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Il negoziato che svela il bluff di Putin

(afp)

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I colloqui di Istanbul si preannunciano come una farsa, ma potrebbero spostare il favore di Trump verso l’Ucraina
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Tanto tuonò che non piovve. Anzi piovvero solo insulti tra Mosca e Kiev in una non tanto nobile gara a chi dava con più forza del “pagliaccio” all’altro. In effetti gli ingredienti di una “pochade” diplomatica ci sono stati tutti nella giornata di ieri, quella che doveva essere delle «buone notizie» (Trump dixit). Con una rincorsa di delegazioni tra Istanbul, Ankara, Antalya e il presidente americano che alla fine sentenziava che «non accadrà nulla finché non ci incontriamo io e Putin», dopo che aveva detto che forse avrebbe potuto fare anche lui «un salto in Turchia venerdì».

Eppure il degradato incontro di Istanbul ha la sua importanza. Perché mette definitivamente a nudo lo zar, svelando il suo bluff di qualche giorno fa (pronto a negoziati «senza precondizioni») che pure qualcuno, più da parte americana che europea, era pronto ad accettare. Ma ancora di più perché questa ennesima presa in giro può far pendere l’ago della bilancia americana dalla parte ucraina, dopo che sembra…

Tanto tuonò che non piovve. Anzi piovvero solo insulti tra Mosca e Kiev in una non tanto nobile gara a chi dava con più forza del “pagliaccio” all’altro. In effetti gli ingredienti di una “pochade” diplomatica ci sono stati tutti nella giornata di ieri, quella che doveva essere delle «buone notizie» (Trump dixit). Con una rincorsa di delegazioni tra Istanbul, Ankara, Antalya e il presidente americano che alla fine sentenziava che «non accadrà nulla finché non ci incontriamo io e Putin», dopo che aveva detto che forse avrebbe potuto fare anche lui «un salto in Turchia venerdì».

Eppure il degradato incontro di Istanbul ha la sua importanza. Perché mette definitivamente a nudo lo zar, svelando il suo bluff di qualche giorno fa (pronto a negoziati «senza precondizioni») che pure qualcuno, più da parte americana che europea, era pronto ad accettare. Ma ancora di più perché questa ennesima presa in giro può far pendere l’ago della bilancia americana dalla parte ucraina, dopo che sembrava definitivamente schiacciato da quella russa.

Qualche segnale c’è già stato. Alla fine della settimana scorsa, durante un forum di politica internazionale tenutosi a Washington, il vice presidente J.D. Vance, lo spietato accusatore di Zelensky nell’oramai famoso incontro di fine febbraio alla Casa Bianca, a una domanda sulla posizione russa aveva risposto tra la sorpresa generale: «Noi pensiamo che i russi stanno chiedendo troppo». E il senatore Lindsey Graham, grande alleato di Trump, aveva dichiarato di avere pronto un disegno di legge con «sanzioni scorticanti» se Putin non si impegnerà seriamente in un negoziato di pace: con 72 senatori pronti a votarlo, a riprova che nel Senato il sostegno all’Ucraina è ancora solido.

La lezione di Istanbul è molto chiara. Putin, che viene dalla navigata scuola del Kgb, non fa mai nulla per caso (a differenza del grande improvvisatore Trump) e già dalla composizione della delegazione russa ha lanciato un messaggio: un copia-incolla della formazione del negoziato del 2022, che naufragò proprio a Istanbul. Stessa “location”, stessa delegazione (anche se i ruoli di alcuni suoi membri sono nel frattempo cambiati) e stessa agenda. Alla vigilia lo aveva precisato il vice ministro degli Esteri Sergej Ryabkov: al tavolo di Istanbul si dovrà «parlare della denazificazione dell’Ucraina» e delle questioni territoriali, a cominciare dalla Crimea. Da lì Putin vuole ripartire prima di accettare una tregua. Come se, intanto, non ci fossero stati tre anni di morti a decine di migliaia e di immani devastazioni.

La tattica di Putin — che da Pasqua in poi continua ad alternare proposte di tregua e di disponibilità al negoziato e bombardamenti sulle maggiori città ucraine — è di continuare la guerra fingendo di cercare la pace. Michael McFaul, ex ambasciatore americano a Mosca, ha detto al Financial Times: «Putin gioca sui tempi lunghi contando sul fatto che Trump perda la pazienza e l’interesse per l’Ucraina, e finisca per ridurre l’assistenza militare a Kiev indebolendone le difese».

Zelensky lo ha capito e sta usando contromosse per smascherare Putin e mostrare a tutti chi vuole davvero la pace. È andato comunque in Turchia e, pur sottolineando il diverso peso delle due delegazioni, non ha voluto svalutare l’incontro delle seconde linee dicendo che «almeno» potrebbe servire «a un primo passo verso la de-escalation, un primo passo verso la fine della guerra, in altre parole: un cessate il fuoco».

Ma, affinché si arrivi a risultati concreti, anche Trump deve capire a quale gioco gioca Putin. Invece, nonostante i segnali che sono arrivati dal suo vice Vance e dagli stessi senatori repubblicani, il presidente sembra ancora prigioniero del suo smisurato ego e anche della sua ammirazione per Putin (e per tutti gli uomini di forte comando). Le sue parole mentre stava per atterrare negli Emirati — «nulla accadrà finché non ci incontriamo io e Putin» — ne sono la conferma. Anche se poi ha aggiunto che «con tutti quei morti dobbiamo arrivarci». Lo diceva anche prima dell’elezione, promettendo tempi brevissimi. E invece non è stato ancora capace di trovare una data. Magari la commedia di Istanbul riesce a sbloccare l’agenda.

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