Dal 7 ottobre alla tregua, tutte le tappe della guerra più lunga, e sanguinosa, tra Israele e Hamas
di Enrico FranceschiniLONDRA – A Gaza ci sono state altre guerre fra Israele e Hamas: nessuna però è mai durata a lungo come questa, nessuna ha provocato così tante vittime a entrambi i popoli. Ora anche la guerra più lunga e sanguinosa sembra avviarsi verso la fine: quindici mesi che israeliani e palestinesi non dimenticheranno più e che strada facendo hanno allargato il conflitto ad altri Paesi, con il rischio di un contagiare tutto il Medio Oriente. Ecco una breve storia degli episodi principali: quello che è successo dal pogrom del 7 ottobre 2023 fino al cessate il fuoco.
I precedenti
In passato per secoli parte dell’Impero Ottomano e poi dal 1922 del Mandato Britannico sulla Palestina, Gaza appartiene all’Egitto dal 1948, quando nasce lo Stato di Israele, fino alla guerra del 1967, quando viene conquistata da Israele, che vi costruisce basi militari e insediamenti civili. Esattamente vent’anni fa, nel 2005, Israele ritira da Gaza tutte le sue truppe e smantella i suoi insediamenti.
LONDRA – A Gaza ci sono state altre guerre fra Israele e Hamas: nessuna però è mai durata a lungo come questa, nessuna ha provocato così tante vittime a entrambi i popoli. Ora anche la guerra più lunga e sanguinosa sembra avviarsi verso la fine: quindici mesi che israeliani e palestinesi non dimenticheranno più e che strada facendo hanno allargato il conflitto ad altri Paesi, con il rischio di un contagiare tutto il Medio Oriente. Ecco una breve storia degli episodi principali: quello che è successo dal pogrom del 7 ottobre 2023 fino al cessate il fuoco.
I precedenti
In passato per secoli parte dell’Impero Ottomano e poi dal 1922 del Mandato Britannico sulla Palestina, Gaza appartiene all’Egitto dal 1948, quando nasce lo Stato di Israele, fino alla guerra del 1967, quando viene conquistata da Israele, che vi costruisce basi militari e insediamenti civili. Esattamente vent’anni fa, nel 2005, Israele ritira da Gaza tutte le sue truppe e smantella i suoi insediamenti.
L’anno seguente, 2006, Hamas, un movimento fondamentalista islamico considerato dagli Usa e da altri Paesi un gruppo terroristico, vince le elezioni ed espelle da Gaza l’Autorità Nazionale Palestinese, che dal 1993 trattava con Israele nell’ambito del processo di pace. Da allora Hamas non ha mai più indetto elezioni e ha mantenuto ininterrottamente il potere nella “Striscia”, così detta per le sue dimensioni: un piccolo rettangolo, confinante con Israele su due lati, con l’Egitto su un terzo e con il Mediterraneo sul quarto, dentro al quale oggi vivono 2 milioni e 200 mila persone.
Per tutto questo tempo Hamas ha combattuto numerosi conflitti con Israele, ma nei periodi di pace migliaia di pendolari palestinesi uscivano ogni giorno da Gaza per lavorare in Israele.
L’attacco di Hamas
Alle 6:30 del mattino del 7 ottobre 2023 suonano le sirene nel sud e al centro di Israele. Da Gaza militanti di Hamas lanciano un attacco con razzi, droni e forze di terra, entrando nello Stato ebraico. Vengono presi di mira in particolare i kibbutz israeliani nelle vicinanze del confine e un festival rock giovanile che si tiene poco lontano. I servizi di sicurezza israeliani colgono troppo tardi i segnali dell’incursione.
Prese di sorpresa in una giornata festiva del calendario ebraico, le truppe israeliane impiegano ore a rispondere. Alla fine della giornata, 1200 israeliani risultano uccisi e altri 250 vengono catturati dai palestinesi e portati a Gaza come ostaggi: il maggior numero di ebrei morti in un giorno dall’Olocausto in poi.
