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Libia, guerra in strada a Tripoli: fallito il blitz del premier contro i trafficanti armati

(afp)

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Combattimenti nella capitale libica, poi il cessate il fuoco. Milizie all’assalto dei centri di detenzione dei migranti, stranieri in fuga
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A Tripoli per dodici ore c’è stata una battaglia come non si era mai vista. Per la prima volta si è combattuto anche in pieno centro, con armi pesanti, droni-bomba e persino di alcuni tank: un milione di persone sono state ostaggio degli scontri e le granate piovute sulle case hanno ucciso almeno tre civili. La seconda fase dell’operazione lanciata dal premier Abdulhamid Dbeibah per impossessarsi della capitale non soltanto sembra fallita, ma ha riaperto la lotta tra tutte le fazioni della Tripolitania, facendo temere lo scoppio di una nuova guerra civile. Solo nel pomeriggio di ieri una mediazione ha permesso il cessate il fuoco e truppe definite neutrali si sono schierate nelle zone contese. La tregua però appare fragile.

Il blitz di Dbeibah, primo ministro del Gna - ossia i…

A Tripoli per dodici ore c’è stata una battaglia come non si era mai vista. Per la prima volta si è combattuto anche in pieno centro, con armi pesanti, droni-bomba e persino di alcuni tank: un milione di persone sono state ostaggio degli scontri e le granate piovute sulle case hanno ucciso almeno tre civili. La seconda fase dell’operazione lanciata dal premier Abdulhamid Dbeibah per impossessarsi della capitale non soltanto sembra fallita, ma ha riaperto la lotta tra tutte le fazioni della Tripolitania, facendo temere lo scoppio di una nuova guerra civile. Solo nel pomeriggio di ieri una mediazione ha permesso il cessate il fuoco e truppe definite neutrali si sono schierate nelle zone contese. La tregua però appare fragile.

Il blitz di Dbeibah, primo ministro del Gna - ossia il governo nazionale riconosciuto dall’Onu ma mai ratificato dalle elezioni - è cominciato lunedì pomeriggio con l’uccisione di Gheniwa al Kikli, leader di una delle milizie più influenti che condizionava la spartizione dei proventi petroliferi. Il colpo ha sorpreso il suo clan, che ha opposto una debole resistenza. Martedì il premier ha annunciato lo scioglimento delle organizzazioni incaricate di gestire i centri di detenzione per i migranti: oltre al greggio, è l’altro business che arricchisce i padrini libici.

Nel corso della giornata però i rivali si sono riorganizzati. Quando nella notte la Brigata 444 governativa ha dato l’assalto alle postazioni della Forza Rada, la più attiva nello sfruttamento dei migranti e alleata di Gheniwa, si è scatenato l’inferno. Le milizie della cittadina di Zawiya sono intervenute in appoggio della Rada, contrastate da quelle di Zintan. Caroselli di fuoristrada si sono sparati addosso con mitragliere e razzi. Le formazioni più agguerrite, quelle della città di Misurata che sostengono il primo ministro, si sono tenute fuori dalla mischia, anche perché preoccupate dai movimenti verso ovest dell’Esercito nazionale del maresciallo Haftar, il signore della Cirenaica che sta rientrando dalla visita a Mosca. A mezzogiorno è stata annunciata la tregua e le brigate fedeli al premier si sono ritirate: per loro è stata una sconfitta.

La violenza della battaglia ha incrinato il consenso della popolazione verso Dbeibah, e gli altri potentati del Paese - come il Parlamento di Tobruk e il Consiglio presidenziale guidato da Menfi - ne hanno aproffitato per mettere in discussione il governo tripolino. L’operazione del premier ha cancellato gli equilibri di forza su cui si reggeva la sua autorità e il suo putsch rischia di trasformarsi in un autogol letale.

Non è chiara la posizione degli arbitri esteri della partita libica. La Turchia, principale sponsor di Dbeibah assieme al Qatar, si è consultata con l’Egitto, al fianco di Haftar con russi ed emiratini, e ha chiesto «un dialogo per risolvere le divergenze». Negli ultimi mesi sotto l’impulso della presidenza Trump c’è stata una spinta per convincere i due rivali a stabilire un’amministrazione unitaria della Libia, sostenuta pure da Ankara e dal Cairo.

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La comunità internazionale teme che la situazione possa precipitare. Uno scenario che preoccupa soprattutto il governo italiano: il ministro degli Esteri Tajani ieri ha tenuto una riunione per preparare l’evacuazione dei nostri connazionali – che sarebbero circa ottanta - e per precauzione la nave della Marina presente a Tripoli ha lasciato il porto. Di fatto, la rete di detenzione dei migranti – dove gli ispettori Onu hanno riscontrato ogni genere di violazione dei diritti umani – è stata smantellata dai combattimenti, che si sono concentrati sulla conquista dei famigerati centri di custodia: non ci sono notizie sulla sorte dei reclusi.

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