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Russia, il sociologo Gudkov: “Inflazione e troppi morti, la maggioranza vuole trattare la pace”

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Intervista allo storico direttore del Centro Levada, unico istituto di sondaggi indipendente: “La pensa così il 61%, ma il sostegno all’esercito resta forte”. E ieri anche lui è stato bollato come “agente straniero”
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MOSCA — Il 78enne Lev Gudkov è tra i pochi a poter dire di sapere che cosa pensano i russi. Rinomato sociologo e sondaggista, è lo storico direttore e il supervisore accademico del Centro Levada, l’unico istituto di ricerca d’opinione indipendente in Russia, bollato nel 2016 come “agente straniero”. L’etichetta che riecheggia il marchio di “nemico di Stato” di sovietica memoria da ieri pende anche sulla sua testa: «Non mi sorprende», dice a Repubblica accennando una risata. «Ma certo non ne gioisco. Dovrò rinunciare all’insegnamento e sarò impelagato in ulteriori pastoie burocratiche che odio. Presenterò ricorso per quel che vale».


Professor Gudkov, la telefonata tra Vladimir Putin e Donald Trump ha acceso la speranza in una prossima pace in Ucraina. I russi sono favorevoli ai negoziati?
«Quasi i due terzi, il 61 per cento, vorrebbero negoziati immediati, secondo il nostro sondaggio di fine gennaio. È la cifra più alta reg…

MOSCA — Il 78enne Lev Gudkov è tra i pochi a poter dire di sapere che cosa pensano i russi. Rinomato sociologo e sondaggista, è lo storico direttore e il supervisore accademico del Centro Levada, l’unico istituto di ricerca d’opinione indipendente in Russia, bollato nel 2016 come “agente straniero”. L’etichetta che riecheggia il marchio di “nemico di Stato” di sovietica memoria da ieri pende anche sulla sua testa: «Non mi sorprende», dice a Repubblica accennando una risata. «Ma certo non ne gioisco. Dovrò rinunciare all’insegnamento e sarò impelagato in ulteriori pastoie burocratiche che odio. Presenterò ricorso per quel che vale».


Professor Gudkov, la telefonata tra Vladimir Putin e Donald Trump ha acceso la speranza in una prossima pace in Ucraina. I russi sono favorevoli ai negoziati?
«Quasi i due terzi, il 61 per cento, vorrebbero negoziati immediati, secondo il nostro sondaggio di fine gennaio. È la cifra più alta registrata in tre anni, mentre la percentuale di quanti sostengono la necessità di continuare l’azione militare è scesa al minimo, il 31%. Anche il numero di quanti credono che le azioni militari in Ucraina termineranno entro il prossimo anno o prima è aumentato, al 43%. E tre quarti dei russi pensa che il conflitto si concluderà con una vittoria della Russia. A volere i negoziati sono per lo più le donne, gli under 40, chi che non approva il presidente o le forze armate. Ma in generale il sostegno all’esercito resta saldo ed elevato, intorno al 78%».

Dunque, alla vigilia del terzo anniversario dall’inizio dell’offensiva contro Kiev, la stanchezza cresce?
«Sì, la gente è stufa. Percepisce che il prezzo del conflitto è molto elevato. Per quattro fattori. Primo, la crisi economica. L’impennata dei redditi legata agli investimenti nel settore della difesa si è arrestata, mentre dall’autunno l’inflazione galoppa e la gente ha iniziato, seppure in modo vago, ad associarla al conflitto. Secondo, le perdite umane. I russi non ne conoscono l’entità precisa perché queste informazioni vengono censurate, ma i numeri trapelano attraverso i media indipendenti e occidentali e sono enormi. Infine, la paura di una grande guerra. La gente teme che l’offensiva in Ucraina possa portare a un’incontrollabile escalation, a uno scontro con l’Occidente e con la Nato che potrebbe far scoppiare la Terza Guerra Mondiale e potrebbe dunque sfociare nell’uso delle armi nucleari. Infine, c’è il timore che mariti e figli maschi possano essere costretti ad andare a combattere in Ucraina».

I russi vogliono la pace a ogni costo o mettono dei paletti come il presidente Vladimir Putin?
«Vogliono la cessazione delle ostilità sì, ma alle condizioni enunciate da Putin, in sostanza a condizione della completa capitolazione dell’Ucraina. La stragrande maggioranza è categoricamente contraria a un accordo di pace che preveda la rinuncia ai territori annessi. La maggior parte vuole inoltre la cosiddetta “smilitarizzazione” e “denazificazione” dell’Ucraina, ossia il suo disarmo, la rinuncia all’adesione alla Nato, il cambio di governo e orientamento politico. Questa posizione giustifica ai loro occhi l’uso della forza. Credono nella superiorità della Russia e che in un modo o in nell’altro alla fine riuscirà a costringere l’Ucraina ad accettare queste condizioni».
(afp)

Fermare lo spargimento di sangue per i russi non è più importante di qualche concessione?
«Il problema è proprio che questo spargimento di sangue sarebbe percepito come senza senso se si dovessero fare concessioni e se non si raggiungessero gli obiettivi prefissati dell’Operazione militare speciale. E in tal modo la stessa aggressione contro Kiev sarebbe percepita come senza senso. Questo provocherebbe grosse contestazioni contro la dirigenza del paese. Perciò è un tabù. Non se ne discute neanche».
Se gli annunciati negoziati tra Putin e Trump andassero male, per quanto tempo ancora i russi sarebbero pronti a sostenere il conflitto?
«Dipende da tante variabili: dal sostegno occidentale a Kiev, dall’evoluzione della crisi economica russa e da un’eventuale seconda mobilitazione, perché è evidente che i soldati a contratto ormai non bastano più. Ma finché non verrà indetta una nuova mobilitazione, finché non ci saranno grandi scossoni economichi, il sostegno resterà saldo. E la maggior parte dei russi, in ogni caso, crede che il conflitto sia destinato a durare a lungo».

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