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La tentazione di Putin: cercare la riscossa in Libia dopo la disfatta siriana

Ora il Cremlino ha bisogno di basi aeree e navali sicure nel Mediterraneo: l’unica alternativa è la Cirenaica del maresciallo Haftar. Uno scenario insidioso per l’Italia
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Dalla crisi siriana potrebbe nascere un nuovo assetto geopolitico del Mediterraneo, con lo spostamento delle attenzioni russe dalla Siria alla Libia: uno scenario molto insidioso per l’Italia. Dopo la fine del regime di Bashar al Assad, il Cremlino sa che il destino della sua fortezza siriana è avvolto da nubi cupe. Il nuovo uomo forte di Damasco Ahmed al Shaara, più noto con il nome di battaglia di Abu Mohammed al Jolani, ha evitato accuratamente di parlare di Russia, lasciando la porta aperta a un negoziato. Ma per anni i caccia di Mosca hanno bombardato i suoi uomini, cercando anche di assassinarlo: l’ultimo raid risale a sabato mattina. Inoltre il dittatore e tutto il suo clan hanno ottenuto da Putin l’asilo politico: nonostante il pragmatismo del leader siriano, è molto difficile che la tregua del momento si possa trasformare in alleanza.

Dalla crisi siriana potrebbe nascere un nuovo assetto geopolitico del Mediterraneo, con lo spostamento delle attenzioni russe dalla Siria alla Libia: uno scenario molto insidioso per l’Italia. Dopo la fine del regime di Bashar al Assad, il Cremlino sa che il destino della sua fortezza siriana è avvolto da nubi cupe. Il nuovo uomo forte di Damasco Ahmed al Shaara, più noto con il nome di battaglia di Abu Mohammed al Jolani, ha evitato accuratamente di parlare di Russia, lasciando la porta aperta a un negoziato. Ma per anni i caccia di Mosca hanno bombardato i suoi uomini, cercando anche di assassinarlo: l’ultimo raid risale a sabato mattina. Inoltre il dittatore e tutto il suo clan hanno ottenuto da Putin l’asilo politico: nonostante il pragmatismo del leader siriano, è molto difficile che la tregua del momento si possa trasformare in alleanza.

Punti sensibili

L’aeroporto di Hmeimim nella regione alawita di Latakia adesso è a portata di tiro non solo dei droni ma pure dei cannoni pesanti di cui le milizie sunnite si sono impossessate. E il nuovo premier nominato ieri a Damasco, Mohammed al Bashir, ha messo tra le priorità del suo governo la ripresa dell’attività del porto di Tartus, dove si trova la roccaforte della flotta russa nel Mediterraneo. Le foto scattate dai satelliti ieri mattina – analizzate dal canale di MT Anderson - mostrano i moli deserti: le navi militari per precauzione si tengono a circa dieci chilometri dalla costa. Anche se si troverà un’intesa, pare difficile che i russi potranno ancora comportarsi come se fossero a casa loro.

Tutti gli stati maggiori occidentali stanno cercando di capire quali sono le alternative a disposizione di Mosca. E l’unica concretizzabile potrebbe creare seri problemi all’Italia: si tratta infatti della Libia. Lì un’altra guerra civile, quella seguita alla fine del regime di Gheddafi, ha insediato alla guida della Cirenaica il maresciallo Haftar protetto dai russi, prima con i mercenari della Wagner e ora con le forze regolari del nuovo Afrika Korp creato dopo la morte di Evgenij Prigozhin.

La sponda libica

Da cinque anni caccia Mig 29 e Sukhoi 24 sono dislocati sull’aeroporto di al Jufra, nell’entroterra di Sirte. Una serie di immagini satellitari pubblicate una settimana fa da The Telegraph mostrano come l’infrastruttura sia stata potenziata, allungando le piste e costruendo nuovi edifici. L’ipotesi è che possano servire ai Mig 31, gli unici dotati dei missili ipersonici Kinzhal progettati per superare le difese contraeree dell’Alleanza atlantica. La posizione di al Jufra è strategica: un trampolino di lancio verso l’Africa centrale, dove la sfera di influenza russa continua a crescere a partire dai golpisti che in Mali, Niger e Burkina Faso hanno espulso i contingenti occidentali per legarsi a Mosca.

Il Cremlino però sta discutendo con Haftar un’altra concessione: l’apertura di una base navale a Tobruk, un’installazione che sulla carta potrebbe essere il rimpiazzo per Tartus. L’esigenza russa è quella di una postazione che permetta di intervenire per contrastare alla Nato il controllo dei due passaggi fondamentali del Mediterraneo orientale: il Bosforo e Suez. Il porto siriano era geograficamente perfetto; quello libico di fronte a Creta e Cipro può diventare l’alternativa meno scomoda e comunque l’unica a portata di mano.

Putin e Haftar

I negoziati con il signore della Cirenaica non sono semplici e lui con abilità levantina li sta prolungando, giocando su più tavoli per ottenere finanziamenti pure dagli europei e in particolare dall’Italia. Inoltre bisogna fare i conti con l’altro suo sponsor, l’Egitto di Al Sisi, che per quanto mantenga buoni rapporti con la Russia potrebbe non gradire di avere alle porte uno schieramento agguerrito dell’armata di Putin.

Allo stesso tempo il maresciallo Haftar a 81 anni vuole accelerare l’insediamento dei figli Saddam e Belgacem alla guida del suo feudo, ripetendo periodicamente proclami minacciosi contro le litigiose autorità di Tripoli. I russi gli hanno paventato un incremento dei loro aiuti bellici per consolidare il passaggio di potere ai figli e renderli in grado di ambire al controllo dell’intera Libia. Un’offerta che, alla luce dell’impegno in Ucraina, appare velleitaria. Ma dopo la disfatta siriana Putin ha urgenza di risollevare la sua credibilità internazionale e non è escluso che possa cercare la riscossa proprio in Libia.

In ogni caso, l’aeroporto di Al Jufra non può essere una soluzione piena: c’è un limite tecnico perché gli aerei da trasporto Ilyushin 76 sono in grado di raggiungerlo soltanto con la stiva vuota. E non esiste un altro posto nel Mediterraneo che possa dare ospitalità all’aviazione russa per una tappa intermedia che garantire l’atterraggio a pieno carico in Libia. Ecco che la Siria continua a essere indispensabile per mantenere le linee di collegamento con l’Africa. Mosca ha la necessità di mantenere la base nella regione di Latakia quanto meno come scalo per rifornire i suoi voli cargo. Un elemento che condizionerà le relazioni tra il Cremlino e i rivoluzionari jihadisti di Damasco.

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