DAMASCO — Nonostante il nuovo leader siriano Ahmad Sharaa, il fu al Jolani, mantenga i toni bassi e dichiari che il suo movimento Hayat Tahrir al Sham (Hts) non è intenzionato a un conflitto con Israele, Netanyahu continua a dare ordini di bombardare la Siria. Dalla caduta di Assad l’aviazione dell’Idf ha continuato a colpire basi, aeroporti militari e strutture strategiche, nella sistematica operazione di distruzione di quel che resta della difesa dell’ex regime. 61 missili lanciati ancora ieri nell’arco di cinque ore. «Non ci sono più scuse per qualsiasi intervento straniero in Siria ora che gli iraniani hanno lasciato il Paese», ha detto al Jolani. «Non siamo però in una fase di confronto militare con Israele, le soluzioni diplomatiche sono l’unico modo per assicurare stabilità».
Eppure ieri, nelle stesse ore in cui uscivano queste dichiarazioni rilasciate ai media arabi, il governo di Israele approvava all’unanimità un piano per raddoppiare la popolazione sulle Alture del Gola…
DAMASCO — Nonostante il nuovo leader siriano Ahmad Sharaa, il fu al Jolani, mantenga i toni bassi e dichiari che il suo movimento Hayat Tahrir al Sham (Hts) non è intenzionato a un conflitto con Israele, Netanyahu continua a dare ordini di bombardare la Siria. Dalla caduta di Assad l’aviazione dell’Idf ha continuato a colpire basi, aeroporti militari e strutture strategiche, nella sistematica operazione di distruzione di quel che resta della difesa dell’ex regime. 61 missili lanciati ancora ieri nell’arco di cinque ore. «Non ci sono più scuse per qualsiasi intervento straniero in Siria ora che gli iraniani hanno lasciato il Paese», ha detto al Jolani. «Non siamo però in una fase di confronto militare con Israele, le soluzioni diplomatiche sono l’unico modo per assicurare stabilità».
Eppure ieri, nelle stesse ore in cui uscivano queste dichiarazioni rilasciate ai media arabi, il governo di Israele approvava all’unanimità un piano per raddoppiare la popolazione sulle Alture del Golan, occupate nel 1967 e unilateralmente annesse nel 1981. Netanyahu ha subito dichiarato che Israele non ha «alcun interesse a scontrarsi» con la Siria, ma in un contesto così fragile, e con le truppe dello stato ebraico che hanno già occupato - dicono solo fino alla fine dell’inverno - la zona cuscinetto che separa il Golan dal resto del territorio siriano, la mossa alza il rischio di incidenti.
Intanto a Damasco si cerca di ripristinare una qualche normalità: ieri hanno riaperto alcune scuole e università, e i cristiani hanno potuto celebrare in chiesa, senza la presenza di miliziani o restrizioni, la messa domenicale. Inoltre, al Jolani ha incontrato per la prima volta l’inviato dell’Onu per la Siria, Geir Pederson, per discutere della necessità di revisionare la road map definita dal Consiglio di sicurezza nel 2015, del sostegno al ritorno dei rifugiati siriani, di aiuti umanitari e della ricostruzione economica e politica. «È la priorità», ha ribadito.
Sono ore in cui diversi Paesi occidentali fanno passi in avanti verso il nuovo governo “della Salvezza” retto dal premier Mohammad al Bashir ma rappresentato e guidato da al Jolani. La Francia ha annunciato che sarà ristabilita una missione diplomatica con Damasco, Londra ha avviato contatti col governo siriano, il Qatar domani riapre l’ambasciata.
Al Jolani ha promesso che nella Siria post-regime non ci sarà la leva obbligatoria. Altro segnale di distensione: ha rassicurato la comunità internazionale sulla sorte dei curdi, affermando che essi faranno parte a pieno titolo dello Stato. «Come noi, sono stati oppressi dal precedente regime. Tutti riceveranno i loro diritti secondo la legge».
Intanto, continuano a emergere dettagli sulle gesta del dittatore deposto: il Financial Times rivela che tra il 2018 e il 2019 Bashar Assad ha trasferito in Russia tonnellate di banconote per un valore di 250 milioni di dollari. Una sorta di assicurazione privata nell’eventualità di una sua fuga da Damasco. Cosa che si è puntualmente verificata la scorsa settimana.