Inseguendo la voglia di Europa nella notte di Tbilisi
di Emmanuel Carrère. Foto di Inés VerheyleweghenEmmanuel Carrère a Tbilisi il 7 dicembre 2024.
Tbilisi – Fratelli di cuore e di spirito, figure di spicco della nazione georgiana all’inizio del Ventesimo secolo, le statue di Ilia Chavchavadze e Akaki Tsereteli si ergono vicine, leggermente arretrate rispetto a viale Rustaveli, la strada principale di Tbilisi. Sono conosciuti e amati al punto che tutti, familiarmente, li chiamano “Ilia e Akaki”, ed è sotto i loro piedi di bronzo che ho stabilito il mio campo base durante le manifestazioni che, da inizio dicembre, dalle 7 di sera alle 4 o 5 del mattino agitano i georgiani della capitale e, ormai, anche quelli delle province. Niente sfilate o cortei, il raduno di Tbilisi è statico, come quello del 2014 in piazza Maidan a Kiev. Occupa tutta la lunghezza di viale Rustaveli, poco più di un chilometro. Quella che varia a seconda dell’orario e del tratto di strada è la densità, minore alle estremità, controllate da un dispositivo di polizia sempre più minaccioso, massima all’altezza del Parlamento. Dove il movimento è iniziato e dove co…
Tbilisi – Fratelli di cuore e di spirito, figure di spicco della nazione georgiana all’inizio del Ventesimo secolo, le statue di Ilia Chavchavadze e Akaki Tsereteli si ergono vicine, leggermente arretrate rispetto a viale Rustaveli, la strada principale di Tbilisi. Sono conosciuti e amati al punto che tutti, familiarmente, li chiamano “Ilia e Akaki”, ed è sotto i loro piedi di bronzo che ho stabilito il mio campo base durante le manifestazioni che, da inizio dicembre, dalle 7 di sera alle 4 o 5 del mattino agitano i georgiani della capitale e, ormai, anche quelli delle province. Niente sfilate o cortei, il raduno di Tbilisi è statico, come quello del 2014 in piazza Maidan a Kiev. Occupa tutta la lunghezza di viale Rustaveli, poco più di un chilometro. Quella che varia a seconda dell’orario e del tratto di strada è la densità, minore alle estremità, controllate da un dispositivo di polizia sempre più minaccioso, massima all’altezza del Parlamento. Dove il movimento è iniziato e dove continua a far esplodere fuochi d’artificio, nonostante i negozi che li vendono siano stati chiusi, come quelli di articoli sportivi, ragione per cui non è più possibile procurarsi caschi da sci o da skateboard. Tutte le sere circa ventimila persone (è la stima media), di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali, si riuniscono a piccoli gruppi, in un punto di ritrovo o in un altro, grazie a messaggi scambiati via Whatsapp o Telegram.
A volte i messaggi sono allarmanti: qualcuno è stato appena arrestato o malmenato in una strada laterale. Un vantaggio di questa situazione è che se vuoi vedere qualcuno sai dove trovarlo – quelli che non ci sono, ovvero coloro che sostengono il potere, oggi sono quasi invisibili. Chi prende congedo, quale che sia l’ora, dice «ciao, a domani», e io mi sono subito abituato a questa socialità fluida e calorosa che i georgiani stanno vivendo con un misto di esaltazione, inquietudine e, soprattutto, di vertiginosa incertezza. Quello che chiedono è chiaro: liberarsi del governo, allontanarsi dalla Russia e avvicinarsi all’Europa – ma non è chiaro come intendano ottenere questi risultati. Nessuno ha la minima idea di come andranno le cose.
