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Omaggio a Navalny, i russi in fila con un fiore sfidano la repressione

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La processione alla tomba del dissidente a un anno dalla morte. “Ora che non c’è più, ci sentiamo smarriti e senza guida. L’opposizione si perde in lotte intestine e ne sperpera l’eredità”
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MOSCA — La foto di Aleksej Navalny è qui, da qualche parte, nascosta sotto un monticello di fiori, ritratti, biglietti e paperelle di plastica icona di passate proteste. Su un cartoncino, incorniciata in un cuore, c’è anche la parola qui proibita come il suo contrario: Mir, «Pace». Omaggi, ciascuno a modo suo, per onorare il dissidente diventato martire il 16 febbraio di un anno fa, l’unico politico che pur da dietro le sbarre parlava di «futuro» in una Russia ossessionata dal suo «glorioso passato».

Alle 9 del mattino, all’apertura dei cancelli del cimitero Borisovskoe, periferia sudest della capitale, davanti alla sua tomba si erano radunati soltanto poche decine di moscoviti. Poi, alla spicciolata, sono diventati centinaia, nonostante la neve che sferzava il viso e le temperature intorno ai -15°, fino a formare un serpentone che costeggiava tutto l’isolato. Pensionati con le stampelle. Giovani coppie mano nella mano. Famiglie con bambini. Un ragazzo stretto tra i singhiozzi.…

MOSCA — La foto di Aleksej Navalny è qui, da qualche parte, nascosta sotto un monticello di fiori, ritratti, biglietti e paperelle di plastica icona di passate proteste. Su un cartoncino, incorniciata in un cuore, c’è anche la parola qui proibita come il suo contrario: Mir, «Pace». Omaggi, ciascuno a modo suo, per onorare il dissidente diventato martire il 16 febbraio di un anno fa, l’unico politico che pur da dietro le sbarre parlava di «futuro» in una Russia ossessionata dal suo «glorioso passato».

Alle 9 del mattino, all’apertura dei cancelli del cimitero Borisovskoe, periferia sudest della capitale, davanti alla sua tomba si erano radunati soltanto poche decine di moscoviti. Poi, alla spicciolata, sono diventati centinaia, nonostante la neve che sferzava il viso e le temperature intorno ai -15°, fino a formare un serpentone che costeggiava tutto l’isolato. Pensionati con le stampelle. Giovani coppie mano nella mano. Famiglie con bambini. Un ragazzo stretto tra i singhiozzi. Ognuno col suo mazzetto di fiori in mano. Una processione composta e silenziosa come lo scorso anno nei giorni dopo il funerale. Niente slogan. Soltanto il canto funebre Memoria eterna, le stesse parole incise sulla croce ortodossa di legno corrugato che presto verrà sostituita da una lapide scelta online dai russi orfani di Aleksej.

Il coraggio contro il Grande Fratello

C’è voluto del coraggio a venire fin qui. A sfidare gli avvertimenti sparsi sui social, le telecamere su cavalletto piazzate all’ingresso, gli agenti in borghese a volto coperto e i disturbatori che ti si paravano davanti col cellulare in pieno viso a incarnare il peggiore Grande Fratello: la minaccia dei fermi postumi grazie al riconoscimento facciale. Lo dice anche la madre-coraggio Ljudmila quando arriva insieme al marito Anatolij, accolta da un applauso: «So quant’è dura. Capisco la vostra paura a venir qui, a qualunque costo. Qui, oggi, per me, c’è la Russia migliore. Il patriottismo è questo, amare il proprio Paese e volerlo rendere migliore». La folla dei presenti scandisce più volte Spasibo, «Grazie». Se oggi ha una tomba su cui piangere Navalny è grazie alla lotta che Ljudmila ingaggiò un anno fa con le autorità per riavere indietro il corpo del figlio morto a 47 anni, in circostanze tutte da chiarire, in una colonia penale sperduta nell’Artico. «Tutto il mondo sa chi ha ordinato il suo assassinio», dice lei. «Ma vogliamo vedere puniti anche i responsabili».