L’invasione di Gaza
Il giorno dopo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dichiara lo stato di guerra, dando il via a massicci bombardamenti aerei di Gaza, che successivamente viene invasa con ingenti forze di terra. Il 13 ottobre Israele ordina all’intera popolazione di Gaza City, la capitale della Striscia, dove vivono un milione di persone, quasi metà del totale dei residenti di Gaza, di evacuare nella metà meridionale della Striscia.
Il 15 novembre, dopo un assedio di giorni, le truppe israeliane entrano ad Al Shifa, il più grande ospedale di Gaza, accusandolo di nascondere un quartier generale sotterraneo di Hamas. Entro la fine dell’anno, tutti gli ospedali del nord di Gaza smettono di funzionare. Migliaia di palestinesi perdono la vita nei combattimenti e nei raid aerei, ma cominciano le perdite anche per i soldati israeliani.
La prima tregua
Il 24 novembre viene dichiarata una tregua di quattro giorni, che viene poi estesa a una settimana, durante la quale vengono liberati 105 ostaggi israeliani, in maggioranza donne e bambini, in cambio di 240 palestinesi che erano detenuti in Israele. E durante la tregua vengono aumentati i rifornimenti di alimentari e generi di prima necessità nella Striscia.
L’offensiva nel sud della Striscia
Il primo dicembre la guerra riprende e nei giorni seguenti Israele lancia le prime incursioni nel sud di Gaza, in prossimità della città di Khan Yunis. Poi si estenderanno anche a Rafah, lungo il confine con l’Egitto, zona cruciale per i rifornimenti alimentari ma da cui, secondo Israele, a a Gaza entravano anche le armi attraverso una rete di tunnel.
Il 15 dicembre tre ostaggi israeliani, che erano riusciti a fuggire, sono uccisi per errore dalle truppe dello Stato ebraico. Mesi dopo, quattro ostaggi verranno liberati dalle forze israeliane. Intanto aumentano a dismisura le perdite di civili palestinesi: il 22 dicembre ventidue membri della stessa famiglia muoiono in un bombardamento aereo del campo profughi di Khan Yunis. E aumenta anche il numero degli sfollati, costretti a vivere n tendopoli e a trasferirsi di continuo in “zone sicure” stabilite da Israele.
I bombardamenti nello Yemen
Gli attacchi dei ribelli dello Yemen contro le navi cargo che transitano nel mar Rosso aprono un nuovo fronte in Medio Oriente: l’11 gennaio l’aviazione americana e britannica lancia decine di attacchi per rappresaglia contro i ribelli yemeniti. In seguito, per solidarietà con i palestinesi, i ribelli lanciano missili contro Israele, che risponde con raid aerei.
Il traffico marittimo commerciale che collega l’Europa all’Oriente tramite il canale di Suez risulta gravemente ridotto.
Le accuse di genocidio
Lo stesso giorno la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia apre il procedimento richiesto dal Sudafrica che accusa Israele di aver commesso un genocidio contro i palestinesi: il giudizio è tuttora in corso. Il 22 gennaio ventuno soldati israeliani perdono la vita in un singolo incidente, il peggiore per le forze dello Stato ebraico dall’inizio della guerra. In febbraio il ministero della sanità di Gaza, governato da Hamas, annuncia che i palestinesi uccisi sono più di 30 mila e che la maggioranza sono donne e bambini.
L’Onu lancia un allarme per la fame nella Striscia, sostenendo che gli aiuti umanitari non sono sufficienti. Il primo aprile sette dipendenti di World Central Kitchen, una ong che fornisce cibo ai palestinesi, muoiono in un bombardamento israeliano: tre delle vittime sono cittadini britannici.
Il conflitto con l’Iran
In aprile Israele colpisce l’ambasciata dell’Iran a Damasco, uccidendo un generale delle Guardie della Rivoluzione e vari ufficiali. Il 13 dello stesso mese, Teheran risponde lanciando centinaia di missili contro Israele: vengono quasi tutti intercettati senza causare danni, ma è la prima volta che il regime degli ayatollah attacca lo Stato ebraico direttamente, anziché usando eserciti per procura, come faceva in passato con gli Hezbollah libanesi.
