Come predicato dal leader della coalizione ribelle al-Jolani, la «conquista senza vendetta» di Hama è compiuta. Da ieri i miliziani jihadisti di Hayat Tahrir Al-Sham — il movimento armato nato da quel che un tempo si chiamava Jabhat Al-Nusra, fino al 2016 affiliato ad Al Qaeda e in buoni rapporti con la Turchia — controllano pure la terza città della Siria, 350mila abitanti. Celebre per gli antichi mulini ad acqua, certo, ma soprattutto per il sanguinoso massacro del 1982 quando un tentativo di rivolta contro Assad padre venne stroncato coi carri armati e vennero trucidate almeno 30mila persone.
«Abbiamo ripulito una ferita aperta 40 anni fa», ha scritto al-Jolani su Telegram. Strategico crocevia del Paese, Hama è lo snodo più importante dell’autostrada M5, cruciale per i rifornimenti, a metà strada fra l’ovest costiero e l’est agricolo e fra Aleppo a nord — presa 4 giorni fa — e le ultime due città ancora in mani governative a sud: Homs e la capitale Damasco, sulla quale, ieri, …
Come predicato dal leader della coalizione ribelle al-Jolani, la «conquista senza vendetta» di Hama è compiuta. Da ieri i miliziani jihadisti di Hayat Tahrir Al-Sham — il movimento armato nato da quel che un tempo si chiamava Jabhat Al-Nusra, fino al 2016 affiliato ad Al Qaeda e in buoni rapporti con la Turchia — controllano pure la terza città della Siria, 350mila abitanti. Celebre per gli antichi mulini ad acqua, certo, ma soprattutto per il sanguinoso massacro del 1982 quando un tentativo di rivolta contro Assad padre venne stroncato coi carri armati e vennero trucidate almeno 30mila persone.
«Abbiamo ripulito una ferita aperta 40 anni fa», ha scritto al-Jolani su Telegram. Strategico crocevia del Paese, Hama è lo snodo più importante dell’autostrada M5, cruciale per i rifornimenti, a metà strada fra l’ovest costiero e l’est agricolo e fra Aleppo a nord — presa 4 giorni fa — e le ultime due città ancora in mani governative a sud: Homs e la capitale Damasco, sulla quale, ieri, sono stati intercettati e abbattuti due droni.
Nonostante l’appoggio di raid aerei russi, i rinforzi inviati dal presidente Bashar Al-Assad martedì non sono dunque riusciti a frenare la rapida avanzata dei ribelli iniziata otto giorni fa. Per penetrare in città hanno sfondato da tre lati: nord, est ed ovest, costringendo i lealisti a ritirarsi verso sud (ovvero in direzione Damasco) dopo una battaglia di poche ore, perdendo di fatto una regione da sempre sotto il loro controllo. E pazienza se un comunicato del ministero della Difesa diffuso dall’agenzia statale Sana parla di «riposizionamento all’esterno» e di decisione presa per «tutelare le vite dei civili ed evitare combattimenti in aree urbane».
Su Telegram il ripiegamento è descritto in maniera ben diversa dal colonnello ribelle Hassan Abdulghany: «Le forze fedeli ad Assad sono in un significativo stato confusionale, i comandanti dei reparti governativi abbandonano posizioni e i uomini». Di sicuro, è stata catturata pure la caserma dove aveva la sua base la Venticinquesima Divisione Forze Speciali guidata da Suhail Hassan, appena nominato responsabile del fronte nord: una brigata d’élite guidata da uno dei militari più celebri. Insomma, un brutto colpo al morale dei lealisti.
Il primo atto dei miliziani in città è stato assaltare la prigione: «Abbiamo liberato centinaia di detenuti ingiustamente arrestati» ha rivendicato il comandante ribelle Hassan Abdel Ghani, considerandoli tutti oppositori del regime e dunque prigionieri politici. Ad Hama e Aleppo non funzionano però le comunicazioni: i miliziani — lo dice sempre l’agenzia Sana — avrebbero colpito le centraline nelle zone centrali e settentrionali. La situazione è caotica e hanno già lasciato le loro case almeno 280mila persone: lo denuncia il World Food Programme su X, dove chiede «supporto per soddisfare le necessità in aumento».
Stando alle parole del ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov durante la sua visita a Malta, trattative potrebbero però essere imminenti: un incontro ministeriale potrebbe infatti tenersi nel formato Astana (Russia, Iran e Turchia) entro fine settimana: «Stiamo lavorando a un accordo con i partner turchi e iraniani». E Ankara — che ha interesse a espandere la sua influenza — già chiede ad Assad «una soluzione politica». Proprio al presidente turco Erdogan si è d’altronde rivolto pure il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres: «Necessario l’ accesso umanitario ai civili in difficoltà e il ritorno al processo politico facilitato dall’Onu per porre fine allo spargimento di sangue».