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I curdi bloccati ad Aleppo: “Circondati da cecchini sui tetti”

(afp)

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La testimonianza. “Non possiamo lasciare la città, abbiamo paura delle milizie jihadiste”, racconta un studente
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«L’unica cosa che vogliamo in questo momento è uscire da qui». Prigionieri, sotto assedio nella loro stessa città, costretti volenti o nolenti a resistere, come anni fa a Efrin. Studente di ingegneria, insieme alla sorella con le sue due bambine e agli anziani genitori, Dyiar è bloccato ad Aleppo, ora sotto controllo delle milizie jihadiste.

«Sono gli stessi che hanno minacciato di morte me e la mia famiglia anni fa, negli anni Al Nusra ha distrutto la nostra casa per due volte, una ad Aleppo, una a Efrin, ci ha costretto a scappare, a lasciare tutto. Adesso sono di nuovo qui a minacciarci». Mentre Diyar parla in città l’elettricità ancora regge, come regge la linea di difesa organizzata dai curdi attorno ai quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh. Sono squadre in larga parte composte da volontari, ma al momento sono riusciti a tenere fuori dal quartiere le milizie di Hay’at tahrir al-Sham.

«Quando sono arrivati in città, l’esercito regolare si è dissolto. Qui in quartiere hanno cer…

«L’unica cosa che vogliamo in questo momento è uscire da qui». Prigionieri, sotto assedio nella loro stessa città, costretti volenti o nolenti a resistere, come anni fa a Efrin. Studente di ingegneria, insieme alla sorella con le sue due bambine e agli anziani genitori, Dyiar è bloccato ad Aleppo, ora sotto controllo delle milizie jihadiste.

«Sono gli stessi che hanno minacciato di morte me e la mia famiglia anni fa, negli anni Al Nusra ha distrutto la nostra casa per due volte, una ad Aleppo, una a Efrin, ci ha costretto a scappare, a lasciare tutto. Adesso sono di nuovo qui a minacciarci». Mentre Diyar parla in città l’elettricità ancora regge, come regge la linea di difesa organizzata dai curdi attorno ai quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh. Sono squadre in larga parte composte da volontari, ma al momento sono riusciti a tenere fuori dal quartiere le milizie di Hay’at tahrir al-Sham.

«Quando sono arrivati in città, l’esercito regolare si è dissolto. Qui in quartiere hanno cercato rifugio anche molti siriani», racconta. «Non sappiamo quanto durerà, attorno ci sono i jihadisti, bisogna stare attenti anche ad affacciarsi alle finestre. Hanno piazzato cecchini sui tetti».

La strada che brevemente mostra in videochiamata è un deserto, sulla Siria martoriata dall’ennesima stagione di conflitto è calata la sera. Nella stanza, le bambine giocano su un grande divano, la madre fatica a star loro dietro, ha il volto preoccupato. Sarebbe dovuta partire per l’Olanda fra pochi giorni, invece non può nemmeno immaginare di lasciare la casa in cui vive. «E non possiamo neanche escludere che diventi un target»: la controffensiva dell’esercito siriano, supportato dai russi, è arrivata dall’alto, con raid che hanno colpito diverse parti della città.

«Per l’ennesima volta viviamo un assedio», dice Dyiar. Il che significa che presto bisognerà iniziare a fare i conti con la mancanza di cibo, medicine, beni di prima necessità. Insieme ai suoi, vorrebbe andare a Kobane, città al confine della Turchia, nel “territorio libero” del Rojava, in mano ai curdi dalla vittoria del marzo 2015, quando l’Isis che da mesi la teneva sotto assedio, fu ricacciata indietro. Ma al momento è impensabile.

La “Forza di protezione di Sheikh Maqsoud” — così si sono autodenominati i gruppi che stanno difendendo l’area — nella mattinata di ieri ha provato a creare dei corridoi per evacuare alcune famiglie, ma la situazione è estremamente instabile. «Ho dedicato tutta la mia vita a studiare, l’ho messa a rischio per continuare a farlo e adesso non so cosa sarà — tuona Dyiar — Alla comunità internazionale avrei un’unica cosa da dire: perché per noi curdi non esistono i diritti umani?»

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