Un po’ di storia: Micha contro Lilliputin
Il problema della Georgia è evidente e senza rimedio, basta guardare una cartina. Questa piccola enclave montuosa, amata per i suoi superbi paesaggi, l’ottima cucina, i vini corposi e uno stile di vita indolente, è incastrata fra Russia e Turchia, il suo solo vicino più o meno sicuro è il Mar Nero. Prima è stata colonizzata dalla Russia zarista e poi, dopo una breve parentesi indipendente e democratica fra il 1918 e il 1921, su di essa si è abbattuta la cappa sovietica e a nulla le è servito il fatto che i suoi due figli più illustri fossero Iosif Džugašvili, detto Stalin, e il capo dell’Nkvd, l’orribile Lavrentij Berija. Quando c’è stato il crollo del comunismo, la Georgia non se l’è cavata bene, si è visto scorrere il sangue. All’inizio degli anni Duemila è sembrato che le cose potessero cambiare: Mikheil Saakashvili, un giovane avvocato, ambizioso e seducente, formatosi alla Columbia University, è stato eletto presidente della Repubblica. “Misha”, come lo chiamano tutti, sostenitori e detrattori, era un fervente europeista, determinato a condurre il proprio Paese fuori dall’orbita russa e, forte del sostegno americano (George Bush è venuto a ballare con lui sulla Piazza della Libertà e un viale di Tbilisi porta il suo nome), non si è fatto scrupolo nel provocare il potente vicino, arrivando, dall’alto del suo metro e novanta, fino a soprannominare “Lilliputin” il suo omologo al Cremlino – che non gliel’ha mai perdonato. Anche a detta dei suoi molti nemici, il primo mandato di Misha è stato un successo spettacolare: modernizzazione del Paese, riforme ultraliberali, lotta alla corruzione e alla burocrazia post-sovietica. Lo chiamavano “il Kennedy del Caucaso”, è stato motivo di grande orgoglio nazionale. Il secondo mandato, invece, è stato una catastrofe: trionfo della corruzione, violenza di Stato (la Georgia si è trovata seconda al mondo per tasso di incarcerazione, dopo gli Stati Uniti) e nel 2008, a coronamento del tutto, una guerra lampo con la Russia per il controllo di due regioni di confine: l’Abcasia e l’Ossezia del Sud. Chi abbia cominciato, se Misha o Putin, è un argomento scottante in Georgia – il salomonico verdetto a cui è giunta una commissione d’inchiesta europea dice che la Georgia è stata l’iniziatrice del conflitto ma che la Russia ne è stata l’istigatrice. Quel che è certo è che nel giro di cinque giorni la Georgia si è trovata amputata del 20 per cento del suo territorio e che, dato che Misha era quello che era, questo non gli ha impedito di organizzare una festa della vittoria per onorare la catastrofica sconfitta.
Bidzina
Il regno di Misha, tanto gloriosamente inaugurato, è finito con un naufragio. Cacciato dal Paese, l’ex presidente ha iniziato un pellegrinaggio donchisciottesco nello spazio post-sovietico, offrendo a chi li desiderasse – soprattutto all’Ucraina, dove è diventato grande amico di un attore televisivo che, in maniera improbabile, si era trovato a fare il presidente, Volodymyr Zelensky – i suoi servizi di esperto anticorruzione (risate dal pubblico) mentre in Georgia sorgeva l’astro di un misterioso personaggio di nome Boris (detto “Bidzina”) Ivanishvili. Tanto scialbo quanto Misha era vistoso, Bidzina è di origini profondamente contadine e, partito in cerca di fortuna verso la giovane Russia putiniana, ne è tornato oligarca e multimiliardario – si stima che la sua fortuna equivalga a un terzo del Pil del Paese.
Si tiene in disparte da ogni mira politica, evita le interviste e trascorre la maggior parte del tempo nel paese in cui è nato e dove si è fatto costruire un ranch e uno zoo personale che ospita lemuri, zebre e squali. Con discrezione e metodo si è comprato tutta la burocrazia del Paese e ha conquistato la gratitudine di centinaia di migliaia di suoi concittadini rimborsando personalmente i loro prestiti immobiliari – non è esagerato dire che, da una decina di anni a questa parte, Bidzina è di fatto proprietario della Georgia. Sempre senza mostrarsi troppo in giro, ha fondato un partito che porta il nome molto orwelliano di “Sogno georgiano” e ha guidato dall’ombra governi nei quali il ministro dell’Interno era il capo del suo servizio di sicurezza, quello della Cultura l’agente di suo figlio, un rapper, e quello della Sanità il dentista di sua moglie.
