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Putin prende tempo: “Valutiamo la ripresa di negoziati in Turchia”

(afp)

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Il capo del Cremlino: “Abbiamo proposto più volte il cessate il fuoco all’Ucraina”
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MOSCA – Vladimir Putin convoca i giornalisti in fretta e furia e rilascia una dichiarazione quando in Russia sono già quasi le 2 di notte. L’urgenza e l’orario fanno capire che non parla ai suoi cittadini, ma al suo interlocutore statunitense Donald Trump che gli ha lanciato un ultimatum: far partire lunedì la tregua incondizionata di 30 giorni in Ucraina o affrontare la minaccia di nuove sanzioni. «Non fu la Russia a interrompere i negoziati nel 2022. Fu Kiev», dice alludendo ai colloqui che deragliarono a Kiev.

«Ciononostante, proponiamo che Kiev riprenda i negoziati diretti senza alcuna precondizione. Offriamo alle autorità ucraine di riprendere i negoziati già giovedì, a Istanbul. La nostra proposta è sul tavolo, la decisione spetta ora alle autorità ucraine e ai loro curatori guidati, a quanto pare, da ambizioni politiche personali e non dagli interessi dei loro popoli». Propone ancora una volta di negoziare prima del cessate il fuoco. «La tregua non è esclusa a fine colloqui». …

MOSCA – Vladimir Putin convoca i giornalisti in fretta e furia e rilascia una dichiarazione quando in Russia sono già quasi le 2 di notte. L’urgenza e l’orario fanno capire che non parla ai suoi cittadini, ma al suo interlocutore statunitense Donald Trump che gli ha lanciato un ultimatum: far partire lunedì la tregua incondizionata di 30 giorni in Ucraina o affrontare la minaccia di nuove sanzioni. «Non fu la Russia a interrompere i negoziati nel 2022. Fu Kiev», dice alludendo ai colloqui che deragliarono a Kiev.

«Ciononostante, proponiamo che Kiev riprenda i negoziati diretti senza alcuna precondizione. Offriamo alle autorità ucraine di riprendere i negoziati già giovedì, a Istanbul. La nostra proposta è sul tavolo, la decisione spetta ora alle autorità ucraine e ai loro curatori guidati, a quanto pare, da ambizioni politiche personali e non dagli interessi dei loro popoli». Propone ancora una volta di negoziare prima del cessate il fuoco. «La tregua non è esclusa a fine colloqui». È il suo estremo tentativo di rovesciare il tavolo, di rilanciare la palla nel campo ucraino senza arrivare allo scontro con il presidente statunitense che però ha fatto capire che deporre le armi deve venire prima di tutto.

Che il Cremlino non avesse più molte argomentazioni per respingere l’ipotesi di una tregua di 30 giorni in Ucraina si era capito sin dal mattino. Il portavoce Dmitrij Peskov aveva dato in successione quattro risposte: parole diverse, ma stessa sostanza, che sembravano il preludio a un nuovo articolato rifiuto. Prima aveva usato la formula oramai standard che i commentatori russi riassumono in “sì, ma”: sosteniamo il cessate-il-fuoco, ma soltanto tenendo conto di «un gran numero di sfumature».

Dopo, parlando ad Abc, aveva ricordato la principale obiezione sollevata da Putin già al telefono con Trump il 18 marzo: l’Occidente dovrebbe prima cessare di inviare armi a Kiev «altrimenti sarà un vantaggio per l’Ucraina» che «continuerà la sua mobilitazione» e «addestrerà nuovo personale». A fine giornata aveva infine accusato i Paesi europei di rilasciare «dichiarazioni contraddittorie» e «conflittuali» e, poi, parlando con Cnn, aveva ricordato che Kiev non aveva mai reagito alla tregua di tre giorni scaduta ieri decretata da Putin. «Avete sentito critiche a Kiev per non aver voluto dare una risposta? No». E concluso: «Dobbiamo rifletterci. Si tratta di una novità. Abbiamo la nostra posizione». Più che un’apertura, l’ultima battuta era sembrata un esercizio di diplomazia. Quella che oramai manca all’ex leader Dmitrij Medvedev, oggi vicesegretario del Consiglio di Sicurezza, che aveva twittato: «Una tregua per dare respiro alle orde banderite o nuove sanzioni. Pensate sia una mossa intelligente, eh? Ficcatevi questi piani di pace nei vostri sederi pangender». Come lui, sono in tanti i falchi a dire che la Russia non accetta gli ultimatum.

La reale ragione che sembrerebbe spingere la Russia a respingere la cessazione delle ostilità l’aveva in ogni caso detta in giornata lo stesso Peskov: «Le truppe russe stanno avanzando e avanzano con una certa sicurezza. Perché dovremmo concedere un vantaggio a Kiev?». Neppure le sanzioni agitate da Usa e Ue ora come bastone minacciando di rafforzarle, ora come carota promettendo di indebolirle o revocarle, smuovono più di tanto Mosca. «Siamo già abituati alle sanzioni. Spaventarci così è una perdita di tempo», aveva detto sempre il portavoce. Stando agli economisti indipendenti esiliati Aleksandra Prokopenko e Aleksandr Koljandr, le aziende russe sarebbero persino spaventate dall’ipotesi di una revoca delle sanzioni. C’è chi ha beneficiato della nascita di nuove nicchie di mercato e della diminuita concorrenza e non vuole perdere questo vantaggio e chi teme di non poter competere con i brand occidentali se il mercato riaprisse.

Un altro segnale che una tregua non sia all’orizzonte sembrerebbe il fatto che è diventato operativo il registro unificato delle forze armate che introduce le “cartoline digitali” previsto da una legge dell’aprile 2023. D’ora in poi la chiamata alle armi, che sia la leva o la mobilitazione, verrà inviata lì e, dopo sette giorni, sarà considerata automaticamente come consegnata. Da quel momento chi non si presenterà all’ufficio di reclutamento entro 20 giorni verrà considerato un disertore. Dal fronte non ci sarà più scampo.

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