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Tbilisi, i cento giorni di proteste per la libertà: donne in piazza con i tulipani contro il governo

(reuters)

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Donne pro-Bruxelles e contro il governo. Vogliono la scarcerazione dei figli fermati nei cortei le speranze gelate dallo stop dei fondi americani per le ong e i media indipendenti
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TBILISI – «Fuoco all’oligarchia!». A intonare il radicale slogan non sono studenti, né tantomeno pericolosi estremisti, ma decine di signore ordinarie. Infagottate in cappotti pesanti, sciarpe e cappellini, ognuna con un tulipano, sfidano le temperature sottozero marciando in protesta verso il parlamento. Sono le madri e le nonne dei ragazzi arrestati nel corso di quasi cento giorni di proteste antigovernative ininterrotte. Domandano la liberazione dei loro figli e nipoti, i cui volti stilizzati svettano sui cartelli esposti alla testa del corteo, sopra uno striscione con scritto: «Lasciatelo andare, è il mio bambino».

Insieme a loro, centinaia di manifestanti che, come ogni sera, si erano riuniti di fronte all’edificio della televisione pubblica per chiedere una copertura più equa delle proteste. Altri ancora hanno già bloccato viale Rustaveli, la strada principale di Tbilisi, e attendono l’arrivo del corteo. È il 3 marzo, e in Georgia cade la festa della mamma. Dopo il capodanno e…

TBILISI – «Fuoco all’oligarchia!». A intonare il radicale slogan non sono studenti, né tantomeno pericolosi estremisti, ma decine di signore ordinarie. Infagottate in cappotti pesanti, sciarpe e cappellini, ognuna con un tulipano, sfidano le temperature sottozero marciando in protesta verso il parlamento. Sono le madri e le nonne dei ragazzi arrestati nel corso di quasi cento giorni di proteste antigovernative ininterrotte. Domandano la liberazione dei loro figli e nipoti, i cui volti stilizzati svettano sui cartelli esposti alla testa del corteo, sopra uno striscione con scritto: «Lasciatelo andare, è il mio bambino».

Insieme a loro, centinaia di manifestanti che, come ogni sera, si erano riuniti di fronte all’edificio della televisione pubblica per chiedere una copertura più equa delle proteste. Altri ancora hanno già bloccato viale Rustaveli, la strada principale di Tbilisi, e attendono l’arrivo del corteo. È il 3 marzo, e in Georgia cade la festa della mamma. Dopo il capodanno e il natale ortodosso, ancora una ricorrenza celebrata davanti al parlamento con le stesse tre richieste: nuove elezioni, ritorno al cammino europeo, rilascio di tutti i dimostranti detenuti. «L’unica colpa di mio figlio è il suo amore per la patria e per la libertà», afferma una donna dallo sguardo severo, un fiore rosso tra le dita affusolate: «Nessuno qui è disposto a vivere come in Russia, non è nella nostra natura».

Dal 28 novembre la Georgia è in mobilitazione permanente. L’agitazione inizia a montare all’indomani delle contestate elezioni parlamentari del mese precedente, ma la rabbia divampa quel giorno, quando il partito al potere annuncia la sospensione del processo di adesione all’Ue. Le prime settimane hanno visto proteste di massa nella capitale – e in scala minore in diverse altre città e piccoli centri – a cui la polizia ha risposto con brutalità: dispersione delle manifestazioni con un uso sproporzionato della forza, centinaia di dimostranti arrestati e picchiati ferocemente, impiego di bande ritenute affiliate alle autorità, responsabili di attacchi a giornalisti, attivisti e membri dell’opposizione.

La violenza ha spinto ancora più cittadini in strada portando infine Sogno georgiano, alle redini del paese dal 2012, a adottare una strategia differente: intimidazioni mirate, modifiche legislative che inaspriscono le regole su assembramenti e manifestazioni, multe elevatissime, tre volte il salario medio, per l’illecito di «blocco stradale», divenuto un reato penale su alcune arterie di particolare importanza. Tbilisi, specialmente nell’area in prossimità del parlamento, è piena di telecamere di sorveglianza di produzione cinese: numerosi dimostranti riferiscono di essere stati sanzionati solo perché presenti alle proteste, senza aver partecipato alla chiusura di viale Rustaveli.

E così la repressione, combinata con un inverno insolitamente rigido, è risultata nel drastico declino del numero delle persone in strada, ma non è riuscita a fermare le proteste, tramutandole piuttosto in quella che Vakhushti Menadbe, costituzionalista e professore associato all’Università statale di Tbilisi, chiama «resistenza». «In questo momento puntiamo ad avere ogni giorno un numero sufficiente di dimostranti per bloccare viale Rustaveli, e organizzare manifestazioni di massa in determinate date». Menadbe non si definisce un leader delle proteste: cofondatore di un movimento «per la socialdemocrazia» nato in questi mesi di contestazione, è certo che «la resistenza non ha bisogno di leader, la sua forza risiede nella decentralizzazione». Altri credono invece che l’assenza di una figura carismatica rappresenti un problema serio.

Ad ogni modo, nonostante la primavera porterà con sé nuove energie, non è chiaro se proteste come quelle già viste nel 2023 e 2024 possano fare la differenza. Specialmente nell’attuale contesto internazionale. «È ormai chiaro che il governo in Georgia non può essere cambiato con un Maidan», ritiene Tornike Sharashenidze, del Georgian Institute of Public Affairs. «Il solo modo di costringerlo a scendere a compromessi, come accettare elezioni anticipate, è una seria pressione dell’esterno. Chi può farlo? Solo gli Usa».

E malgrado l’amministrazione di Donald Trump non abbia ancora mai commentato le vicende di Tbilisi, i segnali esistenti inquietano assai chi ha a cuore la tenuta democratica del paese. Peggio, la Georgia è al centro di una tempesta perfetta in cui proprio Washington gioca un ruolo chiave. La sospensione dei programmi di assistenza all’estero e il blocco dei fondi stanziati dal Congresso al National Endowment for Democracy stanno mettendo in ginocchio media e ong, mentre un parlamento monocolore – gran parte dell’opposizione ha chiesto e ottenuto la revoca dei seggi e delle liste, il resto continua a boicottare l’aula – sta discutendo nuove leggi per regolare i mezzi di comunicazione e le organizzazioni della società civile, ha avviato una commissione d’inchiesta per indagare sui «crimini» dei loro predecessori al potere (l’Unm dell’ex presidente Mikheil Saakashvili), e ha approvato in prima lettura l’introduzione nel codice penale del reato di «tradimento», la cui vaghezza nella formulazione preoccupa gravemente gli esperti. «La Georgia sta seguendo la tendenza globale, la democrazia è in ritirata ovunque», conclude Sharashenidze. Eppure, su viale Rustaveli c’è chi continua a resistere con un fiore rosso in mano.

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