Sotto la spinta di Bidzina, la bussola si è allontanata dall’aspirazione europea per mostrare maggiore docilità verso la Russia. Dal momento però che, secondo un sondaggio ripetuto come un mantra a ogni piè sospinto, l’80 per cento della popolazione georgiana non sogna altro che di far parte dell’Europa, al punto da aver scritto questo obiettivo nella Costituzione, Bidzina e i suoi dicono che quella è anche la loro massima aspirazione. Nessuno gli crede davvero, i bene informati considerano un po’ eccessivo che si arresti e si metta in carcere il più celebre giornalista d’opposizione del Paese proprio il giorno in cui la Georgia, nel contesto del lungo procedimento per la candidatura all’Unione Europea, dichiara solennemente che nel Paese si gode di una totale libertà di espressione (se questo non è sabotaggio, ditemi voi che cos’è) ma alla fine le cose, in qualche modo, procedono. Talmente in qualche modo che la Georgia non ha un’opposizione degna di tal nome: tanti piccoli partiti che si consumano in aspre lotte intestine e nessuna figura in grado di riunirli, almeno fino alla recente comparsa di una figura del tutto inattesa: mia cugina Salomé Zourabichvili.
Salomé
Le statue di cui Ilia e Akaki condividono il basamento si trovano, non lontano dal Parlamento, proprio davanti al liceo in cui mio nonno, Georges Zourabichvili, e suo fratello minore, Levan, hanno studiato negli anni Dieci del Novecento. I loro genitori, tipici intellettuali di un Paese colonizzato, sognavano l’indipendenza nazionale, di far parte dell’Europa e di sfuggire alla Russia. Di fatto, dopo la Rivoluzione d’ottobre, le sono sfuggiti per tre anni, durante i quali si sono democratizzati a grande velocità, per esempio approvando la prima Costituzione che garantiva il diritto di voto alle donne. Alla fine di quei tre anni, ahimè, l’Armata rossa ha messo fine al divertimento e la Georgia, appena liberatasi dal giogo zarista, si è ritrovata alla vigilia di settant’anni di giogo sovietico. Gli Zourabichvili hanno capito che cosa stava per succedere e nel 1921 hanno preso la via dell’esilio. Si sono ritrovati in Francia, dove hanno vissuto la vita miserabile degli emigranti. La figlia di Georges, Hélène, più tardi è diventata, con il nome di Hélène Carrère d’Encausse, un’esperta di Unione Sovietica, membro e poi segretaria a vita dell’Académie Française. È mancata lo scorso anno, era mia madre. La figlia di Levan, Salomé, di più di vent’anni più giovane di Hélène e più grande di me di cinque anni, è anch’essa un esempio di integrazione dovuta alla meritocrazia repubblicana: studi brillanti, carriera diplomatica, tutto perfettamente lineare fino al 2003, quando è stata nominata ambasciatrice in Georgia. I suoi genitori sono morti senza poter rivedere il loro Paese ed ecco che la loro figlia vi fa ritorno come rappresentante della Francia.
Questa storia, già sorprendente, non finisce qui. Misha, al suo primo mandato, nota questa ambasciatrice bella ed esperta di istituzioni internazionali, non se ne vedono tante come lei, in Georgia. Le propone di diventare ministra degli Affari esteri. Salomé cade dalla sedia: un diplomatico assegnato a un Paese che entra nel governo di quel Paese, non esiste proprio. Ma Misha, per il quale niente è impossibile, chiede a Chirac, allora presidente della Francia, di prestargli Salomé. Chirac, divertito e sempre disposto ad assecondare una mascalzonata, acconsente.
Il primo incarico di Salomé al ministero, nel 2003, è qualcosa di folle: negozia con il nuovo ministro degli Affari esteri di Putin, Sergei Lavrov (esatto, proprio quel Sergei Lavrov, che occupa tuttora la stessa posizione), il ritiro dei russi dalle basi in Georgia. Ottant’anni dopo che i suoi genitori sono stati cacciati dal loro Paese dai sovietici, lei caccia i russi in modo pacifico. Quest’impresa spettacolare non impedisce al capriccioso Misha di stancarsi di lei e licenziarla. A questo punto ci si aspetterebbe che rientrasse in Francia e riprendesse il posto tenuto in caldo per lei al Quai d’Orsay. No. Lei resta. Continua a fare politica ma nelle file dell’opposizione. Confesso che a me, vista da Parigi, fare politica d’opposizione in Georgia sembrava un’occupazione abbastanza vaga e non me ne sono mai interessato molto, fino a quando tutta la famiglia, nel 2018, non ha appreso sbalordita che mia cugina era appena stata eletta presidente della Repubblica.
