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La dinastia degli Assad, dittatori al collasso dopo 60 anni di sangue e potere

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L’analisi. Il futuro della Siria è quanto mai incerto: potrebbe finire per sgretolarsi, suddivisa in una serie di aree sotto il controllo dalle diverse etnie
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Il vuoto di potere che si sta aprendo a Damasco rischia di spalancare un baratro che potrebbe inghiottire la Siria e destabilizzare l’intera regione, dal Mediterraneo all’Iran. Nessuno aveva previsto che la dittatura del clan Assad si sgretolasse in una settimana e adesso nessuno sa come gestire la situazione: siamo davanti a una crisi senza precedenti, che sconvolge gli equilibri mediorientali già resi precari dalla campagna israeliana a Gaza e in Libano nata dopo i massacri del 7 ottobre 2023.

La sorprendente offensiva della coalizione sunnita forgiata dall’ex capo qaedista Abu Mohammad al-Jolani ha messo a nudo la fragilità di un regime che da anni aveva affidato la sua difesa ai miliziani di Hezbollah, ai gruppi sciiti filo-iraniani e all’armata russa. I bombardamenti israeliani e il conflitto ucraino hanno lasciato tutto in mano un esercito governativo inetto e demotivato, comandato da boiardi abili nelle trame di palazzo e nei traffici ma incapaci di qualsiasi iniziativa …

Il vuoto di potere che si sta aprendo a Damasco rischia di spalancare un baratro che potrebbe inghiottire la Siria e destabilizzare l’intera regione, dal Mediterraneo all’Iran. Nessuno aveva previsto che la dittatura del clan Assad si sgretolasse in una settimana e adesso nessuno sa come gestire la situazione: siamo davanti a una crisi senza precedenti, che sconvolge gli equilibri mediorientali già resi precari dalla campagna israeliana a Gaza e in Libano nata dopo i massacri del 7 ottobre 2023.

La sorprendente offensiva della coalizione sunnita forgiata dall’ex capo qaedista Abu Mohammad al-Jolani ha messo a nudo la fragilità di un regime che da anni aveva affidato la sua difesa ai miliziani di Hezbollah, ai gruppi sciiti filo-iraniani e all’armata russa. I bombardamenti israeliani e il conflitto ucraino hanno lasciato tutto in mano un esercito governativo inetto e demotivato, comandato da boiardi abili nelle trame di palazzo e nei traffici ma incapaci di qualsiasi iniziativa militare.

Lo specchio del declino della dinastia Assad, fondata dal padre Hafez tanto spietato quanto scaltro che aveva trasformato il golpe baathista del 1963 in una dittatura, spegnendo con ferocia ogni rivolta: nelle carceri di Hama giovedì sono stati liberati dissidenti in cella da oltre trent’anni. Bashar, specialista di oftalmologia con studi a Londra, lo aveva sostituito nel 2000 senza avere mai mostrato doti di leader: il successore designato era il fratello maggiore, morto in un incidente, e lui si è circondato di una corte di affaristi corrotti senza cogliere il cambiamento dei tempi. La primavera araba lo ha spiazzato e quando è mutata in jihad con la comparsa dell’Isis è sembrato a un passo dal perdere tutto. Russi e iraniani lo hanno salvato.

Adesso Mosca ha scagliato senza sosta i suoi aerei contro i ribelli ma il contingente rimasto in Siria è troppo piccolo per essere determinante. Teheran ha cercato invano di mobilitare le milizie sciite irachene, trovando le strade sbarrate dai curdi sostenuti dai caccia americani, e anche le pressioni per trascinare Bagdad nel calderone siriano sono state respinte.

Ora Homs è praticamente circondata dalle forze sunnite, che hanno aggirato gli ultimi capisaldi della dittatura per lanciare colonne di camionette in direzione della capitale. Questa mossa ha tagliato fuori Damasco dalla regione costiera di Latakia, cuore della minoranza alawita da cui provengono la famiglia Assad e i quadri del regime. È la premessa a quella che potrebbe rapidamente diventare una cantonizzazione della Siria, spaccata in feudi tribali e confessionali senza confini definiti ma con tanto odio accumulato in tredici anni di lotte feroci.

Lo si vede anche da ciò che sta accadendo a sud, a ridosso del confine giordano e a poca distanza da quello israeliano. La cittadina di Daraa è insorta ed è stata occupata da bande locali di drusi e di veterani jihadisti sunniti. Anche i curdi delle Syrian Democratic Forces stanno correndo a rimpiazzare i soldati in fuga nell’area di Raqqa e in quella strategica di Deir ez-Zor, che domina l’arteria principale verso l’Iraq: possono contare sull’appoggio dell’aviazione americana per tenere a distanza le schiere sciite. Allo stesso tempo i battaglioni del Syrian National Army fedeli ad Ankara attaccano i curdi nella fascia sul confine e li spingono verso sud: non è escluso che pure i tank turchi possano intervenire. Decine di migliaia di curdi stanno scappando nel timore di una nuova pulizia etnica, l’ennesima in una terra martoriata dove ci sono stati già mezzo milioni di morti e quasi dieci milioni di profughi.

La Turchia può apparire come il grande vincitore della partita, perché è stata lo sponsor della coalizione formata da tredici fazioni sunnite, arroccate a Idlib dopo essere state battute dal regime e fino al 2019 impegnate a sparare l’una contro l’altra. Si sono trasformate in una forza combattente di 60 mila uomini disciplinata e innovativa, che usa i droni come gli ucraini e le autobombe come l’Isis. Ma obbedisce solo ad Abu Mohammed al-Jolani, l’uomo che aveva fondato la filiale siriana di Al Qaeda e adesso predica dagli schermi della Cnn una democrazia aperta a ogni etnia e a ogni religione.

Ha ordinato di rispettare le altre comunità, di non infierire sui soldati che si arrendono, di garantire i servizi pubblici e ad Aleppo da una settimana regna una surreale tranquillità. Le sue schiere però sono compattate soltanto dall’ideologia jihadista e si sono impadronite dell’arsenale sofisticato abbandonato dai reparti di Assad.

La loro carica trionfale verso Damasco inevitabilmente rilancia tra tutti gli estremisti sunniti del Medio Oriente il richiamo alla guerra santa spento nel 2018 con la dissoluzione dello Stato Islamico: uno spettro che spaventa i Paesi vicini assai più di Bashar al Assad, perché ha già dimostrato di non conoscere frontiere.

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