Georgia, ragazze truffate e abbandonate: il lato oscuro della maternità surrogata
di Luna De BartoloTBILISI – Ainura parla con voce roca e monotona. Il volto inespressivo, dai tratti cesellati, mostra dieci anni in meno dei suoi trentatré. È sotto stress, riferisce di oscillare costantemente tra momenti in cui non prova alcuna emozione, e altri in cui ne è tanto sopraffatta da confondere il riso con il pianto. Il 17 marzo ha partorito: un bambino portato in grembo per una coppia cinese. Ha i sintomi di un prolasso uterino, ma non i soldi per vedere un medico.
Ainura, nome di fantasia, siede al tavolo della sala da pranzo di uno squallido ostello di Tbilisi, stretto tra la stazione degli autobus Didube e la ferrovia, con altre cinque ragazze. A turno, raccontano le loro storie, così simili le une alle altre. Saltanat, pseudonimo per tutelarne l’anonimato («A casa nessuno sa nulla»), ha lasciato la clinica lo scorso febbraio. Un travaglio lungo e doloroso culminato …
TBILISI – Ainura parla con voce roca e monotona. Il volto inespressivo, dai tratti cesellati, mostra dieci anni in meno dei suoi trentatré. È sotto stress, riferisce di oscillare costantemente tra momenti in cui non prova alcuna emozione, e altri in cui ne è tanto sopraffatta da confondere il riso con il pianto. Il 17 marzo ha partorito: un bambino portato in grembo per una coppia cinese. Ha i sintomi di un prolasso uterino, ma non i soldi per vedere un medico.
Ainura, nome di fantasia, siede al tavolo della sala da pranzo di uno squallido ostello di Tbilisi, stretto tra la stazione degli autobus Didube e la ferrovia, con altre cinque ragazze. A turno, raccontano le loro storie, così simili le une alle altre. Saltanat, pseudonimo per tutelarne l’anonimato («A casa nessuno sa nulla»), ha lasciato la clinica lo scorso febbraio. Un travaglio lungo e doloroso culminato in un cesareo d’urgenza. È arrivata in Georgia dal Kazakistan dopo aver visto su TikTok il video di un’agenzia specializzata nella gestazione per altri. Alla ricerca di madri surrogate, Kinderly prometteva un onorario di 16mila dollari, un bonus in caso di parto gemellare o cesareo, l’alloggio in appartamento e una diaria mensile di 400 dollari.
L’agenzia truffatrice
Nessuna ha ricevuto quanto pattuito. Partite dall’Asia centrale o dalla Russia per rimettere ordine nelle proprie vite, tutte sole con più figli e in condizioni di estrema vulnerabilità, sarebbero decine le ragazze vittime dell’agenzia che il 27 marzo ha chiuso il suo ufficio a Tbilisi e interrotto ogni comunicazione con le madri surrogate. «Qui in ostello siamo quindici, ma in tutto dovremmo essere circa una sessantina», stimano le giovani, in contatto tra loro tramite alcune chat di gruppo su Whatsapp. «Almeno dieci sono tornate a casa a mani vuote».
I problemi emergono a gennaio. Le ragazze, incinte o puerpere, vivevano in appartamenti, in buone condizioni, quando Kinderly comincia a ritardare il pagamento delle diarie mensili, privandole del denaro necessario a comprare il cibo. Poi, una dopo l’altra, si sono viste staccare luce e gas per il mancato saldo delle utenze. La maggioranza di loro ha portato con sé i figli più piccoli, lasciando i più grandi alle cure dei familiari: «Siamo rimaste per settimane al gelo quando le temperature erano sottozero. I bambini piangevano per la fame e il freddo». Qualcuna è riuscita a ottenere un supporto, benché minimo, da parenti o amici: «Abbiamo condiviso tutto, ma non era abbastanza».
Le richieste di aiuto medico cadevano nel vuoto: «A una ragazza che aveva da poco partorito è stato rimosso l’utero. Aveva la febbre alta, per giorni ha implorato un responsabile in chat perché potesse vedere un dottore. È stata ascoltata solo una settimana dopo, quando era già troppo tardi», ricorda con rabbia contenuta Irina, un altro nome di fantasia, mentre con un movimento meccanico rifà la coda bionda alla sua bimba di tre anni. «Dopo le dimissioni dalla clinica di maternità, nessuna di noi ha ricevuto alcuna prescrizione. Siamo persino tornate a casa a piedi», dice Ainura, gli occhi bassi, fissi sul tavolo davanti a lei. E men che meno aiuto psicologico, malgrado due di loro confidino di avere pensieri suicidi.