Un destino
Chiaramente il mio non è un punto di vista obiettivo. Nutro per Salomé un affetto e una stima che, da due anni a questa parte, si sono trasformati in ammirazione. Inutile pertanto nascondere che il suo peccato originale in politica è di essere stata eletta durante il governo di Bidzina, di essere stata incoronata da Bidzina. Il suo potere, nullo per quanto riguarda gli affari interni, è reale sulla scena internazionale, dove ha espresso con un’eloquenza poliglotta l’aspirazione del Paese ad unirsi all’Europa. Salomé è un’habitué dei corridoi dell’Onu, di Bruxelles, delle trasmissioni del mattino di France-Inter. Solo che è – anzi era – ostaggio di un governo filorusso, che faceva esattamente il contrario di quello che le permetteva di dire: il suo ruolo era quello che i comunisti un tempo chiamavano dell’“utile idiota”. Lei ne era cosciente, per forza, e si convinceva di poter, malgrado tutto, portare avanti le cose, ma quando ho cominciato a venire nel Paese mi sentivo a disagio perché mi rendevo conto che, a quel punto, la sua posizione era instabile. Le persone che incontravo, tutte ostili a Sogno georgiano, nella peggiore delle ipotesi la consideravano con sospetto e nella migliore con perplessità, e lo stesso valeva, per ragioni diametralmente opposte, anche per i simpatizzanti del Sogno. In breve: la sua era una situazione impossibile. La guerra in Ucraina però ha cambiato tutto. Il Sogno ha smesso di dissimulare e ha mostrato il suo vero volto. Di fronte ai «provocatori» di Kiev e ai «nazisti ucraini», si è esplicitamente allineato con il «campo della pace», cioè con Putin.
Apriamo comunque una parentesi. Metto delle virgolette sarcastiche, faccio dell’ironia dalla relativa tranquillità di un Paese ancora protetto dal punto di vista geopolitico, ma bisogna essere onesti: i georgiani, per quanto attratti dall’Europa, vivono accanto alla Russia e sarà così per sempre e in questo momento, certamente, “il vicino” è occupato altrove, ma se gli venisse il capriccio di inviare in Georgia i carri armati – che dopo la guerra del 2008 stazionano a un’ora da Tbilisi – sarebbe molto imprudente aspettarsi che l’Europa, anch’essa molto impegnata, venga in soccorso di un piccolo e povero Paese che non ha neanche il vantaggio di essere un cuscinetto. Chiudiamo la parentesi e ammettiamo che questa sia un motivo poco glorioso ma ragionevole per schiacciarsi, per collaborare, per comprare la pace con la docilità, per diventare, sotto l’egida del Sogno georgiano, una piccola Bielorussia meridionale, un po’ più bella e gradevole da viverci.
