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Putin, 25 anni al potere: la deriva dello zar che tra omicidi e guerre ora sogna di superare Stalin

Il 31 dicembre 1999 Eltsin lo nominò presidente ad interim: da allora l’ex spia del Kgb non ha più lasciato il potere, che ha gestito con metodi sempre più brutali. Tutte le ombre della sua storia
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LONDRA – È il 31 dicembre 1999. Da un decennio presidente della Russia, Boris Eltsin annuncia le dimissioni con tre mesi di anticipo sulla fine del suo secondo mandato, nomina quale successore a interim Vladimir Putin, fino a tre anni prima uno sconosciuto membro del suo staff, e nel messaggio televisivo di Capodanno chiede scusa al Paese per i travagli dell’era democratica post-comunista, caratterizzata da caos, corruzione e conflitti. Un quarto di secolo dopo, Putin è ancora al Cremlino, avviato a una permanenza al potere lunga quanto quella di Stalin.

Ecco la storia di come si è evoluto in 25 anni il leader che mosse i primi passi in una fragile democrazia ma è diventato un inamovibile dittatore, l’avversario numero uno dell’Occidente.

L’apprendistato nel Kgb

Nato a Leningrado nel 1952 in una famiglia operaia (sebbene il nonno fosse stato cuoco personale di Lenin e Stalin), Putin si laurea in legge, diventa cintura nera di judo e si arruola nel Kgb, il temuto servizio di sicurezz…

LONDRA – È il 31 dicembre 1999. Da un decennio presidente della Russia, Boris Eltsin annuncia le dimissioni con tre mesi di anticipo sulla fine del suo secondo mandato, nomina quale successore a interim Vladimir Putin, fino a tre anni prima uno sconosciuto membro del suo staff, e nel messaggio televisivo di Capodanno chiede scusa al Paese per i travagli dell’era democratica post-comunista, caratterizzata da caos, corruzione e conflitti. Un quarto di secolo dopo, Putin è ancora al Cremlino, avviato a una permanenza al potere lunga quanto quella di Stalin.

Ecco la storia di come si è evoluto in 25 anni il leader che mosse i primi passi in una fragile democrazia ma è diventato un inamovibile dittatore, l’avversario numero uno dell’Occidente.

L’apprendistato nel Kgb

Nato a Leningrado nel 1952 in una famiglia operaia (sebbene il nonno fosse stato cuoco personale di Lenin e Stalin), Putin si laurea in legge, diventa cintura nera di judo e si arruola nel Kgb, il temuto servizio di sicurezza che tiene l’Unione Sovietica comunista sotto controllo e sfida lo spionaggio occidentale sulla scena internazionale. Della propria giovinezza, molti anni dopo ricorderà un aneddoto: quando da ragazzo si diverte a dare la caccia ai topi con un bastone nello squallido cortile di casa e un grosso roditore, chiuso in un angolo, gli balza addosso, spaventandolo e riuscendo a fuggire. Ne ricava questa filosofia: “Mai farsi mettere contro il muro”.

È in Germania Est quando nel 1989 crolla il muro di Berlino. Telefona a Mosca per chiedere rinforzi, ma gli rispondono che Mikhail Gorbaciov, il leader che ha introdotto la glasnost (libertà di pensiero) e la perestrojka (riforme politiche ed economiche), non manderà l’esercito a difendere il regime comunista, diversamente da quel che fecero i suoi predecessori in Ungheria nel 1956 e in Cecoslovacchia nel 1968.

La politica nel post-comunismo

Quando nell’estate 1991 gli oppositori delle riforme democratiche organizzano un golpe contro Gorbaciov, Putin si chiude in casa e aspetta fino al terzo giorno del putsch per decidere con chi schierarsi: il colpo di stato fallisce, lui lascia il Kgb e punta sulla politica, come consigliere e quindi vice del sindaco di Leningrado, Anatolij Sobciak, uno dei paladini del fronte pro-democrazia, suo ex-docente alla facoltà di giurisprudenza. Anni dopo, dirà che il crollo dell’Urss è stato “la più grande tragedia geopolitica del ventesimo secolo”, ma quando succede non sembra preoccuparsi troppo, continuando a fare carriera nelle file democratiche: nel 1996, dopo che Sobciak non viene rieletto e dunque anche lui perde il posto, si trasferisce a Mosca, trovando impiego nello staff dell’amministrazione presidenziale di Boris Eltsin, il successore de facto di Gorbaciov alla guida della Russia, la più grande e potente fra le quindici repubbliche dell’Unione Sovietica.

