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Libia, notte di proteste a Tripoli: assedio al premier Dbeibah. Italiani verso l’evacuazione

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Manifestazioni contro il leader in tutta la città. Anche i turchi lasciano la capitale. Governo a rischio. Il ruolo del filorusso Haftar
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Dopo due notti di spari, a Tripoli c’è stata la notte delle urla. In numerosi quartieri la gente è scesa in strada per protestare contro il premier Dbeibah, ritenuto responsabile dell’esplosione di violenza che ha trasformato la capitale libica in un campo di battaglia. Parte dei manifestanti proveniva dai distretti controllati dalle milizie che il primo ministro ha cercato di eliminare, ma in tanti hanno espresso spontaneamente l’insofferenza per gli scontri iniziati lunedì con l’uccisione di Gheniwa, influente capo di uno dei clan più attivi nello sfruttamento dei migranti e nella spartizione delle risorse petrolifere. Martedì per quasi trentasei ore un milione di persone sono state imprigionate nelle case mentre anche in pieno centro si combatteva senza sosta.

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L’azzardo del premier Dbeibah

Mercoledì la tregua ha fermato le armi. Dopo il tramonto cortei di giovani provenienti dai territori di …

Dopo due notti di spari, a Tripoli c’è stata la notte delle urla. In numerosi quartieri la gente è scesa in strada per protestare contro il premier Dbeibah, ritenuto responsabile dell’esplosione di violenza che ha trasformato la capitale libica in un campo di battaglia. Parte dei manifestanti proveniva dai distretti controllati dalle milizie che il primo ministro ha cercato di eliminare, ma in tanti hanno espresso spontaneamente l’insofferenza per gli scontri iniziati lunedì con l’uccisione di Gheniwa, influente capo di uno dei clan più attivi nello sfruttamento dei migranti e nella spartizione delle risorse petrolifere. Martedì per quasi trentasei ore un milione di persone sono state imprigionate nelle case mentre anche in pieno centro si combatteva senza sosta.

(afp)

L’azzardo del premier Dbeibah

Mercoledì la tregua ha fermato le armi. Dopo il tramonto cortei di giovani provenienti dai territori di Gheniwa e della Forza Rada, che martedì assieme alle milizie di Zawaya hanno respinto l’assalto delle brigate di Dbeibah, hanno marciato verso il palazzo della presidenza, incendiando alcuni blindati. I pretoriani del primo ministro hanno risposto sparando: i testimoni parlano di raffiche sulla folla, nei video però si nota un solo ferito colpito da una pallottola di rimbalzo.

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Il blitz del premier, leader del Governo nazionale riconosciuto dall’Onu ma mai ratificato dalle elezioni, ha distrutto gli equilibri politici, militari e criminali su cui si basava la sua autorità sulla Tripolitania e adesso il potere di Dbeibah pare compromesso, aprendo un vuoto che molte fazioni vorrebbero occupare: la prospettiva di una nuova guerra civile appare concreta.

Avversari divisi

Il vantaggio del primo ministro è la divisione dei suoi avversari. Tutti i manifestanti ne hanno chiesto le dimissioni, ma alcuni inneggiavano al comandante della Rada; altri al maresciallo Haftar, il signore della Cirenaica; altri al figlio di Gheddafi, Saif. Non sono mancati cori che invocavano l’unità nazionale: “Né est, né ovest: la Libia è una sola”.

Il filorusso Haftar

I potentati libici però sono concordi solo nel contestare Dbeibah, come ha fatto il Parlamento di Tobruk con il portavoce Aqila Saleh che ha domandato la deposizione del governo di Tripoli. Il Consiglio presidenziale guidato da Menfi è andato oltre e ha sospeso i provvedimenti con cui il premier aveva tolto alle milizie gli incarichi formali nella polizia giudiziaria e nella gestione dei centri custodia per migranti. Alcuni media sostengono che la ministra della Giustizia Halima Halima Abdulrahman – delegittimata dalla revoca degli accordi con le milizie che aveva contribuito a realizzare - si sia dimessa ieri sera: se la notizia venisse confermata, potrebbe dare il via allo sgretolamento dell’esecutivo. I movimenti verso la capitale dell’Esercito nazionale del maresciallo Haftar finora non hanno trovato riscontro, ma vengono rilanciati dai canali di informazione russi: il signore della Cirenaica è rientrato ieri a Bengasi da una lunga visita a Mosca, in cui oltre a incontrare Putin ha firmato accordi sulla Difesa.


Se sembra avere perso il consenso della popolazione, Dbeibah può ancora contare su tre brigate molto combattive, equipaggiate dalla Turchia e addestrate da contractor occidentali, e ieri sera i leader di alcune delle milizie di Misurata, ritenute le più agguerrite, gli hanno confermato il loro sostegno. La Turchia, suo principale sponsor che mantiene due basi militari a Tripoli, ha rivolto un appello alla calma e invitato al negoziato. L’Egitto, che appoggia Haftar, ha creato una sala di crisi per seguire gli sviluppi della situazione. Su impulso dell’amministrazione Trump, i due Paesi negli ultimi mesi hanno portato avanti una trattativa per creare un’amministrazione unitaria della Libia.

L’evacuazione degli italiani

E l’Italia? Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto che “la situazione sembra in lento ma continuo miglioramento. Gli sforzi che stiamo facendo con gli altri Paesi come Stati Uniti, Germania, Egitto e Turchia lavorano per una riconquista della pace. Mi pare che le cose stiano andando in questa direzione”. Il ministro si trova ad Antalya per il vertice informale della Nato: “Ho parlato a lungo anche ieri sera a cena con il ministro degli Esteri turco, abbiamo tutti un comune interesse, quello della stabilità dell’area del Mediterraneo, quindi c’è una convergenza da parte del nostro Paese, della Turchia e dell’Egitto”.

Il titolare della Farnesina ha rassicurato sulla sorte dei nostri connazionali presenti nella capitale, circa ottanta persone: “Credo che entro stasera tutti coloro che intendono rientrare lo faranno. La partenza è prevista dall’aeroporto di Misurata perché quello di Tripoli è ancora chiuso. Stiamo lavorando per garantire l’incolumità dei nostri concittadini e nei colloqui che sono stati fatti dai nostri rappresentanti diplomatici a Tripoli non c’è alcuna intenzione di colpire in nessun modo i cittadini italiani”. Anche l’ambasciata turca ha comunicato ai suoi cittadini di stare organizzando il trasferimento a Misurata, per procedere al rimpatrio: un annuncio che fa temere il peggio.

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