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Putin vestito in mimetica prende tempo sulla tregua. Trump: sanzioni se dice no

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Il leader russo compare al fronte in tenuta militare: è la prima volta in tre anni. Contatti tra Mosca e Washington, che preme: “Segnali positivi, ma non basta”. Il Cremlino prepara le condizioni per accettare: via Zelensky e basta armi a Kiev
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A volte non servono parole. Dopo aver taciuto per ore, Vladimir Putin appare in mimetica al posto di comando generale dell’offensiva che sta respingendo le residue forze ucraine dalla regione meridionale di Kursk. Non commenta né l’inaspettata rinnovata intesa tra Ucraina e Stati Uniti, né la proposta di tregua di 30 giorni. Esorta semmai il capo di stato maggiore Valerij Gerasimov e gli altri «compagni ufficiali» a «liberare presto e completamente il territorio dal nemico». Ma la mimetica che in tre anni di Operazione militare speciale non ha indossato neppure per visitare il fronte ucraino sembra già di per sé una velata risposta. La riprova, come ha detto qualche giorno fa, che «andrà fino in fondo, senza cedere».

Per ora, però, tace. Il suo portavoce Dmitrij Peskov invita a «non correre troppo» e si limita a dire di essere in attesa dei dettagli sulla proposta di tregua. Dettagli che l’inviato statunitense Steve Wit…

A volte non servono parole. Dopo aver taciuto per ore, Vladimir Putin appare in mimetica al posto di comando generale dell’offensiva che sta respingendo le residue forze ucraine dalla regione meridionale di Kursk. Non commenta né l’inaspettata rinnovata intesa tra Ucraina e Stati Uniti, né la proposta di tregua di 30 giorni. Esorta semmai il capo di stato maggiore Valerij Gerasimov e gli altri «compagni ufficiali» a «liberare presto e completamente il territorio dal nemico». Ma la mimetica che in tre anni di Operazione militare speciale non ha indossato neppure per visitare il fronte ucraino sembra già di per sé una velata risposta. La riprova, come ha detto qualche giorno fa, che «andrà fino in fondo, senza cedere».

Per ora, però, tace. Il suo portavoce Dmitrij Peskov invita a «non correre troppo» e si limita a dire di essere in attesa dei dettagli sulla proposta di tregua. Dettagli che l’inviato statunitense Steve Witkoff dovrebbe illustrare «a Mosca in settimana». E che, in attesa di una nuova telefonata con Donald Trump, potrebbero essere stati in parte anticipati nel corso dei due colloqui tra i capi delle intelligence, John Ratcliffe alla Cia e Serghej Naryshkin all’Svr, e tra i due consiglieri per la Sicurezza nazionale Mike Walz e Sergej Shojgu.

«Speriamo di ottenere un cessate il fuoco dalla Russia. Ho ricevuto alcuni messaggi positivi, ma un messaggio positivo non significa nulla», ammette il presidente statunitense, riconoscendo che la proposta comporta «molti svantaggi per la Russia», ma dicendosi anche pronto a «fare delle cose che non sarebbero piacevoli… cose che finanziariamente sarebbero devastanti per la Russia». Anche il segretario di Stato Marco Rubio allude a possibili ripercussioni nel caso in cui Mosca respingesse la proposta: «Se dicono di no, ci dirà molto sui loro obiettivi e sulla loro mentalità». Dopo aver costretto alla resa Volodymyr Zelensky con la temporanea sospensione degli aiuti e della condivisione delle informazioni di intelligence, Trump spera di riuscire a piegare Putin con la minaccia di sanzioni. Nei suoi confronti, però, ha meno leve.

Il leader del Cremlino davanti, tuttavia, ha un arduo dilemma da sciogliere. Da un alto, come ha detto più volte, non vuole una pausa temporanea delle ostilità, ma un accordo che assicuri una «pace a lungo termine». Teme che una tregua serva soltanto a Kiev per «riorganizzare e riarmare» le sue esauste truppe, proprio ora che l’esercito russo è in vantaggio. D’altro canto, rifiutare la proposta di Trump rischierebbe di far abortire il loro principio di luna di miele ancor prima del faccia a faccia che per lui, sotto sanzioni e mandato d’arresto, costituirebbe un’impareggiabile vittoria d’immagine.

Da qui l’impasse che si riflette anche nel cauto silenzio dei suoi funzionari. Persino la solitamente agguerrita portavoce della diplomazia Maria Zakharova resta vaga: «La posizione della Russia non si decide all’estero, ma al suo interno». Spetta ai Z-blogger, i corrispondenti militari seguitissimi su Telegram, fare la voce grossa contro quella che definiscono una «truffa» e un «errore strategico». «Ficcatevi le iniziative di pace nel c...», commenta Aleksandr Kots di Komsomolskaja Pravda.

L’ipotesi avanzata da più fonti è che Putin possa legare la tregua a condizioni che proteggerebbero gli interessi di Mosca, come lo stop a ulteriori forniture di armi a Kiev o presidenziali ucraine. O che possa continuare a insistere sull’inserimento della tregua in un accordo quadro globale che soddisfi le sue richieste. «Verrà data una risposta positiva formale e, insieme ad essa, verranno avanzate condizioni impossibili», sostiene una fonte vicina al Cremlino. Alzare la posta aiuterebbe Mosca a guadagnare tempo, mentre lavora a un vertice entro la pausa estiva. Anche qui: Washington accelera sulla data, Mosca frena. Un compromesso, stando al Moscow Times, potrebbe essere un incontro intorno al 20 aprile, Pasqua ortodossa, «Se si trascina troppo, Washington potrebbe perdere interesse».

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