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Idf vicino a Damasco: “Stiamo distruggendo l’arsenale di Assad”

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Incursori israeliani alle porte della città: sarà creata una zona cuscinetto. Jet, flotta e armi chimiche colpiti da 480 raid. Si teme un’impennata del terrorismo
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Quando nel 2011 è crollato il regime di Gheddafi, i giganteschi arsenali libici si sono trasformati nel supermarket delle milizie jihadiste di due continenti, sfornando un flusso inesauribile di Kalashnikov, lanciarazzi ed esplosivi. Quel precedente fa vivere oggi a Israele un doppio incubo: l’improvvisa caduta del clan Assad ha messo nelle mani dei padroni fondamentalisti di Damasco una scorta di ordigni sofisticati e ha lasciato incustoditi grandi depositi di armi a pochi chilometri dalla frontiera libanese. Ma ogni crisi può diventare un’opportunità. Ed ecco che la necessità di fare diga al travaso bellico ha offerto la giustificazione per un intervento in territorio siriano, fino alle porte della capitale, «che potrebbe prolungarsi a seconda degli sviluppi della situazione», come hanno dichiarato i vertici delle Israeli Defense Forces.

La macchina da guerra dello Stato ebraico è entrata in azione prima della resa del regime, ignorando confini e diritto internazionale: ancora…

Quando nel 2011 è crollato il regime di Gheddafi, i giganteschi arsenali libici si sono trasformati nel supermarket delle milizie jihadiste di due continenti, sfornando un flusso inesauribile di Kalashnikov, lanciarazzi ed esplosivi. Quel precedente fa vivere oggi a Israele un doppio incubo: l’improvvisa caduta del clan Assad ha messo nelle mani dei padroni fondamentalisti di Damasco una scorta di ordigni sofisticati e ha lasciato incustoditi grandi depositi di armi a pochi chilometri dalla frontiera libanese. Ma ogni crisi può diventare un’opportunità. Ed ecco che la necessità di fare diga al travaso bellico ha offerto la giustificazione per un intervento in territorio siriano, fino alle porte della capitale, «che potrebbe prolungarsi a seconda degli sviluppi della situazione», come hanno dichiarato i vertici delle Israeli Defense Forces.

La macchina da guerra dello Stato ebraico è entrata in azione prima della resa del regime, ignorando confini e diritto internazionale: ancora una volta, l’unica priorità è la sicurezza di Israele. L’aviazione ha lanciato una campagna di bombardamenti che si è progressivamente estesa all’intero Paese, dalla frontiera turca a quella giordana. In poco più di 48 ore sono stati rasi al suolo 350 obiettivi. L’armata siriana è stata letteralmente rottamata: ci sono immagini di Mig 29 sbriciolati sotto le macerie degli hangar corazzati; di motovedette lanciamissili incenerite; di radar e batterie contraeree crivellate; di magazzini zeppi di munizioni che saltano in aria senza sosta.

Il premier Netanyahu ha paragonato l’azione a quella lanciata dagli inglesi nel 1940 contro la flotta francese in Algeria per impedire che venisse catturata dai nazisti dopo la resa di Parigi: si è trattato di una delle decisioni più controverse e drammatiche di Winston Churchill, perché furono uccisi oltre 1200 marinai. «Se il nuovo regime permetterà all’Iran di reinsediarsi in Siria o permetterà il trasferimento di armi a Hezbollah o ci assalirà, gli faremo pagare un prezzo caro», ha dichiarato Netanyahu, sostenendo di essere comunque pronto a stabilire relazioni con il governo insediato a Damasco.

Gli attacchi più devastanti delle scorse ore hanno preso di mira le basi siriane dove erano custoditi i missili a lungo raggio, come i vecchi ma micidiali Scud e Tochka usati durante il conflitto civile per terrorizzare le città ribelli. La massima attenzione è stata riservata a fabbriche e nascondigli delle testate chimiche, altro strumento utilizzato negli scorsi anni per piegare la rivolta sunnita: oltre al centro di ricerche alle porte della capitale, sarebbero stati colpiti laboratori nel settore dei gas asfissianti e pure nella fisica nucleare. I generali israeliani sembrano convinti di avere cancellato tra il 70 e l’80 per cento delle capacità strategiche siriane.

Si tratta solo di una parte del problema: l’altra è impedire che oggetti più piccoli come mitragliatori, razzi e missili antitank vengano sottratti dalle polveriere e portati in Libano, dove potrebbero essere donati dal nuovo potere jihadista a fazioni sunnite e palestinesi oppure venduti da trafficanti agli Hezbollah sciiti. Non sono trasferimenti che si possono individuare dal cielo mentre presidiare le zone montuose che separano la Bekaa dalla Siria è molto difficile: l’unica alternativa è creare una rete di sorveglianza che possa intercettare i carichi d’armi prima del confine.

Le Israeli Defense Forces sono così ulteriormente avanzate nel Golan, le alture contese dal 1967 che sono state integralmente occupate sabato scorso. Stanno creando una zona cuscinetto sul lato siriano, che è stata presentata dai vertici militari come «una misura difensiva e temporanea per rispondere al caos ma che potrebbe restare a lungo: dipenderà dagli sviluppi della situazione». Fonti giornalistiche sostengono che le avanguardie sono arrivate a dodici chilometri da Damasco, cosa smentita dagli israeliani. Il ministro della Difesa Katz invece ha detto che ci sarà una «fascia demilitarizzata senza la presenza di soldati». L’operazione è stata chiamata “Bashan Arrow”: la freccia di Bashan, il nome biblico che indica il Golan e la Siria meridionale e che suona come un’altra rivendicazione territoriale.

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