Israele reagisce con raid mirati contro svariate installazioni iraniane. È il primo round di quella che può diventare una grande guerra tra acerrimi nemici.
Le manifestazioni di protesta
Sempre in aprile, in Israele decine di migliaia di persone riprendono a manifestare contro il governo Netanyahu, come facevano prima della guerra per contestare la sua controversa riforma della giustizia: ora i manifestanti dicono che la guerra a Gaza ha raggiunto l’obiettivo di punire e indebolire Hamas, e che la priorità deve essere data a un cessate il fuoco e al rilascio degli ostaggi, i cui familiari sono in prima fila a protestare.
Netanyahu viene accusato di voler continuare la guerra soltanto per rimanere al potere, perché i partiti di estrema destra della sua coalizione minacciano di dimettersi, provocando elezioni anticipate che il premier rischia fortemente di perdere, se interromperà la guerra prima di avere completamente distrutto Hamas.
Contemporaneamente, si moltiplicano in tutto il mondo le dimostrazioni di massa a sostegno dei palestinesi e contro Israele, accompagnate da un aumento degli episodi di antisemitismo.
I negoziati infruttuosi
Con la mediazione degli Stati Uniti, del Qatar e dell’Egitto, Israele e Hamas discutono ripetutamente le modalità di un cessate il fuoco a lungo termine che comporti la liberazione di tutti gli ostaggi e la fine delle ostilità. Ma sebbene più volte un accordo viene dato per vicino, anche dallo stesso presidente americano Joe Biden, i tentativi si rivelano sempre infruttuosi. In diverse occasioni la Casa Bianca accusa Netanyahu, affermando che il suo comportamento “non è di aiuto”: in privato, a Biden vengono attribuite parole ben più sferzanti.
Washington accusa anche Israele di non fare abbastanza per facilitare gli aiuti umanitari ai palestinesi della Striscia ed esorta le forze israeliane a prendere maggiori precauzioni per evitare le perdite civili. Con il passare dei mesi, però, l’amministrazione americana assegna ad Hamas la maggiore responsabilità di aver rifiutato un accordo sul cessate il fuoco.
Le due parti raggiungono soltanto una breve tregua di qualche giorno, in autunno, durante la quale il personale medico dell’Onu può vaccinare i bambini palestinesi contro la poliomielite, tornata una minaccia sanitaria nella totale mancanza di cure e di igiene nella Striscia.
La trappola dei cercapersone
Dall’inizio della guerra di Gaza, per solidarietà con Hamas, gli Hezbollah libanesi lanciano migliaia di razzi contro il nord di Israele, costringendo quasi centomila persone a evacuare e abbandonare permanentemente le proprie case.
A partire dall’estate, Israele risponde con una serie di azioni spettacolari: l’assassinio a Teheran di Ismail Haniyeh, il capo supremo di Hamas, ucciso da una bomba nascosta nella stanza in cui alloggia; la trappola dei cercapersone, fabbricati dal Mossad e venduti agli Hezbollah, che esplodono in mano ai militanti libanesi, uccidendone 12 e ferendone più di 3 mila; infine l’eliminazione dello sceicco Hassan Nasrallah, leader supremo di Hezbollah da trent’anni, ucciso da un missile nel suo quartier generale.
In ottobre l’Iran reagisce con una nuova salva di centinaia di missili contro Israele, questa volta usando missili balistici, più veloci e più difficili da intercettare: i danni sono limitati e Gerusalemme risponde con altri raid mirati in Iran, che causano danni a installazioni militari. Ma Netanyahu, cedendo alle pressioni di Biden, si astiene dal colpire le installazioni nucleari o i pozzi petroliferi dell’Iran.
La guerra in Libano
Nel frattempo, a fine settembre, le forze israeliane entrano in Libano con l’obiettivo di mettere fine una volta per tutte ai bombardamenti degli Hezbollah nel nord dello Stato ebraico.
Ci sono pesanti raid aerei in gran parte del Libano, compresa Beirut, che viene più volte colpita: un milione di persone, un quinto della popolazione libanese, fugge dal sud per cercare riparo nel nord. Anche Israel subisce perdite, come quando un drone di Hezbollah bombarda una caserma uccidendo 4 soldati e ferendone 60.
