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Voci dalla Damasco caduta, festa nelle piazze liberate dal macellaio: “Ma il futuro fa paura”

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In molti tornano in città dopo decenni, dalle prigioni emergono i fantasmi del regime: “È arrivato Saddam?”
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Da solo, stordito, a piedi nel centro di Damasco in quell’ora tra la notte e la prima luce, è iniziata la nuova Siria di Yaman. «Mi sono catapultato in strada alle 6.30, cerano molte divise militari lasciate a terra dai soldati del regime che sono scappati verso nord e non volevano essere riconosciuti. Hanno lasciato anche le armi. C’erano un sacco di persone in strada, alcuni sparavano», racconta.

Una vita in guerra

Yaman ha 33 anni, è musulmano sunnita, è nato e cresciuto sotto gli Assad: nel 2011 era al primo anno di università quando scese in piazza con la Siria che chiedeva democrazia. E non se n’è mai andato mentre il Paese sprofondava nella guerra civile e poi globale, prigioni, torture, bombardamenti, fame. «Il sogno di molti siriani …

Da solo, stordito, a piedi nel centro di Damasco in quell’ora tra la notte e la prima luce, è iniziata la nuova Siria di Yaman. «Mi sono catapultato in strada alle 6.30, cerano molte divise militari lasciate a terra dai soldati del regime che sono scappati verso nord e non volevano essere riconosciuti. Hanno lasciato anche le armi. C’erano un sacco di persone in strada, alcuni sparavano», racconta.

Una vita in guerra

Yaman ha 33 anni, è musulmano sunnita, è nato e cresciuto sotto gli Assad: nel 2011 era al primo anno di università quando scese in piazza con la Siria che chiedeva democrazia. E non se n’è mai andato mentre il Paese sprofondava nella guerra civile e poi globale, prigioni, torture, bombardamenti, fame. «Il sogno di molti siriani si avvera, ma la responsabilità per noi adesso è enorme, costruire un Paese nuovo». Quando ci descrive il «più incredibile dei giorni», nella capitale siriana è sera, c’è il coprifuoco. Le strade sono deserte, girano solo poche motociclette con uomini armati a bordo, pick up incrostati di fango dei ribelli arrivati da nord. Mohamad Karmooz era con loro, embedded da Idlib ad Aleppo e giù fino a Damasco dove non poteva entrare da anni. «Non riesco a descrivere quello che provo, sto piangendo da giorni, il regime che ci ha ucciso, umiliato, esiliato si è sciolto in un giorno» e l’opposizione – la chiama così, non i ribelli, non i jihadisti – è «vicina a controllare anche la costa, vicino all’aeroporto e alla base dei russi».

L’arrivo di al Jolani

Il leader dei ribelli, l’ex qaedista al Jolani che ora si offre come islamista moderato, è A Damasco, ha baciato la terra e pregato, prima di concedersi una trionfale apparizione nella Grande moschea degli Omayyadi, una sorta di Mecca siriana, il grande centro di preghiera per i musulmani un tempo circondato da botteghe, caffé e dai mukhabarat, gli spietati servizi del regime. “La Siria è di tutti”, ripete al Jolani, ma le ferite sono tante, troppe. Mohamad che ha vissuto a Idlib, e sa come funziona l’organizzazione di al Jolani, vuole rassicurare. «Ci sarà un periodo di transizione ma la Siria non sarà più controllata da un uomo solo che dà ordini. Non discrimineranno le minoranze, in tutte le città dove sono arrivati come Aleppo hanno fatto accordi con tutti». Ci sperano i cristiani, terrorizzati dalla notte dello storico e caotico cambio di potere. «Siamo rimasti in casa, non sapevamo e non sappiamo cosa aspettarci, c’è una enorme confusione», racconta Alia.

Al Jolani arriva a Damasco: il capo dei ribelli si inginocchia e bacia la terra

Najib è sciita, e anche lui è stordito, straniato, timoroso: «I soldati di Assad hanno lasciato le armi prima ancora che arrivassero i ribelli e ci sono ragazzini di 15 – 20 anni con i Kalshnikov in mano. Ci sono stati molti saccheggi, anche alla banca centrale. Io sono uscito solo per comprare il pane e rientrato di corsa prima del tramonto», dice. «Molti che volevano festeggiare, dopo 40 anni di sofferenze, ma sono rimasti a casa per paura». Di cosa sarà domani, e di tutti gli orrori con cui un popolo già traumatizzato dovrà fare i conti. Dalle infauste prigioni del regime, dove sono spariti migliaia di oppositori, emergono racconti raccapriccianti di prigionieri rinchiusi anche da 20, 30 anni.

(reuters)

Uno di loro ha raccontato al fratello di credere che fossero arrivate le truppe di Saddam a liberarli. Perdita di memoria, identità smarrite. In un carcere alla periferia di Damasco i ribelli hanno liberato un gruppo di donne stipate in stanze senza finestre: c’era anche un bambino con loro. Le organizzazioni umanitarie hanno raccolto nel tempo diverse testimonianze di prigioniere stuprate dai secondini di Assad, con i figli della violenza rimasti dietro le sbarre senza mai vedere la luce. E ora nella Siria di al Jolani cosa accadrà? «Non so cosa pensare, i ribelli mandano messaggi rassicuranti alle minoranze, ad Aleppo si stanno comportando bene. Speriamo succeda anche qui», è l’augurio di Najib. Certo è che un regime è caduto perché i suoi stessi sostenitori gli hanno voltato le spalle. Non i russi, non gli iraniani ma i siriani, sottolinea Najib: «Assad per 40 anni ha considerato la Siria una fattoria di animali che lavoravano per lui». È un corpo fragile la Siria, e debole. Shervin lo sa. È arrivato anche lui dal nord, da Afrin a Damasco per la “Liberazione”: «Dovremo stare attenti a come disegnare una Siria per tutti perché il conto con la Storia lo abbiamo già pagato».

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