Tripoli è sospesa sul baratro, con tutte le fazioni armate l’una contro l’altra. Ieri la tregua ha retto, permettendo a cento cittadini italiani di raggiungere Misurata per venire rimpatriati, ma il timore che la battaglia si riaccenda nelle strade della capitale è altissimo. L’operazione lanciata lunedì dal premier Dbeibah per eliminare le milizie con cui era alleato da anni, uccidendo il capoclan Ghani al-Kikli, detto Gheniwa, e attaccando le posizioni della Forza Rada, si è trasformata in un boomerang: i combattimenti tra le abitazioni di mezza città hanno dissolto il consenso della popolazione e il fallimento del blitz lo ha mostrato debole.
È andata in frantumi la coalizione di interessi economici, tribali e criminali su cui si basava l’aut…
Tripoli è sospesa sul baratro, con tutte le fazioni armate l’una contro l’altra. Ieri la tregua ha retto, permettendo a cento cittadini italiani di raggiungere Misurata per venire rimpatriati, ma il timore che la battaglia si riaccenda nelle strade della capitale è altissimo. L’operazione lanciata lunedì dal premier Dbeibah per eliminare le milizie con cui era alleato da anni, uccidendo il capoclan Ghani al-Kikli, detto Gheniwa, e attaccando le posizioni della Forza Rada, si è trasformata in un boomerang: i combattimenti tra le abitazioni di mezza città hanno dissolto il consenso della popolazione e il fallimento del blitz lo ha mostrato debole.
È andata in frantumi la coalizione di interessi economici, tribali e criminali su cui si basava l’autorità del premier, guida del governo di unità nazionale riconosciuto dall’Onu ma non ratificato dalle elezioni. Ora i leader libici stanno cercando di approfittare del vuoto di potere. Ieri mattina aerei spia americani hanno sorvegliato la Libia orientale monitorando i movimenti delle truppe del maresciallo Haftar, il signore della Cirenaica appena rientrato da Mosca: viene ipotizzata la possibilità che i suoi reparti tornino a marciare su Tripoli, ripetendo l’assalto tentato invano nel 2019.
Il parlamento di Tobruk ha condannato le iniziative del premier; il consiglio presidenziale è andato oltre, sospendendo i provvedimenti con cui Dbeibah aveva revocato ogni ruolo formale del clan di Gheniwa, della Forza Rada e della cosiddetta Polizia giudiziaria — a cui appartiene Al Masri — nella gestione dei centri di custodia per migranti. Le milizie di Zawiya sono intervenute negli scontri contro i governativi. Quelle di Misurata, ritenute le più agguerrite, hanno ribadito il sostegno al primo ministro ma sono rimaste fuori della mischia. E tutti gli altri gruppi della Libia occidentale studiano con chi schierarsi per trarre maggiore vantaggio.
Dbeibah sembra avere perso l’appoggio della cittadinanza: mercoledì dopo il tramonto ci sono state manifestazioni in diversi quartieri, animate dai rivali del premier ma anche da persone infuriate per la battaglia tra le case. Un corteo ha cercato di assalire il palazzo presidenziale, dove i pretoriani hanno sparato pure ad altezza d’uomo. Il primo ministro può contare su tre brigate molto combattive, equipaggiate dalla Turchia e addestrate da contractor occidentali. La regia delle operazioni è stata affidata a Mahmoud Hamza, direttore dell’intelligence e comandante della Brigata 444: un altro ex trafficante senza scrupoli, che nelle scorse settimane è stato ricevuto a Washington e ad Ankara, principale sponsor di Dbeibah.
I turchi però paiono essere stati spiazzati e preparano il rimpatrio dei loro connazionali. Dal 2020 la capitale era ritenuta una sorta di protettorato di Erdogan: negli ultimi mesi sotto impulso della presidenza Trump, Ankara aveva avviato d’intesa con il Cairo un percorso per riunire il Paese, spingendo Dbeibah e Haftar, sostenuto da egiziani e russi, a definire un’amministrazione congiunta. «In Libia i nostri sforzi avranno successo — ha dichiarato pochi giorni fa il negoziatore Usa Steve Witkoff –, lo vedrete presto». Ora la situazione sembra essere sfuggita di mano alle potenze straniere.
Un problema particolarmente serio per l’Italia, che dipende da Tripoli per le risorse energetiche e per il controllo dei flussi migratori. L’Eni ha comunicato che le attività estrattive non si sono interrotte. Ma i combattimenti si sono concentrati proprio sulla conquista dei centri di custodia per migranti, paragonati a lager dagli ispettori Onu. La Farnesina e l’intelligence hanno realizzato il trasferimento in sicurezza dei nostri concittadini all’aeroporto di Misurata, evacuando anche venti spagnoli.
L’Italia ormai ha un’influenza limitata sulla partita libica, di cui sono protagonisti soprattutto turchi ed egiziani. «La situazione sembra in lento ma continuo miglioramento — ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani —. Ho parlato a lungo con il mio collega turco: abbiamo tutti un comune interesse, quello della stabilità dell’area del Mediterraneo, quindi c’è una convergenza da parte del nostro Paese, della Turchia e dell’Egitto».