Un appello che entra nella storia del movimento curdo. Per la prima volta il leader Abdullah Ocalan, in carcere da 26 anni sull’isola di Imrali, chiede lo scioglimento del Partito dei lavoratori del Kurdistan, da lui fondato nel 1978, e la dissoluzione del gruppo armato da 40 anni impegnato nel conflitto con l’esercito turco. Una mossa, vedremo, accolta tiepidamente dai curdi combattenti.
Il suo messaggio, datato 25 febbraio, è stato letto in conferenza stampa dagli esponenti del partito filo-curdo Dem, la terza forza rappresentata nel Parlamento turco. «Non c’è alternativa alla democrazia», afferma Ocalan, «per ottenere rispetto per le identità, libera espressione e auto organizzazione democratica». In Turchia i curdi sono 15 milioni. «La chiamata di Bahceli, insieme con la volontà del Presidente (Erdogan, ndr) e le risposte positive degli altri partiti hanno creato le condizioni per chiedere di abbassare le armi. Davanti alla Storia mi prendo la responsabilità di questo appello».
…Un appello che entra nella storia del movimento curdo. Per la prima volta il leader Abdullah Ocalan, in carcere da 26 anni sull’isola di Imrali, chiede lo scioglimento del Partito dei lavoratori del Kurdistan, da lui fondato nel 1978, e la dissoluzione del gruppo armato da 40 anni impegnato nel conflitto con l’esercito turco. Una mossa, vedremo, accolta tiepidamente dai curdi combattenti.
Il suo messaggio, datato 25 febbraio, è stato letto in conferenza stampa dagli esponenti del partito filo-curdo Dem, la terza forza rappresentata nel Parlamento turco. «Non c’è alternativa alla democrazia», afferma Ocalan, «per ottenere rispetto per le identità, libera espressione e auto organizzazione democratica». In Turchia i curdi sono 15 milioni. «La chiamata di Bahceli, insieme con la volontà del Presidente (Erdogan, ndr) e le risposte positive degli altri partiti hanno creato le condizioni per chiedere di abbassare le armi. Davanti alla Storia mi prendo la responsabilità di questo appello».
Devlet Bahceli è il segretario del partito della destra nazionalista, alleato di Erdogan: nell’ottobre scorso ha rilanciato il processo di pace col Partiya Karkerén Kurdistan, il Pkk, organizzazione politica e paramilitare, considerata terroristica da Turchia, Stati Uniti e Unione Europea. E che Ocalan, dopo l’arresto nel 1999, ha traghettato dall’originaria ideologia marxista-leninista verso il confederalismo democratico del municipalsimo liberatario e dell’ecologia sociale.
La svolta per la il disarmo è maturata in tre incontri in carcere con i deputati del partito Dem, dopo dieci anni di isolamento. Barzani, il leader curdo della regione autonoma irachena dove il Pkk ha basi e depositi di armi, sostiene il processo di pace. Accoglienza positiva dall’Onu («un barlume di speranza», dichiara il Segretario generale Antonio Guterres), dalla Casa Bianca e dal governo tedesco. Massimo D’Alema, premier nel 1998 quando Ocalan fu arrestato a Roma e poi fu ospite del governo italiano per due mesi, commenta: «Un messaggio coraggioso che spero venga raccolto da Erdogan e che ci sia l’apertura al riconoscimento dei diritti dei curdi».
In effetti, non si capisce cosa metta sul piatto Erdogan in cambio della resa. Efkan Ala, vicepresidente del partito di maggioranza Akp, dice solo che se il Pkk accetterà l’appello, «la Turchia sarà liberata dalle sue catene». I curdi, che non si fidano del presidente turco, vogliono diritti, autonomia amministrativa e la liberazione di centinaia di prigionieri politici chiusi nelle carceri turche. Tra essi c’è il leader del partito Dem Selahattin Demirtas, condannato a 42 anni di prigione con una sentenza contestata dalla Corte di giustizia europea. Ma, come detto, per ora si respira scetticismo.
Cemil Bayik, uno dei fondatori del Pkk e membro del consiglio esecutivo del Unione delle comunità curde, ha inviato un messaggio che risponde all’appello di Ocalan, respingendolo. «Il popolo curdo combatte per difendersi e evitare lo sterminio. Se ci siamo armati è perché la Turchia persegue politiche di violenza, guerra e massacri per eliminare i curdi. Se il Pkk si disarma, si risolve il problema? No. Se lo zio Ocalan fa quest’appello, il problema svanisce? No. Lo Stato turco sta ingannando sia la sua società che la comunità internazionale». Cauta anche la reazione di un altro leader curdo, Mazloum Abdi, comandante delle Syrian democratic forces che Erdogan vorrebbe sciogliere nel nuovo esercito siriano di Ahmed al-Sharaa . «Consideriamo positiva l’iniziativa perché c’è bisogno di pace, ma l’appello è verso il Pkk, non riguarda noi».