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“Vogliono tagliarci fuori”, l’ira del presidente ucraino escluso dal summit saudita

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Isolata dalle trattative Kiev cerca sponde a Istanbul e avverte: “Sulla fine della guerra decidiamo noi”.Tensione con gli Usa anche sulle terre rare
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KIEV — «Mai un negoziato sull’Ucraina senza l’Ucraina», diceva già Volodymyr Zelensky quando era certo di esserne il capotavola. E invece il tavolo è a Riad, e lui è ad Ankara in mimetica nera e sguardo torvo.

La tromba suona il “silenzio”: «Onore alla memoria di Mustafa Kemal Atatürk». Con lui c’è il presidente Recep Tayyp Erdogan. Accanto, la moglie Olena; un passo dietro l’eminenza grigia Yermak e il ministro degli Esteri Sibiga. È una configurazione mista, adatta a visite ufficiali o delicate architetture diplomatiche. Vengono dagli Emirati, erano diretti a Riad. Domenica ci avevano spedito un avamposto a preparare l’arrivo. Ma nessuno li ha invitati, a quel tavolo. Russi e americani li hanno tagliati volutamente fuori. Le regole del gioco le scrivono tra superpotenze; ed è la fine ufficiale del tentativo di isolare Mosca che l’amministrazione Biden, incitata da Kiev e sostenuta da Bruxelles, ha portato avanti per tre anni.

«Non siamo stati invitati — ammette Zelensky — per n…

KIEV — «Mai un negoziato sull’Ucraina senza l’Ucraina», diceva già Volodymyr Zelensky quando era certo di esserne il capotavola. E invece il tavolo è a Riad, e lui è ad Ankara in mimetica nera e sguardo torvo.

La tromba suona il “silenzio”: «Onore alla memoria di Mustafa Kemal Atatürk». Con lui c’è il presidente Recep Tayyp Erdogan. Accanto, la moglie Olena; un passo dietro l’eminenza grigia Yermak e il ministro degli Esteri Sibiga. È una configurazione mista, adatta a visite ufficiali o delicate architetture diplomatiche. Vengono dagli Emirati, erano diretti a Riad. Domenica ci avevano spedito un avamposto a preparare l’arrivo. Ma nessuno li ha invitati, a quel tavolo. Russi e americani li hanno tagliati volutamente fuori. Le regole del gioco le scrivono tra superpotenze; ed è la fine ufficiale del tentativo di isolare Mosca che l’amministrazione Biden, incitata da Kiev e sostenuta da Bruxelles, ha portato avanti per tre anni.

«Non siamo stati invitati — ammette Zelensky — per noi è stata una sorpresa. Lo abbiamo saputo dai media». L’uomo che parlava ai mondi, star al Festival di Cannes del 2022 e al Super Bowl del 2023, applaudito al G8, al Congresso e al Consiglio europeo, sa e sente di essere all’angolo.

Cambio programma: «Non andrò in Arabia Saudita. Ho un buon rapporto col principe ereditario, farò visita ufficiale il 10 marzo. E gli Stati Uniti li aspettiamo a Kiev», dice. Arrivano oggi: il generale Kellogg, inviato speciale di Trump per il lato ucraino ed europeo della crisi, si fermerà tre giorni. Ma è tardi per tenere in vita l’illusione di essere ancora partner privilegiato di Washington.

Persino un vecchio lupo della diplomazia come il ministro degli esteri russo Lavrov fiuta la ferita e infierisce. Lo maltratta come un discolo che non combini nulla di buono: «Quest’uomo e tutta la sua squadra devono essere riportati alla ragione, dando loro una bacchettata sulla mano», dice rispondendo a un giornalista che gli chiedeva dell’attacco ucraino alla stazione di pompaggio di Kropotkinskaya, in Russia. Da lì transita anche il greggio kazako diretto ad aziende occidentali.

Ma Zelensky ha altro a cui pensare. «Non vogliamo che nessuno decida nulla alle nostre spalle», dice cercando di saldare i cocci di questo vertice che li ha esclusi: «Ogni Paese ha un canale bilaterale con altri, è chiaro. Possono discutere di quello che vogliono, ma non prendere decisioni su come porre fine alla guerra in Ucraina senza l’Ucraina», insiste.

Stavolta non si limita all’enunciato. Non accetterà ultimatum, e dice che il suo Paese è pronto a continuare a combattere. Lo strappo con gli Usa è enorme. Ricorda quando «Mosca provò a insediare un governo filorusso che Putin potesse controllare: ho l’impressione che alcune delle discussioni di questi giorni abbiano questo esatto significato, però avvengono tra russi e americani che parlano di Ucraina senza l’Ucraina. Mi chiedo: non abbiamo ceduto agli ultimatum nelle ore più nere, come possono pensare che lo faremo adesso?».

Ieri, quando è stata diffusa la bozza dell’accordo capestro sulle terre rare ucraine, l’impatto emotivo a Kiev è stato simile a quello degli Iskander russi: «Gli americani possono andare dove è andata la nave russa», a quel paese come l’incrociatore all’isola dei Serpenti. L’offerta era svendere le risorse, anche quelle potenziali, senza garanzie in cambio. Ma si tratta ancora, dice Kiev.

Ora però Zelensky sa di camminare su un filo. Girano bozze, blandamente smentite, secondo cui l’accordo tra Mosca e Washington prevede tre fasi: cessate il fuoco, elezioni e una pace raggiungibile: non certo quella «giusta», utopica, che avrebbe voluto Kiev riguadagnando i confini del 1991 comprese Crimea e Donbass.

Passare per le elezioni è la via che piace a Mosca, ma anche a Trump. Zelensky difficilmente sarebbe rieletto: elezioni sì, ma dopo una pace con garanzie, è la linea di Kiev. È per questo che il filo su cui cammina Zelensky passava ieri per la Turchia: portava a chi mediò il fallito accordo sul cessate il fuoco e quello mezzo riuscito sul canale del grano. Coinvolgendo Erdogan, Kiev prova ad allargare il campo. Cerca sponde affidabili, butta altra legna al fuoco, aggiunge interessi e prende tempo. «Al negoziato con la Russia e gli Usa devono prendere parte anche la Turchia e l’Europa», dice il presidente ucraino. «Massimo sostegno», promette il sultano. In Ucraina, ieri notte, il solito diluvio di bombe.

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