Sfruttando con abilità la corruzione dilagante, Putin viene promosso capo dello staff del Cremlino, poi direttore dell’Fsb, nuova denominazione del Kgb ovvero lo spionaggio russo, infine primo ministro, l’incarico che ricopre quando il 31 dicembre 1999 Eltsin lo nomina presidente a interim. Non è l’unico candidato alla successione: tra i papabili figura Boris Nemtsov, governatore della regione di Nizhnij Novgorod, all’avanguardia nell’applicare l’economia di mercato, soprannominato “il Bill Clinton russo”. Eltsin tuttavia alla fine preferisce Putin, per almeno due ragioni: il suo premier sta finalmente vincendo la guerra contro i separatisti ceceni (scatenata da un attentato a Mosca attribuito ai ribelli, ma che secondo alcune ricostruzioni è stato orchestrato dai servizi segreti russi per giustificare una nuova invasione della Cecenia) e promette di rimettere ordine in tutta la Russia con un pugno di ferro.

I primi due mandati

C’è anche una terza ragione che gli procura il sostegno del presidente dimissionario: appena nominato suo successore, il primo decreto firmato da Putin come presidente a interim, in quello stesso 31 dicembre 1999, è l’immunità concessa a Eltsin e a tutti i suoi familiari da qualsiasi imputazione, inclusa quella di corruzione che pesa da tempo sulle loro teste (in particolare su quelle della figlia e del genero). Nel marzo 2000, Putin vince le elezioni presidenziali con il 53 per cento dei voti, battendo il comunista Zjuganov che prende il 29 per cento e il liberale Javlinsky con il 5 per cento: una vittoria legittima, in una contesa sufficientemente pluralistica.

L’anno successivo, nel primo summit con George W. Bush, il presidente americano dichiara: “Ho guardato Putin negli occhi e ho visto la sua anima, l’ho trovato un uomo sincero e degno di fiducia”. Dopo l’attacco all’America dell’11 settembre 2001, Putin è fra i primi leader stranieri a offrire sostegno agli Stati Uniti nella lotta al terrorismo. Un mese più tardi, quando incontra il segretario generale della Nato George Robertson, il colloquio è cordiale, nonostante le tensioni provocate dalla crisi in Kossovo, nella quale la Russia protegge gli interessi della Serbia: “Voglio che la Russia sia parte dell’Europa occidentale, è nel nostro destino. Quando ci inviterete a entrare nella Nato?” Colto di sorpresa, Robertson risponde che nella Nato non si viene invitati, ci si candida a entrare. “Ma noi non possiamo metterci in coda con tutti gli altri” replica Putin, con una stizza rivelatrice del suo carattere.

Sul fronte interno non mancano i passi falsi, tra cui il disastro del sottomarino nucleare Kursk, in cui muoiono tutti i 118 membri dell’equipaggio, episodio su cui Putin interviene tardivamente; e la presa di ostaggi in un teatro di Mosca da parte di un commando islamico ceceno, conclusa con la morte di tutti i terroristi ma pure di 130 ostaggi, a causa del gas usato indiscriminatamente dalle forze di sicurezza russe. Ma Putin rimette ordine nell’economia, riduce l’influenza dei cosiddetti oligarchi, i miliardari che hanno sfruttato la privatizzazione dell’economia statale sovietica, sconfigge definitivamente il separatismo in Cecenia.

Nel 2004 viene rieletto presidente con una percentuale molto più ampia, il 71 per cento dei voti, contro il 13 per cento del candidato filocomunista Kharitonov.

(afp)

Arresti e assassinii

Intanto, però, comincia a dare segnali più allarmanti. Putin fa arrestare il petroliere Mikhail Khodorkovskij, il più ricco degli oligarchi e quello più politicamente ostile: verrà liberato, e andrà all’estero, soltanto dieci anni dopo. Il 7 ottobre 2006, coincidenza o meno giorno del compleanno del presidente, viene assassinata a Mosca la giornalista Anna Politovskaja, autrice di inchieste sulla corruzione.