La paura e il dissenso da cucina

La paura c’è, ammettono tutti. Strashno, «Mi spavento», sussurra una donna negandosi alle domande. L’anno scorso circa 700 persone furono detenute a posteriori, dopo aver deposto fiori in nome del dissidente a cui, neppure da morto, hanno voluto togliere l’etichetta di «estremista e terrorista». Persino nominarlo è reato. «I nostri familiari ci hanno accompagnato qui come se andassimo in battaglia», racconta nervosa una coppia di amiche 70enni che si son fatte forza a vicenda pur di omaggiare l’uomo che incitava proprio a «non temere». L’agente immobiliare 27enne Dasha, labbroni, eyeliner e due piercing al naso, si commuove: «Navalny ci ha insegnato che la politica può essere motrice del cambiamento». L’ingegnere 68enne Oleg arriva a paragonarlo al principe decabrista Sergej Volkonskij che due secoli fa si ribellò allo Zar Nicola I. «Paura? Un proverbio dice: non si possono fucilare tutti». Artjom, brufoli e primi baffetti, dice di sentire un «vuoto assoluto». Pur 16enne, aveva intercettato gli accattivanti video di Aleksej su YouTube e ne aveva fatto «un faro».

È ancora una volta qui la forza di Navalny. In una Russia riprecipitata col conflitto in Ucraina nella dimensione sovietica del kuchonnoe dissidentstvo, «dissenso da cucina», l’ex leader dell’opposizione resta anche da morto l’unico che riesca a portare allo scoperto quella sparuta minoranza di russi che non sostiene il Cremlino. Proprio come aveva fatto in vita prima che nel 2021 lo confinassero in carcere a scontare condanne per oltre 20 anni.

L’opposizione in esilio divisa

«Di Navalny oggi ci resta soltanto la memoria. L’opposizione non solo è dispersa in esilio, ma si è lacerata», commenta però amaro il 70enne Nikolaj. Sua figlia Evdakija, insegnante d’inglese 26enne, concorda: «Hanno cominciato a lottare tra di loro e hanno dimenticato di dover lottare per noi. Ci sentiamo come pecore smarrite che non sanno in che direzione andare. Sapremmo combattere, ne avremmo la forza, ma non c’è nessuno che ci guidi». Anche i fidanzati 25enni, Anton ed Ekaterina, si sentono delusi.

Lotte intestine nell’oramai decapitata opposizione russa ci sono sempre state, ma si sono intensificate quando gli ex collaboratori di Navalny, riuniti nella Fondazione anti-corruzione Fbk costretta all’esilio, invece che sulla cerchia di Vladimir Putin, si sono messi a indagare su altri oppositori. Prima hanno additato Leonid Nevzlin, ex vice di Mikhail Khodorkovskij, come il mandante di aggressioni contro i loro dirigenti adducendo prove attinte da un’inchiesta dell’ex tv Russia Today. Poi hanno denunciato presunti affari con aziende statali della moglie del blogger Maksim Kats che li aveva messi alla berlina dimostrando che avevano accettato i fondi di due ex banchieri fraudolenti.

Per la giovane Ekaterina, «uno spettacolo misero. Mentre l’Ucraina viene devastata, loro sperperano l’eredità di Aleksej. Non sono poi così diversi dalle autorità che fanno di tutto per cancellarne la memoria». Tocca ora alla vedova Julija Navalnaja che ha rivendicato il testimone del marito ricostruire la reputazione di Fbk, e provare a riunire attorno a sé tutte le anime del dissenso. Finora però non ci è riuscita. Ieri, dalla veglia nella Gedächtniskirche di Berlino, ha invitato gli esuli a «dare voce a chi non ce l’ha». Ma i russi rimasti in patria vogliono più che una «voce». Vogliono un vero erede di Navalny.

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