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Più critico su Putin e silenzioso su Netanyahu: che cosa è cambiato nell’atteggiamento di Trump

(reuters)

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Dagli avvertimenti al presidente russo alla “telefonata tesa” con il premier israeliano: è davvero possibile che il presidente Usa volti le spalle ai due leader per i quali da quando è stato rieletto ha dimostrato maggiore simpatia oppure si tratta del suo ennesimo zig-zag?
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LONDRA – “Putin mi sembra impazzito”, ha detto due giorni fa Donald Trump. Poi, ieri, ha parlato di “progressi” nel negoziato con l’Iran e di possibili intese con Hamas per un cessate il fuoco a Gaza, senza citare Benjamin Netanyahu. I media americani riportano indiscrezioni secondo cui il capo della Casa Bianca starebbe perdendo la pazienza sia con il presidente russo che con il primo ministro israeliano. A Washington circolano ipotesi di nuove, pesanti sanzioni Usa contro Mosca e di accordi diplomatici sul programma nucleare di Teheran contrari alla preferenza di Gerusalemme per una soluzione militare. È davvero possibile che Trump volti le spalle ai due leader, Putin e Netanyahu, per i quali da quando è stato rieletto ha dimostrato maggiore simpatia? Oppure si tratta del suo ennesimo zig-zag? Di certo c’è che, almeno a parole, qualcosa è cambiato nell’atteggiamento del presidente degli Stati Uniti.

Le critiche a Putin

“Putin sta scherzando col fuoco”, sono i suoi ultimi commen…

LONDRA – “Putin mi sembra impazzito”, ha detto due giorni fa Donald Trump. Poi, ieri, ha parlato di “progressi” nel negoziato con l’Iran e di possibili intese con Hamas per un cessate il fuoco a Gaza, senza citare Benjamin Netanyahu. I media americani riportano indiscrezioni secondo cui il capo della Casa Bianca starebbe perdendo la pazienza sia con il presidente russo che con il primo ministro israeliano. A Washington circolano ipotesi di nuove, pesanti sanzioni Usa contro Mosca e di accordi diplomatici sul programma nucleare di Teheran contrari alla preferenza di Gerusalemme per una soluzione militare. È davvero possibile che Trump volti le spalle ai due leader, Putin e Netanyahu, per i quali da quando è stato rieletto ha dimostrato maggiore simpatia? Oppure si tratta del suo ennesimo zig-zag? Di certo c’è che, almeno a parole, qualcosa è cambiato nell’atteggiamento del presidente degli Stati Uniti.

Le critiche a Putin

“Putin sta scherzando col fuoco”, sono i suoi ultimi commenti sul capo del Cremlino. “Non capisce che, se non fosse per me, alla Russia sarebbero capitate un sacco di brutte cose e intendo dire molte brutte!” Ventiquattro ore prima, di fronte ai crescenti lanci di missili e droni su Kiev, Trump aveva espresso altrettanto disappunto: “Non si bombarda mentre stiamo negoziando. Conosco Putin da tanto tempo e non lo riconosco più. Sembra che sia diventato pazzo”. Eppure, appena dieci giorni prima fra i due c’era stata una telefonata di due ore, al termine della quale il capo della Casa Bianca era apparso convinto di avere compiuto passi avanti per mettere fine alla guerra in Ucraina: “I negoziati inizieranno immediatamente”, aveva assicurato giubilante.

Ma i negoziati, dopo il precedente primo round a Istanbul concluso soltanto con uno scambio di prigionieri, non sono affatto ricominciati. Anzi, il portavoce di Putin ha detto che “per la pace ci vuole tempo”. Mosca ha inizialmente minimizzato le parole di Trump, passando sopra il fatto che il presidente ha dato del matto a Putin: “In questa fase tutti si lasciano prendere dalle emozioni”, è stata la moderata reazione del portavoce russo Dmitrij Peskov.

Ieri, al monito di Trump su cose “molto brutte” che potrebbero accadere alla Russia, il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Dmitrij Medvedev, a cui vengono spesso affidate le posizioni più estreme, ha risposto con una mezza minaccia di guerra nucleare: “Conosco una sola cosa ‘molto brutta’, la terza guerra mondiale”. Naturalmente non è a questo che si riferiva Trump: fonti dell’amministrazione dicono che, se Putin non mette in moto la trattativa con Kiev per arrivare almeno a una tregua, l’America potrebbe approvare nuove, dure sanzioni contro la Russia, come dazi del 500 per cento su qualunque Paese che acquista petrolio e gas da Mosca. Una mossa che secondo alcuni esperti potrebbe creare gravi difficoltà all’economia russa.

