzaluna Rossa siriana, che è autorizzata a continuare a lavorare ad Aleppo».

Quanti italiani vogliono andarsene da Aleppo?

«Gli italiani in città sono più o meno 120, le richieste di uscire sono circa una ventina. Ma cominciano ad esserci alcune criticità, per esempio con la fornitura di acqua, e il numero potrebbe aumentare».

Il Collegio francescano di Aleppo è finito sotto il fuoco russo: i religiosi sono a rischio?

«Ho parlato con il Vescovo: non ci sono vittime, ci sono feriti lievi e danni. È stato colpito da un missile, voglio pensare per errore, ma è certamente un segnale che allarma e richiamiamo tutte le parti a tutelare i civili».

Com’è la situazione a Damasco?

«Continua a essere tranquilla, c’erano state notizie di sparatorie ma erano infondate».

L’Italia a differenza della Francia e della Germania ha avviato di fatto la normalizzazione di Assad: perché?

«Non si tratta di normalizzazione. Il ministro Tajani ha avviato e discusso con l’Ue un ribilanciamento della politica europea: per favorire una soluzione politica, è necessario parlare con tutte le parti, un approccio diverso rispetto a una posizione che tendeva e tende a sostenere solo l’opposizione. Bisogna far dialogare le parti tra loro, è quello che fanno anche le Nazioni Unite. L’ambasciata italiana non è mai stata chiusa, e ora è stata riattivata. Il governo italiano ha deciso di inviare un ambasciatore che però non presenta credenziali».

Con quale obiettivo?

«Capire meglio cosa sta avvenendo qui e quello che accade in queste ore conferma la validità dell’iniziativa italiana perché la Siria è al centro di molti processi che hanno ripercussioni in tutto il Medio Oriente. Ed essere più incisivi nell’aiutare la popolazione locale. Ci sono settori dove sicuramente si può fare di più e meglio, come quello delle piccole e medie aziende. Se vogliamo che i rifugiati tornino e che i siriani che stanno qui non se ne vadano all’estero, è necessario che abbiano opportunità di lavoro».

Questa offensiva non mette in discussione la valutazione fatta dall’Italia della Siria come Paese sicuro in cui far tornare i rifugiati?

«Per anni si è dibattuto sulle garanzie di sicurezza che il governo siriano deve dare nei confronti di chi torna, e su questo l’Unhcr sta facendo un grande lavoro di monitoraggio. Certo gli avvenimenti delle ultime ore sono fatti di guerra, che purtroppo ci riportano indietro. E’ chiaro che adesso non possiamo dire che ci sono condizioni di sicurezza, ma questo per ragioni più ampie che non riguardano la situazione interna».

L’Italia resta a Damasco?

«La nostra presenza è un messaggio alla popolazione siriana: ci siamo. E da più parti ci arrivano segnali di apprezzamento per questa posizione, perché dà speranza. La Siria è diventata nel tempo un gioco tra potenze in cui la popolazione civile finisce sul fondo delle priorità. Tutti gli attori in gioco sono molto forti e non sono qui per occuparsi dei siriani. L’Europa invece può fare la differenza. Non ha presenza militare, è il primo operatore umanitario, può avere un ruolo e parlare con tutti gli attori. Come Italia lavoriamo per questo».

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