Con la mediazione di Biden, e anche quella degli emissari di Trump, che il 4 novembre ha vinto le presidenziali americane, a fine novembre in Libano viene proclamato un cessate il fuoco: per accettarlo, Hezbollah si rimangia la promessa di continuare gli attacchi a Israele fino a quando durerà la guerra di Gaza.
La morte di Sinwar
Nella Striscia la guerra continua. Il 18 ottobre Israele uccide Yahya Sinwar, cervello dell’aggressione del 7 ottobre 2023 e nuovo capo supremo di Hamas dopo la morte di Haniyeh.
Il 22 novembre la Corte Penale Internazionale dell’Aia incrimina per crimini di guerra Netanyahu, il suo ministro della Difesa Yoav Gallant e un comandante militare di Hamas, Mohammed al Masri (che intanto è stato ucciso, anche se la sua morte non viene accertata dal tribunale), emettendo mandati di cattura contro tutti e tre. Israele, che (come gli Stati Uniti) non riconosce la Corte Penale Internazionale, definisce l’incriminazione “un atto di antisemitismo”, accusando la Corte di equiparare uno stato democratico con un gruppo terrorista.
La caduta di Assad in Siria
In dicembre, un movimento di ribelli islamici fa cadere in pochi giorni Bashar al Assad, il dittatore siriano al potere da un quarto di secolo, che fugge da Damasco su un aereo militare russo e si rifugia a Mosca.
I ribelli dicono di non voler minacciare Israele, ma le forze israeliane approfittano del caos in Siria per distruggere alcune basi militari del vecchio regime e per conquistare una nuova fetta di territorio nelle alture del Golan, anche se Netanyahu la definisce una mossa “temporanea” per ragioni di sicurezza.
Dopo i colpi sofferti dagli Hezbollah in Libano, il cambio di regime in Siria priva l’Iran di un altro stretto alleato nella lotta contro Israele. La terza pedina che Teheran non può più manovrare ormai è Hamas.
Il cessate il fuoco a Gaza
Il 7 ottobre 2024, Israele commemora i suoi caduti dopo un anno di guerra. Il conflitto a Gaza va avanti, accompagnato da incursioni contro gruppi radicali palestinesi anche in Cisgiordania e da frequenti violenze dei coloni ebraici nei Territori Occupati.
Fra dicembre e gennaio riprendono le trattative per un cessate il fuoco. Trump avverte che, se i rimanenti ostaggi israeliani non saranno rilasciati entro il 20 gennaio, giorno dell’inaugurazione della sua presidenza, scatenerà “l’inferno su Hamas”; ma preme anche su Netanyahu per arrivare alla fine del conflitto, come in Libano.
Dopo quindici mesi di guerra, i morti palestinesi sono oltre 46 mila, i soldati israeliani uccisi 800, a cui vanno aggiunte le 1200 vittime del 7 ottobre 2023. Israele sostiene di avere eliminato il 70 per cento dei militanti armati di Hamas, almeno 15 mila uomini: quelli che restano continuano fino all’ultimo a combattere, nascosti in una rete di tunnel soprannominata “la metropolitana di Gaza”, estesa per 500 chilometri sottoterra.
È nei tunnel che molti degli ostaggi sono tenuti prigionieri per più di un anno. L’80 per cento della popolazione di Gaza vive sotto le tende. L’80 per cento degli edifici di Gaza, inclusi ospedali e scuole, sono distrutti o danneggiati: la ricostruzione prenderà anni e costerà miliardi.
Il 13 gennaio Biden annuncia che le due parti sono “sull’orlo” del cessate il fuoco, che prevede la graduale liberazione degli ostaggi israeliani in cambio di detenuti palestinesi, il graduale ritiro delle forze israeliane e poi, se tutto andrà bene, una fase di transizione ancora incerta, che potrebbe riportare l’Autorità Nazionale Palestinese a governare la Striscia, come faceva fino al 2006. Infine, arriva l’annuncio.
La guerra più lunga di Gaza è finita, o così almeno sperano in tanti.