✕

Gaza, ritorno a casa tra macerie e granate inesplose. Msf: “A Rafah distruzione totale”

Ascolta l'audio

Tre operatori sono rientrati all’Emirati Hospital e all’ex clinica di Shabboura dove per anni hanno lavorato, ma delle due strutture non rimane niente. La popolazione prova a ripartire, ma tra le rovine i bambini giocano con gli ordigni
2 minuti di lettura

Una bandiera sporca e sbrindellata, che quasi miracolosamente sventola in cima a quel che resta di un muro. All’Emirati Hospital, nel quartiere di Tal Sultan a Rafah, a Gaza, di Medici senza frontiere – che lì con i suoi operatori forniva supporto ai reparti materno-infantili –non rimane che quello. Sotto tonnellate di bombe sono spariti gli ambulatori, le stanze, i giochi per i bambini, sotto minaccia dell’invasione di terra arrivata il 6 maggio, sono fuggiti medici e infermieri. E adesso che in tre sono tornati per un sopralluogo, faticano a riconoscere i luoghi in cui per tanti anni hanno lavorato.

“Siamo riusciti a malapena a capire su quali strade ci trovassimo”, spiega Nadia Abo Mallouh, coordinatrice medica di Msf, fino a qualche mese fa all’Emirati Hospital, tornata ieri a Rafah. Per stanare il leader di Hamas Yayah Sinwar, non un palazzo è stato lasciato in piedi. Neanche ospedali, cliniche, rifugi umanitari …

Una bandiera sporca e sbrindellata, che quasi miracolosamente sventola in cima a quel che resta di un muro. All’Emirati Hospital, nel quartiere di Tal Sultan a Rafah, a Gaza, di Medici senza frontiere – che lì con i suoi operatori forniva supporto ai reparti materno-infantili –non rimane che quello. Sotto tonnellate di bombe sono spariti gli ambulatori, le stanze, i giochi per i bambini, sotto minaccia dell’invasione di terra arrivata il 6 maggio, sono fuggiti medici e infermieri. E adesso che in tre sono tornati per un sopralluogo, faticano a riconoscere i luoghi in cui per tanti anni hanno lavorato.

“Siamo riusciti a malapena a capire su quali strade ci trovassimo”, spiega Nadia Abo Mallouh, coordinatrice medica di Msf, fino a qualche mese fa all’Emirati Hospital, tornata ieri a Rafah. Per stanare il leader di Hamas Yayah Sinwar, non un palazzo è stato lasciato in piedi. Neanche ospedali, cliniche, rifugi umanitari sono stati risparmiati. “È triste – mormora la dottoressa – vedere questa struttura medica, dove nascevano nuove vite ogni giorno, ora completamente vuota, senza nessun segno di vita e distrutta”.

Due uomini tentano di spazzare via le macerie da quel che resta dell’ingresso, il team di Msf prova a farsi largo fra i reparti. Incubatrici, sale operatorie e di degenza, tutto è stato devastato dai raid. Anche dell’ex clinica di Shabboura, dove Msf forniva assistenza alla salute primaria e sostegno psicologico, non rimane nulla. “Non ci sono parole per descrivere quello che abbiamo visto a Rafah – dice la dottoressa Abou Mallouh - Fino a maggio 2024 questa zona ospitava migliaia di persone”.

Molti adesso stanno tornando o stanno provando a farlo. Si fanno largo fra strade nuove, scavate spostando tonnellate di macerie, cercano fra edifici schiacciati come scatole di cracker, i resti delle loro case, delle loro cose. Da un cratere, rimasto al posto del palazzo che abitava, una donna ha salvato libri e quaderni. Più in là un uomo, quasi inghiottito dai calcinacci, scava con le mani. Tra la polvere, i palazzi spezzati, i pilastri monchi, i pali della luce accartocciati, si muovono centinaia di persone.

“Vedere Rafah è stato orribile, così tanta distruzione” racconta Hadi Abo-Eneen, custode di Msf, fuggito da Rafah a maggio 2024. “Ho continuato a camminare, sperando di trovare qualcosa della mia casa. Era completamente distrutta. È stato uno shock enorme, perché lì c’era tutta la mia vita. I ricordi della mia famiglia, di mia moglie e dei miei figli sono lì. Le mie cose, i vestiti, i piatti, i ricordi del mio matrimonio”.

Per l’Onu, quasi il 70% degli case, negozi, ospedali, uffici sono stati distrutti o danneggiati. E i più sono diventati anche tombe di chi un tempo li abitava. Sono più di duecento i corpi che le rovine hanno restituito, si calcola che in tutta la Striscia ce ne siano più di diecimila. Li si sta tirando fuori poco a poco, anche per evitare il rischio di contaminazioni e epidemie, tocca però procedere con cautela. Gli ordigni inesplosi sono potenzialmente migliaia, per il Protection Cluster, che riunisce varie agenzie Onu, serviranno dieci anni e 500 milioni di dollari per rimuoverli.

“Mentre stavamo andando all'ex clinica MSF di Shabboura a Rafah”, racconta Pascale Coissard, coordinatrice dell'emergenza di Medici Senza Frontiere, anche lei tornata a Rafah dopo mesi, “abbiamo visto un bambino che giocava con una granata nella zona di Mawasi. Anche se non si sentono più le bombe, ci sono ancora pericoli. Nella maggior parte delle aree, tornare è troppo rischioso”. Ma a molti ex residenti non importa. Costretti a sfollare più di una volta, stremati da mesi sotto le tende a combattere contro fame, epidemie, insostenibili condizioni igieniche, indietro, nei campi in cui sono stati costretti a vivere per mesi, non hanno intenzione di tornare più.

Leggi i commenti