Lo «zio che incarna la causa curda» dice che la causa è ancora valida, ma a mano disarmata. Che è tempo di chiudere la pagina del sangue aperta nell’agosto del 1984, quando fece imbracciare il fucile al suo Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan nato sei anni prima in Turchia e di ispirazione marxista-leninista, per dare ai curdi lo Stato che non hanno mai avuto. E che nessuno gli ha voluto mai dare.
A 76 anni, quasi 77, di cui gli ultimi 26 trascorsi nell’isola prigione di Imrali al largo della costa di Istanbul, Abdullah Ocalan rimane il volto, l’ispirazione, l’icona da disegnare di notte sui muri, della lotta di un popolo sparso tra quattro regioni autonome (in Turchia, Siria, Iraq e Iran) che ha avuto in Turchia il teatro di battaglia più duro: quarantamila morti. E ora il leader incarcerato ha detto basta, sciogliamoci, disarmiamoci.
Ocalan lo chiamano Apo, lo zio. È sempre stato lo zio, anche quando era giovane, forse per quei baffoni neri che il tempo ha ingrigito ma che …
Lo «zio che incarna la causa curda» dice che la causa è ancora valida, ma a mano disarmata. Che è tempo di chiudere la pagina del sangue aperta nell’agosto del 1984, quando fece imbracciare il fucile al suo Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan nato sei anni prima in Turchia e di ispirazione marxista-leninista, per dare ai curdi lo Stato che non hanno mai avuto. E che nessuno gli ha voluto mai dare.
A 76 anni, quasi 77, di cui gli ultimi 26 trascorsi nell’isola prigione di Imrali al largo della costa di Istanbul, Abdullah Ocalan rimane il volto, l’ispirazione, l’icona da disegnare di notte sui muri, della lotta di un popolo sparso tra quattro regioni autonome (in Turchia, Siria, Iraq e Iran) che ha avuto in Turchia il teatro di battaglia più duro: quarantamila morti. E ora il leader incarcerato ha detto basta, sciogliamoci, disarmiamoci.
Ocalan lo chiamano Apo, lo zio. È sempre stato lo zio, anche quando era giovane, forse per quei baffoni neri che il tempo ha ingrigito ma che sui manifesti resistono neri come la notte. Apo, e anche Serok, il capo. Nato il 4 aprile 1949 da una famiglia di contadini nel villaggio di Omerli, Ocalan si avvicina all’estrema sinistra frequentando Scienze politiche ad Ankara. Nel 1978 insieme a un gruppo di studenti universitari, neanche tutti curdi, fonda il Pkk: l’ideologia marxista-leninista votata e adattata alla liberazione del Kurdistan, l’altipiano che esiste solo sulle mappe geografiche però non sugli atlanti politici. Nel 1980 comincia il peregrinare da esiliato, tra Damasco e la Valle della Bekaa libanese, allora sotto il controllo siriano. È lì che i curdi del Pkk si addestrano, sparano a manichini, imparano ad assemblare ordigni.
Nell’agosto del 1984 il battesimo del fuoco, i curdi di Ocalan prendono di mira le postazioni e i blindati dell’esercito turco. È l’incipit di uno scontro concentrato nel sud-est della Turchia, a maggioranza curda, che ha assunto negli anni quasi i connotati della guerra civile, combattuta da un’organizzazione paramilitare che per Ankara e Washington è terrorista. Ocalan è considerato l’ideologo del movimento curdo, la sua persona oggetto di un culto che non è mai piaciuto agli arabi musulmani. Infiamma la Turchia e influenza i destini anche dei curdi siriani (ora parte del Sdf, Syrian democratic forces) e dei curdi iracheni. Del resto in Iraq, sulle montagne di Qandil al confine con l’Iran, c’è il quartier generale del Pkk.
L’Italia conosce Ocalan il 12 novembre del 1998, quando all’improvviso sbarca a Fiumicino da un volo partito da Mosca. Viene arrestato su mandato di cattura tedesco, la Turchia ne chiede l’estradizione. A Palazzo Chigi Massimo D’Alema. «Ocalan fu liberato e diventò ospite del governo italiano», ha raccontato al Manifesto l’allora premier. «Ci fu un’immediata richiesta di estradizione da parte della Turchia. Noi la respingemmo sulla base del principio costituzionale per cui non consegniamo persone a Paesi nei quali rischiano la pena di morte». Ocalan verrà arrestato il 15 febbraio a Nairobi, un mese dopo aver lasciato l’Italia. Incarcerato sull’isola di Imrali nel Mar di Marmara, lì è rimasto da allora.