In un discorso alla conferenza di Monaco sulla sicurezza, Putin si lamenta del dominio geopolitico degli Usa e dell’espansione della Nato nei Paesi dell’Europa orientale, che nel frattempo hanno chiesto di entrare nell’Alleanza Atlantica per sentirsi più protetti. Cresce la repressione del dissenso e la censura mediatica: un altro oppositore, il campione di scacchi Garry Kasparov, sceglie l’esilio.

Il finto passo indietro

La Costituzione post-comunista russa limita la presidenza a due mandati consecutivi. Nel 2008 Putin dovrebbe dunque lasciare il Cremlino. Ma ci rimane di fatto con un escamotage: candida come presidente un personaggio minore, Dmitrij Medvedev, che con il suo appoggio viene trionfalmente eletto, e riprende per sé la carica di primo ministro, che aveva già occupato durante la presidenza Eltsin, dotandola di assai maggiori prerogative. In sostanza, Medvedev ha il potere formale, mentre quello reale rimane saldamente in mano a Putin anche nei quattro anni successivi.

E dal ruolo di premier nel 2008 scatena un’altra guerra, contro la Georgia, l’ex-repubblica sovietica che aspira a entrare nell’Unione Europea e nella Nato: con la scusa di proteggere le minoranze etniche russe, le forze russe invadono due regioni georgiane, Abkhazia e Ossezia del Sud, a tutt’oggi sotto il controllo di Mosca. La reazione occidentale è minima. È la prova generale per quanto avverrà in seguito. Intanto, nel 2006, due sicari del Cremlino assassinano un dissidente russo a Londra, l’ex-agente del Kgb Aleksandr Litvinenko, versandogli gocce di polonio radioattivo in una tazza di tè, dopo averlo invitato a discutere di affari in un albergo della capitale britannica.

Di nuovo presidente

Dopo l’intermezzo da premier, Putin può ricandidarsi a un terzo mandato non consecutivo ai primi due: a conferma dell’intesa fra i due, Medvedev gli cede docilmente il posto. Alle elezioni del 2012 Putin ottiene il 63 per cento dei voti, tra diffuse accuse di brogli e irregolarità per favorirlo. A Mosca e in altre città si tengono grandi manifestazioni di protesta, fra cui quelle del gruppo punk femminile delle Pussy Riot, ma si moltiplicano anche la repressione e gli arresti. Putin introduce nuove leggi che limitano il dissenso e puniscono l’omosessualità. Nel 2013 muore suicida a Londra un altro oppositore di Putin: l’oligarca Boris Berezovskij, ex-eminenza grigia del Cremlino al tempo di Eltsin, ritrovato impiccato nel bagno di un’amica, anche se alcuni credono a una messa in scena per nascondere un omicidio.

Nel 2014 forze militari e paramilitari russe intervengono in Ucraina, accusata come la Georgia di discriminare la minoranza russofona, occupando la penisola di Crimea e parte del Donbass. Nel 2015, utilizzando il Gruppo Wagner, un esercito mercenario di fedelissimi di Putin, la Russia interviene nella guerra civile in Siria, usando bombardamenti a tappeto contro la popolazione per sorreggere la dittatura di Bashar Assad, un’altra prova, dopo la Cecenia, per quello che farà in futuro in Ucraina. Quello stesso anno Boris Nemtsov, l’uomo che Eltsin aveva considerato come successore nel 1999, diventato leader dell’opposizione a Putin, viene assassinato a colpi di pistola mentre passeggia sulla Piazza Rossa di Mosca.

Poi, nel 2016, circolano accuse di pesanti interferenze di hacker russi nella campagna presidenziale americana, per danneggiare la candidata democratica Hillary Clinton e favorire il repubblicano Donald Trump, visto potenzialmente come più malleabile. Nel 2018 Putin viene rieletto a un quarto mandato presidenziale, con il 76 per cento dei voti, tra ancora più ampie accuse di truffe alle urne: dovrebbe essere, di nuovo, il suo ultimo mandato, in base alla costituzione che pone il limite di due mandati consecutivi. Ma citando una serie di modifiche alla costituzione, più volte rinviate per la pandemia del Covid, il capo del Cremlino annuncia che i suoi precedenti quattro mandati vengono azzerati, dandogli diritto di candidarsi ad altri due, della durata di sei anni ciascuno.