Con questa motivazione, nel corso degli ultimi due anni, il Sogno ha mostrato vistosi segni di vassallaggio: il primo è stata l’adozione di una legge sugli «agenti stranieri» ricalcata sulla legge russa che, esigendo trasparenza sui finanziamenti delle Ong, punta di fatto a tacitare ogni tipo di opposizione; il secondo, una legge sui «valori familiari» che penalizza ogni pratica deviante, e in particolare le associazioni Lgbtq+. Zelensky, come ripetono a ciclo continuo su Pervy Kanal, la prima rete televisiva russa, a Kiev è circondato da frotte di pedofili, ma grazie a Bidzina questo a Tbilisi non succederà, come non accadrà che gli uomini si mettano ad allattare i bambini – c’è stata una campagna di affissioni su questo tema. Questi enormi affronti avrebbero potuto passare, ma non sono passati. La scorsa primavera ci sono state proteste generali, manifestazioni e, parallelamente, la metamorfosi di Salomé che, ormai in piena rottura con il suo governo, l’ha criticato in ogni intervista concessa in patria e all’estero, mostrandosi in compagnia di Zelensky, del polacco Duda, dei più ferventi antiputiniani d’Europa e passando, nel giro di qualche mese, dal ruolo di politica dal percorso, come si suol dire, poco leggibile a quello di incarnazione carismatica del sogno europeo del suo Paese. I tassisti che, ancora due anni fa, quando chiedevo di lei facevano facce diffidenti, oggi ne parlano come di una novella Giovanna d’Arco. Una carriera atipica ha assunto all’improvviso le fattezze di un destino. Dopodiché, a ottobre ci sono state le elezioni politiche. Truccate in modo spettacolare, indecente. A cui è seguita una nuova ondata di manifestazioni, a cui ho partecipato. Mollemente sostenuta da qualche Paese europeo, Salomé ha chiesto l’annullamento del voto e il ritorno alle urne. Il governo ha rifiutato, chiaramente. Salomé, il cui mandato è terminato alla fine dell’anno, ha fatto sapere che resterà presidente fino a quando non vi sarà un’assemblea legittima, e mi domando che cosa succederà il giorno, molto vicino, in cui ci saranno due presidenti contrapposti. E poi, ancora, il primo ministro Irakli Kobakhidze – un giovane con un sacco di capelli che è una marionetta di Bidzina, a sua volta marionetta di Putin, ha preso la decisione provocatoria di annunciare la sospensione del processo di integrazione nella Comunità europea – ovvero di negare la massima aspirazione della popolazione – e questo, secondo una logica squisitamente sovietica, assicurando di farlo in virtù di un profondo attaccamento al processo stesso. Una presa in giro tanto sfrontata che i georgiani sono ridiscesi in piazza, questa volta in massa e con una perseveranza mai mostrata prima. Questa è la situazione attuale.
Come far ridere Dio
Decima notte di manifestazioni. La violenza aumenta, si moltiplicano gli arresti. Che direzione prenderà la protesta? Andrà come a Maidan? Andrà come in Bielorussia? Si spegnerà lentamente? È chiaro che il potere punta alla terza ipotesi. Ciò che tutti temono, manifestanti e governo, è che si verifichi un episodio di grave violenza: che ci scappi il morto, che la polizia spari sulla folla, è un attimo perdere il controllo della situazione.
Nessuno, mi par di capire, vuole che accada. Nessuno peraltro sa come potrebbe evolvere la faccenda, tantomeno come potrebbe risolversi positivamente. Nessuno a parte Salomé. Durante il mio soggiorno sono stato a casa sua, ma l’ho vista poco perché ha dovuto fare una puntata a Parigi per l’inaugurazione di Notre-Dame. Sperava non solo di parlare con Macron, che conosce bene, ma anche con Trump, per raccontargli dell’esistenza di un’altra Georgia, molto lontana dall’America, e non so se sia riuscita a trasmettere il messaggio ma è un fatto che il protocollo ha messo a sedere la presidente di questo piccolo Paese sperduto accanto al padrone del mondo.
Alla vigilia della sua partenza l’ho accompagnata sulle alture di Tbilisi a portare a spasso il cane – con il quale in seguito ho fatto la guardia alla casa. Era come sempre netta, decisa, ridanciana, dotata di quell’ottimismo inossidabile che era anche di mia madre. A dire il vero, non è proprio ottimismo, quanto piuttosto una specie di fatalismo attivo: quel che deve succedere succede, e quel che succede doveva succedere.
Suo fratello, mio cugino Otar, che è molto presente sul campo e con il quale ho trascorso quattro notti a misurare a grandi passi viale Rustaveli, è un po’ turbato dal fatto che lei tracci la sua traiettoria con tanta determinazione e tanto poca mania di controllo. Nessuna anticipazione, nessuna prospettiva, nessun piano B, nessun piano C, chi vivrà vedrà. Le chiedo: «Ma Salomé, se si mette davvero male, se nominano un nuovo presidente e tu rifiuti il passaggio di poteri, non hai paura che ti mettano in galera?» No, non ha l’aria di avere paura, e se ci dovrà andare ci andrà. Quando consideri la tua vita come un destino, ogni cosa che accade può essere un trampolino, un regalo. E poi, un proverbio hasidico dice: «Vuoi far ridere Dio? Digli che cosa hai in mente di fare domani».
Traduzione di Alessandra Neve
By Emmanuel Carrère @ Le Nouvel Obs - 2024