Esteri

Civili e miliziani senza farmaci né cure: 30mila feriti aspettano un salvacondotto da Gaza

Civili e miliziani senza farmaci né cure: 30mila feriti aspettano un salvacondotto da Gaza
(afp)

Quella sanitaria è l’emergenza principale, ma il lento esodo dei pazienti inizierà solo dopo il secondo scambio di ostaggi

3 minuti di lettura

RAFAH – I più speravano di poter lasciare Gaza per ricevere cure già il primo giorno del cessate il fuoco, ma solo dopo la seconda consegna di ostaggi, sabato o domenica, i pazienti che nella Striscia combattono contro la malattia e il tempo potranno finalmente uscire per ricevere le cure necessarie.

L’annuncio arriva da Bassem Naim, dell’ufficio politico di Hamas, che parlando all’agenzia Safa chiarisce il giallo che ha accompagnato i primi giorni di tregua. Ci si aspettava che i feriti uscissero subito, ma nessuno ha varcato i cancelli del lato palestinese del valico, la terra di nessuno fra i due check point è rimasta deserta, come le ambulanze schierate sul versante egiziano.

Hamas: “Garantiremo noi i servizi”

Al momento non è chiaro – sul punto l’accordo firmato è vago – se fin dal principio questa fosse la tempistica concordata o ci sia stato uno slittamento. Certo è che almeno due fattori potrebbero aver rallentato le procedure. Primo, la logistica. Rafah non è più una città, ma un’ininterrotta distesa di macerie che si allunga fino al mare, con strade cancellate da palazzi accartocciati e collassati uno sull’altro che continuano a restituire corpi. Secondo, il caos amministrativo e burocratico nella Striscia.

Anche su questo Hamas, che nei primi giorni si è limitata a mostrarsi con i suoi miliziani a festeggiare agli incroci o a monitorare le strade, ha voluto battere un colpo. “Continueremo ad assumerci le nostre responsabilità nazionali nei confronti della popolazione di Gaza, in particolare - ha detto Naim - fornendo aiuti, rifugi, controllo della sicurezza e i necessari servizi governativi”. Traduzione: “da noi non si può prescindere”.Un messaggio probabilmente rivolto più all’esterno che all’interno, mentre i raid in Cisgiordania rendono la tregua sempre più fragile.

I dubbi sul futuro di Gaza

Nella Striscia, dopo i festeggiamenti delle prime ore e la lenta marcia fra le rovine del giorno dopo, è arrivato il momento dei dubbi. Anche chi, ramazza o vanga in mano, si fa largo fra le macerie nei palazzi bucati dalle bombe, cercando fra muri spezzati cose, ricordi e corpi di familiari spariti, dubita di poterci tornare.

“Per metà, il palazzo in cui vivevo c’è ancora. Non ci sono più muri, finestre. Ci ho passato tutta la mia vita ma non so se e quando potrò viverci”, dice Ahmed da Rafah. Viso tagliato dalle rughe, un’anziana siede mesta sulle macerie, le accarezza: “Qui c’era la mia casa. A me basta una tenda, da qui non me ne vado più”, mormora. “Ricostruiremo tutto”, si giura per strada e sui social. Ma il futuro diventato possibile con la firma del cessate il fuoco, non scioglie il nodo del qui e ora, dove tutto – casa, acqua potabile, assistenza sanitaria - è emergenza.

In coda sulle strade del Sinai che portano a Rafah ci sono camion e camion di prefabbricati, case mobili e tende. Della distribuzione e assegnazione, fa sapere Hamas, “se ne occuperà il ministero dello Sviluppo, in coordinamento con le istituzioni locali e nazionali”. Quello della Salute, come in passato, gestirà le liste di pazienti e feriti, inclusi quelli a cui quattordici mesi di bombe hanno portato via anche i documenti di identità.

Oltre 30mila feriti senza cure

L’assistenza sanitaria è l’emergenza delle emergenze. I numeri, resi noti dal ministero della Salute controllato da Hamas e compatibili con quelli diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità nelle scorse settimane, sono da capogiro. Almeno 12.700 feriti, più 3mila pazienti cronici devono uscire urgentemente dalla Striscia perché nei 17 ospedali rimasti attivi non ci sono né farmaci, né macchinari, né condizioni per trattarli e la loro evacuazione è considerata prioritaria perché rischia di diventare questione di vita o di morte. Lo stesso vale per gli oltre 12.500 malati di cancro che da mesi hanno dovuto interrompere terapie, come per le 4.500 persone che hanno subito amputazioni e hanno necessità di terapia riabilitativa. Più di 800 sono bambini, ma anche per loro le liste sono bloccate e anche nelle prossime settimane l’inserimento sarà subordinato all’avallo del Cogat. l’organismo di controllo israeliano.

“Fra novembre 2024 e gennaio 2025 Medici senza frontiere, ha chiesto l'evacuazione di diversi bambini da Gaza verso l'ospedale di chirurgia ricostruttiva di MSF ad Amman, ma alla maggior parte di loro –denuncia Amande Bazerolle, capomissione Msf a Gaza - è stata semplicemente negata l'evacuazione senza una chiara spiegazione da parte delle autorità israeliane”. Adesso anche per loro potrebbe essere arrivato il momento di lasciare la Striscia. Condizionale d’obbligo.

I medici volontari egiziani

Sul lato egiziano del valico, tutto è pronto. Già il primo giorno otto ambulanze del ministero della Salute erano disponibili per evacuare i feriti, nei pressi di Rafah è stato messo in piedi un primo punto sanitario di valutazione e eventuale stabilizzazione dei pazienti, che verranno poi smistati fra gli ospedali del Sinai e altre regioni. Al valico sono già arrivati gli stock di vaccini di base, diventati un lusso impossibile nella Striscia, dove sono tornate malattie che si credevano debellate come poliomielite e tubercolosi, mentre si moltiplicano i casi di epatite. Oltre duemila fra medici e infermieri volontari in Egitto sono pronti a dare assistenza dentro e fuori la Striscia.

Negli ospedali di Gaza si tira il fiato, “per la prima volta i pronto soccorso non sono completamente saturi”, dice ad Al Jazeera il dottore Jamal Salaha dell’ospedale “Martiri di Al Aqsa” a Deir el-Balah. Ma dopo quattordici mesi e più a operare senza guanti, mezzi, farmaci, con il terrore delle bombe e raid che non hanno risparmiato neanche gli ospedali, sono stanchi. Grati per essere sopravvissuti, ma esausti. Dal 7 ottobre, oltre 1050 operatori sanitari sono stati uccisi, innumerevoli sono stati feriti, a decine sono stati arrestati e portati via.

“E’ essenziale – dice Amande Bazerolle, capomissione di MSF a Gaza- che le autorità israeliane garantiscano l'accesso agli aiuti umanitari e che assicurino evacuazioni mediche a coloro che non possono ricevere cure adeguate all’interno della Striscia a causa della distruzione del sistema sanitario". Sempre che la tregua, di ora in ora più fragile, regga.

I commenti dei lettori