La guerra e la morte di Navalny

Nel 2018 agenti russi cercano di assassinare un altro ex-agente del Kgb che aveva cercato riparo in Inghilterra, Sergek Skripal, ma il dissidente sopravvive al gas nervino spruzzato sulla sua porta di casa a Salisbury. Nel febbraio 2022 Putin ordina l’invasione dell’Ucraina, con l’obiettivo di rovesciare rapidamente il governo democratico di Volodymyr Zelensky e installare un leader fantoccio legato al Cremlino. La giustificazione ufficiale del Cremlino è che occorre “denazificare” il governo ucraino e impedirne l’ingresso nella Nato: una violazione plateale non solo dell’autodeterminazione di un popolo, ma anche degli accordi successivi al crollo dell’Urss, quando la Russia si impegnò a proteggere la sicurezza di Kiev, insieme agli Stati Uniti, in cambio della consegna a Mosca dei missili nucleari all’epoca installati in Ucraina.

Un conflitto che a questo punto va avanti da quasi tre anni e che ha causato centinaia di migliaia di morti e di feriti, oltre a milioni di sfollati ucraini fuggiti in Europa, tra ripetute minacce di Putin di ricorrere ad armi nucleari tattiche per rispondere all’assistenza militare della Nato a Kiev.

Nella primavera 2023 la Corte Penale Internazionale dell’Aia emette un mandato di arresto contro Putin per i crimini di guerra commessi dalle sue truppe in Ucraina. Nell’estate dello stesso anno l’apparente ribellione del Gruppo Wagner viene fermata per ragioni mai chiarite mentre i mercenari, abbandonato il fronte ucraino, marciano su Mosca; e due mesi dopo il loro capo, Evghenij Prigozhin, a lungo stretto alleato di Putin, muore in un misterioso incidente aereo, durante un volo Mosca-San Pietroburgo.

Nel febbraio 2024, nel campo di prigionia siberiano in cui sconta una condanna a dieci anni di carcere, muore per cause oscure anche il leader dell’opposizione russa Aleksej Navalny, che era sopravvissuto a un tentato avvelenamento.

Il record di Stalin

Passa un mese e, nel marzo 2024, Putin viene rieletto presidente per la quinta volta, con la percentuale più alta di sempre, l’88,5 per cento dei voti, in un’elezione giudicata dagli osservatori internazionali illegittima come e più delle sue precedenti. In questi giorni può dunque celebrare il traguardo dei 25 anni al potere, mentre alla Casa Bianca sta per tornare un presidente con cui ha dimostrato di intendersi, Donald Trump, e mentre l’Ucraina appare militarmente in crescente difficoltà.

Beninteso, non tutto va bene, per Putin. Ha perso un prezioso alleato a Damasco, accogliendo in esilio a Mosca quel Bashar Assad che aveva sostenuto nella guerra civile siriana. La Russia sta pagando un alto prezzo per le sanzioni promulgate dall’Occidente in risposta all’invasione dell’Ucraina. La sua popolazione è da anni in calo demografico. Il Paese si ritrova isolato economicamente e politicamente. Non solo per il mandato di cattura della Corte dell’Aia, inoltre, Putin passerà alla storia come un tiranno. Ma la sua storia personale non è ancora finita.

Se arriverà alla fine del quinto mandato presidenziale, nel 2030, quando avrà 78 anni, sarà rimasto al potere per trent’anni: uno di più del record di Stalin. Dopodiché in teoria potrebbe ricandidarsi una sesta volta e rimanere al Cremlino fino al 2036, quando di anni ne avrebbe 84. In Occidente e nella stessa Russia, molti si augurano che la lunga era di Vladimir Vladimirovic Putin finisca prima di quella data.

I due Putin?

Fra gli esperti di affari internazionali si discute se finora siano esistiti “due Putin”, uno più democratico e aperto all’Occidente, quello dei primi due mandati, grosso modo fino al 2008, e l’altro più totalitario e ultranazionalista, dal 2008 in poi. Una tesi è che gli sbagli dell’Occidente possano averlo umiliato e indotto a cambiare, ferendo il suo ego e quello del suo Paese, una superpotenza nucleare uscita vittoriosa dalla Seconda guerra mondiale. Un’altra tesi è che il risentimento verso l’Occidente democratico covasse in Putin da sempre, sin dai giorni in cui assistette alla caduta del muro di Berlino e, due anni dopo, al collasso dell’Unione Sovietica: in cuor suo sarebbe sempre rimasto un ex-tenente colonnello del Kgb e dunque di Putin, in realtà, ce ne sarebbe sempre stato solo uno.

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