Intorno al 20 marzo, le ragazze iniziano a essere cacciate dagli appartamenti perché l’azienda non pagava gli affitti. «Con altre due mamme e tre bambini siamo state portate qui che già era buio», rammenta Saltanat. «Una palazzina isolata nel mezzo della stazione, intorno a noi solo tossici e ubriachi. Non c’era neanche il gas, i materassi erano pieni di cimici». Altre mamme e bambini le raggiungeranno. L’ostello, scopriranno poi, era chiuso da due anni.
Le ragazze affermano di aver presentato denunce alla polizia, ma non c’è stato alcun seguito. Si sono rivolte anche alle ambasciate, alle loro e a quella cinese, competente per la grande maggioranza dei genitori biologici. «Abbiamo bussato a ogni porta, nessuno ci aiuta», affermano. «Siamo in un limbo. Dei cuochi vengono a prepararci i pasti, prettamente pasta, patate e pane. Non abbiamo un soldo, nemmeno per comprare una mela ai bambini o prodotti per l’igiene intima. Siamo esauste, vogliamo tornare a casa con il nostro compenso».
L’agenzia Kinderly Georgia LLC
Kinderly Georgia LLC è stata fondata nel 2022 da un cittadino ucraino, Ruslan Tymoshenko, e uno armeno, Armen Melikyan. Una società con lo stesso nome opera anche a Kiev. Repubblica ha stabilito un contatto con una dipendente della sede georgiana, che preferisce restare anonima poiché in attesa di arretrati. Le conversazioni intrattenute con la donna svelano la realtà di un’azienda allo sbando: «Nessuno viene più pagato, né gli amministrativi né le madri surrogate, né i proprietari degli appartamenti né la clinica di maternità. Eppure, i genitori biologici versano quanto dovuto».
Ma le problematiche, ed è l’aspetto più inquietante, non si limitano al lato finanziario. «Ciao, ho una brutta notizia. Ho ricevuto da Kinderly ulteriori documenti e ho scoperto che hanno mentito sulla donatrice degli ovuli, il trasferimento non è avvenuto da quella che io avevo scelto. In questa situazione, è necessario interrompere la gravidanza», si legge in uno screenshot condiviso dalla fonte, proveniente da una chat aziendale, che riporta il messaggio ricevuto da una gestante. In un altro, si discute di una madre surrogata, incinta di 32 settimane, ritornata a casa per portare avanti la gravidanza ma attesa a Tbilisi per il parto. Non crede più che riceverà il suo onorario, intende restare in Russia e lasciare il neonato in ospedale. E ancora: «Sono a conoscenza di più casi in cui i genitori biologici non sono andati a prendere i loro figli. Non so con chi siano questi bambini». La dipendente di Kinderly riferisce inoltre che, «dopo il cesareo, molte puerpere hanno avuto complicanze, in particolare infezioni», confermando il caso di isterectomia.
Lo scorso febbraio, il servizio georgiano di RFE/RL, Radio Tavisupleba, aveva diffuso la testimonianza di una madre surrogata kazaka ingaggiata da Kinderly, la prima a denunciare le pratiche dell’agenzia. Già allora, la donna riferiva dell’esistenza di decine di gestanti e puerpere costrette all’indigenza a causa dei ritardi nei pagamenti: «Hanno paura di parlare perché temono di non ricevere più nulla». Solo giovedì, dopo la pubblicazione di un nuovo articolo da parte della testata locale, il ministero degli Interni ha aperto un’indagine: «Sono arrivati all’ostello, ci hanno controllato i passaporti, e nei prossimi giorni saremo convocate per essere interrogate», è il messaggio inviato da Saltanat a Repubblica nella tarda serata del 3 aprile.
Una nuova Ucraina
A seguito dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, il principale centro europeo della gestazione per altri, la Georgia ha assorbito parte della domanda, attirando un numero crescente di coppie provenienti da Europa, Stati Uniti, Cina e Israele. Nel 2023, dopo che alcune inchieste giornalistiche avevano puntato i riflettori sui lati oscuri di una pratica in sostanza non regolamentata, Tbilisi aveva annunciato l’introduzione del divieto di accesso alla maternità surrogata per i cittadini stranieri a partire dal 2024. L’allora primo ministro, Irakli Garibashvili, affermava di volere con ciò proteggere le donne dallo sfruttamento, e ammetteva le difficoltà del Paese nel tracciare i bambini nati con questa modalità. Il ministro della Salute, Zurab Azarashvili, lamentava «procedure non etiche» citando la potenziale commissione di reati quali la «compravendita di neonati» e il «traffico di organi». Non se ne fece più nulla.