Il silenzio su Netanyahu

Anche nei riguardi di Israele si avverte una sia pure più lieve variazione di rotta da parte di Washington. Trump ha interrotto la campagna di bombardamenti Usa degli Houti, i ribelli islamici yemeniti che sostengono Hamas e attaccano le navi cargo occidentali nel mar Rosso, senza concordare apparentemente la sua mossa con Gerusalemme, che aveva sua volta lanciato rappresaglie contro gli Houti. Quindi ha avviato un negoziato con l’Iran per trovare una soluzione al programma nucleare di Teheran, a cui l’Occidente vuole impedire un arricchimento dell’uranio tale da permettere la costruzione di ordigni atomici, quando è ben noto che Netanyahu preme per l’opzione militare, ovvero per un raid aereo israeliano contro le installazioni nucleari iraniane in grado di distruggerle una volta per tutte, per il quale ha probabilmente bisogno dell’assistenza militare americana.

Infine il presidente ha compiuto il recente viaggio in Medio Oriente, visitando Arabia Saudita e Qatar, senza fare tappa nello Stato ebraico e senza nominare il premier israeliano, perlomeno nelle dichiarazioni pubbliche che hanno accompagnato i suoi incontri. Sullo sfondo, la Casa Bianca continua ad appoggiare il controverso piano israeliano per distribuire aiuti umanitari ai palestinesi di Gaza attraverso una fondazione indipendente sotto lo stretto controllo di Gerusalemme, che da tre mesi ha bloccato l’assistenza fornita dall’Onu con la motivazione che veniva almeno in parte intercettata dai militanti di Hamas.

Tuttavia, Trump ha dato luce verde a un negoziato indiretto fra Usa e Hamas, che ha portato al rilascio di un ostaggio americano. E ora alimenta la possibilità di “sviluppi positivi” anche nella trattativa per un cessate il fuoco nella Striscia, scenario a cui Netanyahu si oppone e che ha impedito con una nuova massiccia offensiva militare. La chiave di tutto, scrive il New York Times, è l’Iran: il quotidiano americano riporta una “tesa telefonata” fra Trump e Netanyahu nei giorni scorsi, dopo la quale ci sarebbe stato, venerdì, un incontro a Roma fra due alti emissari di Netanyahu, il ministro degli affari strategici Ron Dermer e il capo del Mossad David Barnea, e il negoziatore americano Steve Witkoff, il palazzinaro che Trump usa per tutte le trattative ad alto livello, da quelle con Putin al Cremlino al Libano e a Gaza. Lunedì, Dermer e Barnea sono volati a Washington per colloqui con il capo della Cia, John Ratcliffe, e il giorno seguente hanno di nuovo visto Witkoff. In un altro articolo di indiscrezioni del New York Times, fonti della Casa Bianca hanno sottolineato le parole pronunciate da Trump nel fine settimana: “Preferirei non vedere sganciare bombe”, sottinteso sull’Iran. Richiesto di un parere sulle indiscrezioni, il portavoce di Netanyahu le ha definite “fake news”.

Guerra o pace

Difficile capire come si evolveranno le cose sul fronte ucraino, su quello israeliano-palestinese e su quello iraniano. Per il momento, fra Putin e Netanyahu, quello più preoccupato da una potenziale rottura con Trump sembra il premier israeliano, che pure in aprile aveva ricevuto un’accoglienza molto calorosa alla Casa Bianca.

Una ragione è che, diversamente dalla Russia, Israele è una democrazia, dove gli equilibri politici possono mutare: negli ultimi giorni due ex-premier, il laburista Ehud Barak e il conservatore Ehud Olmert (non per coincidenza i due capi di governo arrivati più vicini negli ultimi venticinque anni a un accordo per riconoscere uno stato palestinese), hanno criticato aspramente Netanyahu, il primo ha detto che la nuova offensiva a Gaza “è solo nell’interesse personale del primo ministro, non nell’interesse del nostro Paese”, il secondo che l’offensiva costituisce “un crimine di guerra”.

L’opposizione alla guerra, scrive il premio Pulitzer Thomas Friedman sul quotidiano newyorchese dopo una visita in Israele, cresce “a sinistra, al centro e a destra”. Ma è presto per prevedere che Trump scarichi Netanyahu o per dare quest’ultimo per sconfitto. L’unica certezza è che a Donald Trump non piace fare brutta figura. Aveva promesso di risolvere la guerra in Ucraina “in un giorno” e di risolvere rapidamente il conflitto anche a Gaza: se percepisse Putin e Netanyahu come ostacoli a questi obiettivi, il presidente potrebbe cambiare linea con disinvoltura. Sull’Ucraina ha la possibilità di definirla, come ha già fatto, “una guerra tra europei”, un conflitto “con troppo odio”, e lavarsene le mani. Sul nucleare iraniano, invece, deve scegliere: o l’accordo con Teheran o la guerra insieme a Israele.

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